Francesco Boille – Venezia 65: Kitano e la farsa della (vita) arte

Posted on 31 agosto 2008

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Il cinema di Kitano in Italia non esce più, eppure è riuscito a fare della sua crisi creativa un cinema non poco…creativo. Ma questo Akires to Kame, primo film convincente del Concorso, è una bella conclusione della trilogia, tutta inedita da noi, del nonsense, inteso come gioco sull’arte e la sua insensatezza e al contempo, come sempre nel suo cinema, sull’insensatezza della sua esistenza.
Già Hana-Bi Fiori di Fuoco (Leone d’oro a Venezia nel 1997, che lo rivelò al pubblico italiano), era la splendida sintesi dei film precedenti. Poi qualche digressione, una variante di quanto già fatto con Hana-bi – Dolls –, Zaitochi, remake di una famosissima serie di telefilm nipponica e poi questa trilogia surreal-dadaista, come qualcuno ha giustamente scritto (Jean-Michel Frodon, direttore dei Cahiers du Cinéma), totalmente, poeticamente, gioiosamente e incoscientemente (come dicevamo, i suoi film in Italia, non trovano più distribuzione) autodistruttiva, e composta da Takeshi’s (2005), Kantoku Banzai (2007), e ora da Akires to Kame.
Quest’ultimo, è certamente il più narrativo dei tre film della trilogia, e si articola in tre fasi: l’infanzia del Kitano-pittore, la giovinezza adulta con l’artista che cerca faticosamente affermazione e aiuto dai mercanti d’arte, e la vecchiaia, dove l’artista, o presunto tale, cerca ancora la medesima cosa, anche se in fondo ormai non se ne cura più di tanto, ed è ormai giunto ad un tale livello di povertà che deve chiedere aiuto finanziario alla figlia.
I due film precedenti avevano una connotazione dadaista, come detto, ma con un lavoro visivo psichedelico ed ipnotico, almeno in alcuni segmenti.
Kitano, con Hana-bi, inseriva un discorso sulla pittura e grafico poi proseguito con Dolls, dove la fusione tra le marionette del teatro e i personaggi reali funzionava grazie ad un sapiente lavoro di stilizzazione, e con Zaitochi, dove la spada di Kitano era già uno spietato e affilato painting, di una precisione del gesto degna di un Fontana.
In Zaitochi vi era poi una dimensione concettuale a vari livelli, con un inizio nel grigio-terra e nel silenzio e una conclusione nel colore e nel rumore (di una danza di tipo caraibico).
Anche qui si comincia senza eccessi sonori, con sobrietà visiva quasi calligrafica e manierista: un bambino ricco, la cui famiglia perde tutto, diventa poverissimo e, aristocraticamente proletario, l’unica cosa che gli rimane è la sua pittura naif, che diverrà, a dir poco, la sua vita.
Il film si apre con un’animazione sul celebre paradosso di Achille e la tartaruga, sui quattro formulati dal filosofo greco Zenone: basterà il piccolo piede di vantaggio iniziale concesso alla tartaruga, perché Achille non riesca mai a raggiungerla, per il fatto che quando Achille avrà raggiunto quella posizione la tartaruga avrà raggiunto nel frattempo un’altra posizione, e così via.
Il protagonista inizia col figurativo poi man mano lo abbandona per seguire tutte le vie dell’arte del ‘900, parodiandole alla nipponica: ad esempio un quadro pop art alla Lichtenstein avrà un’immagine tratta da un fumetto – un manga – giapponese e non certo da un fumetto Usa degli anni ’30 e 40’. Specularmente il film, sul piano formale, segue un’evoluzione visivamente similare, con una parte iniziale più classica e sobria e che gradualmente lo è sempre di meno.
In questo gioco dove si rivisita praticamente tutta l’arte del ‘900, e una volta di più il cinema dello stesso Kitano, il regista mantiene un livello di ambiguità costante, strutturale, con lo spettatore. Ad esempio, Kitano sembra dire che la storia dell’arte occidentale è l’antenato nobile dell’estetica psichedelica e al contempo il suo contrario.
Perché al centro vi è sempre l’interrogazione sul suo cinema e sul suo personaggio, se cioè sia lui un cialtrone o l’arte una cialtronata o ambo le cose. O se sia una cialtronata simulata, in realtà profondamente convinto, per via del suo ego ipertrofico d’artista, delle sue qualità e meni per il naso lo spettatore. In fondo, non dimentichiamoci che Kitano è una star della tv giapponese, della tv comico-trash, e che questo ha nutrito alcuni dei suoi film precedenti. L’alto della fama, ma anche il basso della qualità. E forse, il massimo dell’impostura. O forse no. Forse, forse, forse.
Insomma, ci sono forse vari Kitano, forse ciascuno dei film della trilogia sono frammenti di uno specchio. Il Kitano con l’ego ipertrofico era infatti di scena proprio nel film precedente, Kantoku Banzai. Proprio come la personalità del protagonista, che è frammentata, scissa dal reale; è l’esemplificazione radicalizzata di una tipologia d’artista (e anche del suo cliché): il bimbo vede il suo migliore amico morto, investito da un autobus, in una pozza di sangue: quell’immagine preannuncia la dimensione action painting della ‘maturità’ e, conseguenza di quella ‘visione’, la successiva insensibilità umana. La scena chiave è quando si trova di fronte al cadavere della figlia, un’insensibilità mostruosa che provocherà la fuga della moglie, fino ad allora sua complice in tutto.
Akires to Kame è così anche il racconto di una patologia, di un caso psichiatrico. Ancora una volta: l’arte come follia e Kitano come folle dell’arte oppure è tutto simulazione, calcolo?
Decisamente Achille non raggiungerà mai la tartaruga.
30 Aug 2008 – posted by Francesco Boille

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