Giuseppe D’Avanzo – Educazione di un neonazista. Raffaele e le anime nere di Verona

Posted on 16 maggio 2008

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VERONA – Nicola e Raffaele – Nicola dieci anni prima di
Raffaele, dieci anni prima di essere ucciso da Raffaele – hanno studiato nello
stesso liceo, lo "Scipione Maffei", fiero di essere il più antico
liceo d’Italia. Nato nel 1804, promosso da Bonaparte, il "Maffei" è
orgoglioso della sua storia bicentenaria, ma anche delle virtù custodite,
generazione dopo generazione, in una carta dei valori che onora "lo
spirito critico; la laboriosità; la legalità; l’assunzione di responsabilità;
la coscienza dei diritti e dei doveri".

È un impegno che si respira nelle aule dell’antico convento domenicano annesso
alla Chiesa di Santa Anastasia, a due passi da Piazza Erbe, da Piazza dei
Signori, dal cuore storico di Verona. Il liceo non è un luogo abitato da
svuotati, sprecati. Né è attraversato dall’"analfabetismo emotivo",
dalla "follia morale", dall’"ospite inquietante" del
nichilismo, o come più vi piace definire l’infelice condizione giovanile del
nostro Paese. Al "Maffei" si discute molto. Si lavora molto. Si
impara a dare forma di parola alle emozioni, nutrimento e argomenti per le
passioni e le idee.

Qui è radicata la consapevolezza che la democrazia sia "ars dubiae".
Si ha fiducia "nella tolleranza, nel rispetto, in una solidarietà
generosamente disponibile, in un reale e radicale rispetto di se stessi e degli
altri". Sono pratiche quotidiane e non predicazione (gli studenti, per
dire, si tassano ogni anno di 250 euro e quest’anno hanno deciso spontaneamente
di aumentare l’obolo di solidarietà). E allora bisogna chiedersi dove nasce la
muffa aggressiva che ha rovinato i giorni di Raffaele e spezzato la vita di
Nicola?

"Ce lo siamo chiesti – dice con "doloroso stupore" il preside
Francesco Butturini – e ancora ci interrogheremo con i docenti, gli studenti, i
genitori. Ci siamo chiesti se abbiamo fatto tutto quanto in nostro potere per
educare gli studenti alla buona cittadinanza. Noi crediamo di aver sempre
cercato attraverso l’insegnamento quotidiano e le attività educative
complementari, che qui non sono poche, di inculcare negli allievi i principi
della civile convivenza. Non è stato sufficiente per insegnare a Raffaele ciò
che è lecito, ciò che non lo è, ciò che non è nemmeno pensabile o ipotizzabile.
Mi sento sconfitto, come ho
detto ai ragazzi, ma non complice. Non siamo stati né indifferenti né
distratti.
Quando Raffaele si rifiutò di entrare in sinagoga durante un
viaggio di studio; quando affrontò il presidente dell’associazione vittime
della strage di Bologna rivendicando l’innocenza di Luigi Ciavardini, segnalammo
quell’atteggiamento alla famiglia. Al contrario, la questura non ci informò che
Raffaele era indagato da un anno. Avremmo potuto fare di più e continueremo a
farlo nel dialogo e nel confronto con i ragazzi. Senza dimenticare Raffaele.
Non intendiamo abbandonarlo in questo momento e speriamo che Raffaele accolga
il nostro invito; comprenda il suo tragico errore; accetti di incamminarsi su
una strada radicalmente differente da quella finora seguita".

Il preside non vuole e forse non può dire di più. Il deficit del circuito
istituzionale e mediatico (perché la
Digos non allertò la scuola? perché i giornali cittadini non
diedero conto, come d’abitudine, dei nomi degli indagati?) descrive
un’occasione perduta di "recupero", di disvelamento, ma non spiega le
ragioni della "caduta" di Raffaele in un "rito della
crudeltà", per nulla occasionale o impulsivo, che nel tempo si è
esercitato nel cuore di Verona contro "i negri"; i capelluti
"comunisti" dei centri sociali; tre paracadutisti delle Folgore nati
al Sud; un povero cristo con la maglia del Lecce; un tipo che mangiava un
kebab; un ragazzino maldestro nell’usare lo skateboard. Pedina,
"soldatino" – Raffaele – di una cerchia che, visitata dai poliziotti,
disponeva di manganelli, pugnali, coltelli, un’accetta e di libri che negavano
l’Olocausto, di bandiere con la croce uncinata, di foto di Hitler e Mussolini.
L’aula della II E, che Raffaele frequenta (o frequentava), è al di là
dell’antico chiostro in fondo al corridoio. I compagni e le compagne di
Raffaele hanno come il muso. In questi giorni i giornalisti, protestano, hanno
manipolato le loro opinioni, le hanno rimaneggiate per creare uno sciocco
sensazionalismo. Non vogliamo difendere Raffaele, dicono, perché quel che ha
fatto è gravissimo e se ne deve assumere tutto il peso, ma se ci chiedete se
fosse un mostro, allora no, noi dobbiamo rispondere che non lo era, che non si
è mai comportato da mostro. Era in modo radicale di destra e discuteva con chi
non lo era, o era di sinistra, senza aggressività. Si è rifiutato di entrare in
sinagoga, ma siamo abbastanza certi che, se avesse avuto un compagno di banco
ebreo, non lo avrebbe maltrattato o deriso a scuola, dove il suo comportamento
è stato sempre corretto. Questo vuol dire, chiedono, assolvere Raffaele? Vuol dire
raccontare, dicono, quel che sappiamo di lui. Che non era tutto. Purtroppo.

Accanto alla fontana senz’acqua del chiostro, Giulia Tombari e Simone D’Ascola
provano a ragionare – ancora una volta, in questi giorni – su quei perché. Come
è potuto accadere a un loro compagno di scuola? Giulia è minuta, nervosa,
stanca. Dice parole secche e sincere. Le accompagna con un gesto. Indica il
grande arco che dà sulla strada. "Qui non c’è spazio per l’ignoranza che
produce l’ottusa violenza senza scopo di Raffaele. Raffaele è stato travolto da
quel che c’è là fuori, oltre quel cancello. Se un responsabile e una
responsabilità si deve cercare, va trovata non in questo liceo, ma nella città.
In quella Verona dove può capitare – e capita spesso – che si senta dire in
autobus "non siedo qui, accanto a questo negro" e nessuno che,
intorno, disapprovi o censuri quelle parole… Magari chi le ascolta, non
oserebbe mai pronunciarle, ma le giustifica". Simone è alto, allampanato,
meno disinvolto di Giulia. Come Giulia, ha idee lucide e asciutte. "In
questa storia, si usano le parole per nascondere quel che è accaduto e ancora
può accadere. Si dice: Raffaele era un bullo. Non lo era. Si dice: è un
delinquente. Non lo era. Si dice: è solo una mela marcia, è un caso isolato. È falso
che sia la sola mela marcia del cesto, il caso non è isolato ma addirittura,
nella sua assurdità, ordinario. Si dice: la politica non c’entra. E invece,
c’entra, eccome, se politica è l’odio per il diverso, se politica è
un’ideologia diffusa là fuori – anche Simone indica l’arco, il cancello, la
strada – che legittima chi vuole liberarsi di chi non è uguale a te, per colore
della pelle, per convinzioni, per religione, per la lunghezza dei capelli.
Tutto questo ha un nome: razzismo, xenofobia. Se si usano le parole
appropriate, le ragioni della morte di Nicola – e di quel ha combinato Raffaele
con i suoi amici – saranno evidenti. È quel che dovreste fare: chiamare le cose
con il proprio nome".

Chiamare le cose con il loro nome. È naturale pensare che sia un buon consiglio
mentre si risale via Massalongo e poi corso Santa Anastasia verso Piazza Erbe.
Come appare necessario rimettere insieme la realtà di un corpo sociale che
solitamente si offre frammentata, sconnessa, quasi in penombra, occultata da parole
accortamente ambigue. Chiamare le cose con il loro nome, dunque. Le violenze e
i pestaggi nel cuore di Verona sono comuni e ritualizzati. Piazza Viviani, via
Mazzini, Veronetta, Volto San Luca, Corso Cavour, piazza Erbe ne sono state le
scene negli ultimi mesi.

Puoi essere picchiato per un nonnulla. Puoi prendere una bottigliata in testa
per un amen. Non importa la ragione occasionale. Non è quello che conta. Non è
per lo spino rifiutato che muore Nicola. Nicola muore, dicono, "perché ha
il codino", perché dunque è diverso, perché "non è conforme" e
gli (improvvisati o professionali) addetti al futuro della città e alla
custodia del suo passato e delle sue risorse escludono i diversi: "diverso
– dice il procuratore Guido Papalia – è non solo il diverso per razza, ma
diverso perché si comporta il mondo diverso; pensa diversamente; ha un
atteggiamento diverso; si veste in modo diverso e quindi non può convivere nel
centro della città che i razzisti vogliono chiusa ai diversi". In uno
stato di smarrimento sociale, si radunano per difendersi le persone spaventate
– la paura è coltivata con sapienza a Verona che molto ha faticato per
raggiungere il benessere di oggi. Passano all’azione in nome di
"un’identità minacciata". Identità, insegna Zygmunt Bauman, è un concetto
agonistico. È come un grido di battaglia. Fragile e perversamente
"coraggioso", Raffaele sente quel grido, lasciata l’aula del
"Maffei" e le fatiche democratiche di "maffeiano".

Lo sente allo stadio dove impiccano il fantoccio di un calciatore "negro".
Lo ascolta forte nella propaganda dei "nazistoni" del "Blocco
studentesco". Lo intende nello stile di vita dei suoi compagni di bevute e
di scorribande notturne tra le stradine della città. Afferra quel sentimento
nella pianificazione del prossimo pestaggio, nelle risate, nella soddisfazione
che segue. Raffaele avverte soprattutto che quel che fa, quel che pensa è
condiviso perché in città c’è un sentimento che non lo biasima e non lo
biasimerà. Hanno ragione Giulia e Simone.

È "politico" tutto questo? Quale ipocrita può negarlo: certo che lo
è. E non vuol dire che ci sia un partito politico, una fazione di un partito
politico, un gruppuscolo che organizza o programma quelle violenze. Vuol dire
che c’è a Verona una "cultura" dell’esclusione che irrigidisce e
sorveglia il confine tra "noi" e "loro" e "loro"
diventano anche quei veronesi – moltissimi, e tra i moltissimi Nicola – che
rifiutano o non avvertono il "potere seduttivo" di
quell’"appartenenza".

Chiamare le cose con il loro nome. È difficile contestare che il sindaco di
Verona, Flavio Tosi, alimenti la "naturalezza" di quel grido di
battaglia "identitario". Che diffonda il presupposto che "si
appartiene per effetto della nascita". Non per altro, qualsiasi cosa tu
sia e faccia. Flavio Tosi non è un fascista. È un leghista che ama i fascisti,
li coccola, li asseconda, forse cinicamente se ne serve. Oggi che la tragedia
si è consumata, è evasivo, a volte frivolo, a volte ringhioso quando gli si
ricorda che appena in dicembre ha sfilato accanto a nazisti del Veneto Fronte
Skinheads; che appena qualche anno fa (11 settembre 2005) offrì le sue parole
solidali – con una visita in carcere – a cinque giovani fascisti che avevano
massacrato e accoltellato due ragazzi di sinistra, frequentatori di un centro
sociale.

Tosi ha grandi ambizioni politiche (sarà il nuovo governatore del Veneto nel
2010?) e questa storia tragica, da cui non riesce a uscire senza danno pubblico
o con un alleato in meno, può azzopparlo. L’opposizione gli ha chiesto che si
scusi di quelle spensieratezze. Tosi non ha trovato ancora la forza di farlo.
Chiamare le cose con il proprio nome. Verona – città straordinariamente
generosa nella solidarietà e nel volontariato – assiste al suo incrudelimento
distratta, indifferente, senza rimorso o colpa. Guarda da un’altra parte per
non vedere, per non vedersi, per non interrogarsi. Come il vescovo, monsignor
Giuseppe Zenti. Scrive ai giovani della città. Immagina di inviare sms per
conto di Nicola. Scrive: "Abbiate fiducia nelle grandi vette. Valorizzate
i giorni della giovinezza. Fatevi onore. Fateci vedere quanto valete.
Realizzate una vita di grande qualità, degna dell’essere giovani".

Come se esistessero soltanto le scelte personali e non anche le responsabilità
collettive, i modelli culturali, i quadri pubblici, l’assenza della benché
minima opera di manutenzione sociale (senso civico, legalità). Come se Nicola e
Raffaele non fossero caduti su quella "trincea profonda e invalicabile
scavata in città tra il "fuori" e il "dentro" di un territorio
e di una comunità". Al portone del Bra, ricorda Francesco Butturini, è
scolpita una frase dell’Amleto: "Non c’è mondo, fuori di questa
città". C’è a Verona chi sembra crederlo per davvero. Raffaele lo ha
creduto. Troppo facile ora dirlo solo un delinquente. Troppo ingiusto dire, la
morte di Nicola, "un caso isolato".

da Repubblica, 8 maggio 2008

(9 maggio 2008)

 

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Posted in: La Bella Italia