In piazza giovani, precari e invisibili: “Ma non chiamateci più no global”

Posted on 30 maggio 2009

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Oggi la manifestazione a Roma contro il G8
Come è cambiato il Movimento da Genova 2001

 

di CARLO BONINI e ANAIS GINORI

In piazza giovani, precari e invisibili "Ma non chiamateci più no global"

ROMA – Da trentasei ore, fulminei e chiassosi, come un Davide che balla intorno a Golia, appaiono in drappelli di qualche decina per poi scomparire. E riapparire altrove. In una violazione simbolica di "zone rosse", che descrive il perimetro dei diritti negati ai migranti. Che rende solare quel che chiedono – "No al G8, no al pacchetto sicurezza". "La vostra sicurezza non ci cancellerà. Cittadini e cittadine nati" – e, a ben vedere, racconta quel che sono. Oggi pomeriggio, si annunciano in 10 mila e avranno la piazza.
Nel lessico pigro della politica e dell’informazione, li chiamano ancora "No global". Nonostante quel nome non dica e non descriva più nulla. Nelle analisi delle burocrazie della sicurezza e degli osservatori del Movimento, si aggiunge che di qui al prossimo mese sarà proprio la piazza – oggi a Roma, il 4 luglio a Vicenza contro la base Dal Molin, dal 7 al 9 luglio per il G8 a l’Aquila – a raccontare di cosa si stia davvero parlando. Anche se il ministro dell’Interno Roberto Maroni un’idea sembra averla già maturata. Quando, tornando a far ballare i fantasmi degli anni ’70, avverte che "non c’è da stare tranquilli". Che nei "social network" è "forte l’attrattiva per criminali e terroristi", e la "stagione dell’eversione non è chiusa".
Eppure, se li osservi in queste ore a Roma, se ascolti il Movimento discutere, ne scorri i forum in Rete e chiedi chi sono e cosa sono diventati, scopri appunto che persino il nome – "No global" – è roba buona per il museo delle cere. Il "movimento dei movimenti" dei giorni di Genova non c’è più. I 300 mila del G8 2001, le 730 organizzazioni che li rappresentavano, se li è portati via il tempo e la storia. Come del resto raccontano i destini di alcuni dei loro 18 leader di allora. Prigionieri di se stessi e di un passato ingiallito quelli che hanno scelto il salto nella politica come professione (Vittorio Agnoletto e Francesco Caruso). O alla ricerca d’altro, come Luca Casarini, il figlio di operai padovani, oggi papà di un bimbo piccolo, un esordio da romanziere noir con Mondadori, tornato a fare politica sul territorio, ma ormai libero dalla stimmate della "leadership". "Perché leader abbiamo scelto che non ce ne siano". "Perché è finita la stagione della "soggettività politica"". "Perché il Movimento deve far parlare la società". Perché gli eredi dei disobbedienti e delle tute bianche – adolescenti nei giorni di Genova e oggi ventenni – sono nella "Rete no logo". Lo spazio senza simboli.

Il collettivo "Wu Ming", che nel 2001 aveva dato forma e contenuto simbolico ai giorni di Genova con l’appello "Dalle Moltitudini d’Europa in marcia contro l’Impero", ha scritto: "Nel 2003, il Movimento era già in profonda crisi. Giorno dopo giorno regredì a presenza marginale, si ridusse a un inter-gruppi che occupava lo spazio dell’estrema sinistra tradizionale. Riemersero strategie e tattiche fossili, sub-leniniste. Grandi quantità di tempo ed energie vennero dissipate in guerre identitarie tra correnti".
Alberto Zoratti, microbiologo, esperto di commercio equo e solidale, ex portavoce del Genoa Social Forum, aggiunge: "A Genova dicevamo che la globalizzazione basata sulla liberalizzazione del mercato avrebbe portato solo instabilità economica. Bene, abbiamo sbagliato per difetto. Al punto da scoprire oggi che l’alfiere della finanza creativa di allora, Giulio Tremonti, è diventato nemico della globalizzazione. Eppure, dopo Genova, non abbiamo saputo sfuggire alla logica del conflitto frontale. Abbiamo cominciato a perdere consenso".
Suona come il racconto di una ritirata. Di una morte per consunzione. Segnata, per altro, dalla perdita di contatto con il mondo cattolico, dalla nuova centralità dei Cobas che sono tornati ad essere l’unico sindacato in piazza a spese della Cgil, dalle divisioni nella sinistra cosiddetta radicale se stare o meno dentro il Movimento. Eppure, le cose non sembrano stare esattamente così. Dice Luca Casarini: "La verità è che i "no Global" non esistono più, perché abbiamo vinto. Perché la storia ci ha dato ragione. Otto anni fa, ci opponevamo alla globalizzazione nel momento della sua massima espansione. Oggi, che la globalizzazione celebra la sua sconfitta, il Movimento assume nuove parole d’ordine e nuove forme. Che sono quelle antiche della crisi e delle contraddizioni del capitalismo".
Privo di rappresentanza e coordinamento (cui ha rinunciato), l’antagonismo ha abbandonato un orizzonte globale per tornare a lavorare nel territorio sui nodi della "formazione" (con l’"Onda"), del "precariato", dei beni comuni ("di chi sono l’aria, l’acqua, la terra?"), dei migranti. Continuando a coltivare un’idea dello scontro di piazza come "violazione della zona rossa". Finendo per comporre un quadro, che, all’indomani delle rivolte che hanno acceso la Grecia e la Francia, Ilvo Diamanti, su questo giornale, ha fissato con parole che sono per altro diventate patrimonio dei nuovi "no logo".
"Il denominatore comune di queste esplosioni sociali – ha scritto – sono i giovani, occultati e vigilati da una società vecchia e in declino, da un sistema politico im-previdente, inefficiente e spesso corrotto. Schiacciati in un presente senza futuro, cui sono sottratti i diritti di cittadinanza. Inutile ignorarli, fare come se non ci fossero. Ci sono. Esistono. E se si finge di non vedere si accendono, bruciano". La geografia dei centri sociali si è ridisegnata in quelle che chiamano "aree di aggregazione".
E accade così, ad esempio, che le adesioni a "dachepartestare.org", nodo che ha organizzato la scorsa settimana la manifestazione antirazzista di Milano, siano quelle che mancano a "globalproject. info", riferimento dei centri sociali del Nord-Est, promotori, con i romani di "Action", della manifestazione di oggi. Che il "Cantiere" di Milano si sia separato dai padovani, mentre "Askatasuna" di Torino, "Crash" di Bologna ed "Ex carcere" di Palermo si raccolgano intorno a "infoaut. org". "Siamo un Movimento 2.0", dice Monica Di Sisto della cooperativa "Fair", mutuando la definizione di questa nuova mappa politica dalla rivoluzione concettuale che ha conosciuto la Rete. "La mobilitazione, oggi, è più reticolare e interattiva". E sia dunque. Addio "No global". Ecco i ragazzi del "2.0".

(30 maggio 2009)

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