Le verità affondate da Sibari a Mogadiscio

Posted on 30 settembre 2009

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di Marco Bucciantinitutti gli articoli dell’autore

Le storie andrebbero raccontante dall’inizio ma questa bisogna prenderla per la coda, e risalirla con tenacia e per amore del vero. Forse svelerà vent’anni di affari, di omicidi lontani e di stragi vicine, nel mare di casa. Nei bidoni del Cunsky può esserci il veleno e forse si nasconde anche un capitolo del libro di questo Paese. Ci sono vittime da onorare, debiti da saldare con i familiari di innocenti uccisi. Una stella, la più luminosa, in fondo allo Ionio: si può cominciare dal 21 settembre del 1987, quando la Rigel s’inabissò al largo del golfo di Sibari. Rigel è un nome da romantici: è la stella più nitida della costellazione di Orione. Affondò fino ai mille metri di quel tratto di mare, sprofondo perfetto per occultare qualunque cosa. Nessun Sos venne lanciato e non ve n’era bisogno: ad attendere l’equipaggio c’era una nave jugoslava diretta in Tunisia. Fu provato il naufragio doloso e l’armatore fu condannato per truffa all’assicurazione (i Lloyd’s di Londra).

A quella data dunque era già oliato il traffico di rifiuti tossici. Un esposto di Legambiente avviò l’inchiesta che il procuratore reggino Francesco Neri condusse insieme al capitano di vascello Natale De Grazia. L’inchiesta fu archiviata per l’impossibilità di proseguire le indagini in assenza del relitto.Ma i due batterono quella pista, trovando conferme – nel 1995 – in una nota appuntata sull’agenda di Giorgio Comerio, industriale lombardo che si era appropriato di un’idea dell’Ispra (istituto per la ricerca ambientale che lavora per Euratom): smaltire i rifiuti nocivi non più in cavità geologiche ma nel profondo del mare. Fu l’Onu a impedirlo, vietando con una convenzione lo sversamento di materiale pericoloso sui fondali marini. Comerio rivendette il progetto alla mala e agganciò i governi di mezzo mondo. Nell’appunto ritrovato nella sua villa a Garlasco c’era scritto che la Rigel trasportava rifiuti pericolosi e rientrava tra le 50 affondate. Gli spazzini erano le cosche dei luoghi, ricompensate a dovere. La scoperta dette un senso all’arenaggio della Jolly Rosso sulla spiaggia di Amantea (40 km a sud del Cunsky). La nave era partita dalla Spezia con diecimila fusti di sostanze tossiche recuperate in Libano. Barili che non furono rinvenuti e che si teme siano interrati in zona. A distanza di 19 anni parlano i morti: i casi di tumore nei comuni di Serra D’Aiello e Aiello Calabro sono sopra la media. Sulle acque del limitrofo torrente Olivo esistono analisi controverse, alcune proverebbero la presenza di scorie radioattive. I porti diprovenienza- lo sanno i servizi segreti e lo sa anche De Grazia e lo annota – sono quelli del Tirreno Tosco-Ligure. In uno di questi scali si consuma la più grande tragedia nella storia della marina mercantile. È il 10 aprile 1991, alle ore 22.26 il traghetto Moby Prince in servizio di linea tra Livorno e Olbia, lancia il may day. Si è scontrato con la petroliera Agip Abruzzo. Il Moby ha mollato gli ormeggi da poco. S’infiamma, è ancora vicina alla città, il rogo si vede dalla Terrazza Mascagni e nonostante questo i soccorritori la raggiungono alle 23.35, quindi 59 minuti dopo la richiesta d’aiuto. Il ritardo costò la vita ai 140 a bordo del Moby: si salvò solo il mozzo Alessio Berthrand. Cosa accadde non si è mai saputo.

I processi sono finiti additando «il destino cinico e baro», come disse un pm. Quella sera in porto c’era molto traffico: cinque navi affittate dai militari americani che rientravano con le armi inusate nella guerra del Golfo. Per riportarle a Camp Darby o per trasbordarle su altre imbarcazioni? I registri del porto piazzano tra le navi in movimento quella sera il 21 Octobar II, peschereccio che tre anni dopo comparirà in un’inchiesta sul traffico d’armi con la Somalia: lo scovò Ilaria Alpi, che indagava su queste compravendite. Forse Moby e Agip si scontrarono per evitare le navi che stavano mercanteggiando armi. Sicuramente il ritardo dei soccorsi consentì di ripulire la scena dalle presenze proibite. Le armi in Somalia servono sempre. La guerra è perenne. E anche nel Corno d’Africa si producono rifiuti. Lo sa bene Comerio, che si propone ai governanti africani: ai somali offre 5 milioni di dollari per inabissare le ingombranti scorie radioattive. Fax spediti dalla lombardia e destinati ai capi fazione dimostrano tangenti e commesse. Sono documenti acquisiti dalla commissione d’inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi. Ma prima di lei e dell’operatore Miran Hrovatin – trucidati a Mogadiscio il 20 marzo del 1994 – in Somalia (a Balad) era stato ucciso anche il maresciallo del Sismi Vincenzo Li Causi, già attivo nella struttura paramilitare Gladio. Per gli inquirenti italiani, Li Causi si sarebbe interessato all’operazione Urano (un progetto di smaltimento di rifiuti tossico- nocivi e di scorie nucleari, in Somalia e in altri Paesi africani) e avrebbe manifestato una crescente inquietudine. S’è confidato con Ilaria Alpi? Il maresciallo dei Carabinieri Francesco Aloi, che fu in servizio al comando della missione Ibis in Somalia, i due si conoscevano. Che Ilaria avesse contatti con un uomo del Sismi l’hanno affermato anche l’operatore della Rai Alberto Calvi e Giancarlo Marocchino, imprenditore italiano a lungo presente in Africa. La Alpi conosceva una parte di questa storia. Che nelle testa del capitano De Grazia si era ingigantita: il 12 dicembre del 1995 sta raggiungendo La Spezia per cercare nei registri navali i nomi di circa 180 imbarcazioni affondate intorno alle coste meridionali e partite da quell’area. Ci pensa su, mentre un misterioso malore lo stronca sul sedile posteriore dell’auto che lo porta verso la verità.

28 settembre 2009

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Posted in: La Bella Italia