I magistrati: «In Italia processi più lenti che in Africa»

Posted on 30 gennaio 2009

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In Italia i processi del settore civile avvengono a una velocità che ci pone – nella graduatoria dell’efficienza giudiziaria – al posto n. 156 (su un totale di 181 Paesi), attestandoci così, per la lentezza dei processi, dopo Stati come l’Angola, il Gabon, la Guinea e Sao Tomè. Lo sottolinea il Primo presidente della Cassazione Vincenzo Carbone nella sua relazione per l’apertura dell’Anno Giudiziario 2009. I dati sono tratti da un rapporto della Banca Mondiale.

E la lentezza si paga. Nel 2008 sono costati 32 milioni e 103.163 euro all’erario dello Stato gli indennizzi pagati ai cittadini per la lentezza dei processi, in base a quanto stabilito dalla legge Pinto. Lo sottolinea il Procuratore generale della Cassazione, Vitaliano Esposito, nella sua relazione all’inaugurazione dell’anno giudiziario.ù Le richieste di indennizzo e i decreti di accoglimento sono aumentate del 19% rispetto all’anno precedente. Le richieste accolte sono state 6.177 nel 2008, mentre erano 5.014 nel 2007. I Supremi giudici hanno aumentato del 9% il numero delle procedure definite – per l’attribuzione dei benefici della legge Pinto – decidendo 5.517 richieste a fronte delle 4.959 del 2007. Il trend è dunque crescente sia per quanto riguarda i costi per lo Stato sia per quanto riguarda le domande presentate.

Dal presidente della Cassazione Vincenzo Carbone invece è venuta anche una presa di posizione per l’esposizione mediatica di alcuni giudici. Quello del giudice è un «mestiere difficile», ha detto il magistrato, ma le toghe «senza anelare a fama e potere», per svolgere correttamente la loro funzione, devono «in primo luogo evitare tentazioni mediatiche ». Carbone invita anche a «evitare la realizzazione di veri e propri ‘processi mediaticì simulando al di fuori degli uffici giudiziari e magari anche con la partecipazione di magistrati lo svolgimento di un giudizio mentre è ancora in corso il processo nelle sedi istituzionali».

Carbone ha anche speso qualche parola per il caso intercettazioni. «Il principale problema della questione delle intercettazioni risiede nella loro abnorme e poco giustificata reiterazione nel tempo. Dovrebbero essere vietate le proroghe se nel periodo inizialmente stabilito non si sono raggiunti risultati apprezzabili, tranne casi eccezionali rigorosamente motivati».  Carbone inoltre vorrebbe abolire «la prassi di trascrivere nei provvedimenti giudiziari pagine e pagine di inutili intercettazioni, lasciando riservate le parti che non sono necessarie e motivando, invece, la rilevanza della parti trascritte in relazione al processo in corso». Per Carbone sarebbe infine «utile» istituire un archivio riservato delle intercettazioni che sia accessibile al pm e all’avvocato.

30 gennaio 2009

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