MASSIMO GIANNINI – L’élite che resiste

Posted on 1 ottobre 2009

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IL COMMENTO

Le ragioni del Mercato contro le incursioni dello Stato. La scelta di Intesa-Sanpaolo e Unicredit, che in un momento come questo hanno deciso di non sottoscrivere i Tremonti Bond, è coraggiosa. Per non dire temeraria. Nella crisi più acuta del capitalismo finanziario, che spinge le nuove leve della politica a riappropriarsi delle vecchie leve dell’economia, i due maggiori istituti di credito italiani decidono di rifiutare l’aiuto pubblico, affidandosi al mercato e fidandosi delle proprie forze.

"Atti sediziosi", per usare una formula che fu cara a Guido Carli: il ministro del Tesoro deve giudicarli così. Non si spiega altrimenti il suo nuovo attacco alle banche: "Preparano la prossima crisi, e non fanno uno sgarbo a me ma alle imprese". Tremonti sembra accecato dall’ideologia e dominato dalla demagogia. I banchieri sono colpevoli di tutto. Apolidi e irresponsabili, non sono eletti e non rispondono a nessuno, se non al proprio portafoglio. Dunque, come ha dimostrato la "tempesta perfetta" di questi due anni, sono i veri colpevoli del "fallimento mercatista". E dunque, come ha dimostrato lo scandalo dei superbonus, sono i veri "nemici del popolo". Fino a ieri lo hanno affamato, ingigantendo il debito collettivo e inseguendo il profitto individuale. Ora affamano le imprese, negandogli il credito e non sfruttando le opportunità di ripatrimonializzazione offerte dal governo.

Lo schema tremontiano non regge da un punto vista economico. Non perché le banche non abbiano molte responsabilità nella crisi di fiducia planetaria e alcune responsabilità nella crisi di liquidità domestica. Ma sul piano internazionale le hanno ampiamente condivise con governi miopi, autorità di vigilanza distratte, agenzie di rating accomodanti. E sul piano interno le condividono con un sistema industriale purtroppo allo stremo delle forze, e dunque sempre più difficile da finanziare. Qualche dato di sistema aiuta a capire. Tra il marzo 2008 e il marzo 2009, a fronte di un crollo del 21,1% della produzione industriale e del 19,8% dell’export, il credito alle imprese è cresciuto del 4%. Tra il 2007 e il 2008 le sofferenze sono esplose dal 16,6 al 79,4%. Anche qualche dato specifico sulle due più grandi banche italiane aiuta a capire perché, oggi, hanno detto no ai Tremonti Bond. Corrado Passera ha scelto la via delle cessioni e delle obbligazioni ibride, per 1,5 miliardi, perché in questo modo aumenta il patrimonio di vigilanza (e dunque la possibilità di erogare più credito) con un costo netto, per la banca, che supera di poco il 6%. Sottoscrivendo i Tremonti Bond, secondo le valutazioni di mercato, avrebbe speso tra il 12 e il 22%. Alessandro Profumo ha scelto la via della doppia ricapitalizzazione (in Italia e all’estero) perché così incassa capitale permanente, mentre quello in aggiunta con i Tremonti Bond avrebbe dovuto rimborsarlo, e perché con la valutazione positiva delle agenzie di rating può abbattere l’intera filiera dei costi, compreso quello di offerta del credito alle imprese.

I due banchieri sono concordi nel ritenere i Tremonti Bond uno "strumento utile". Ma per il tempo in cui furono lanciati, cioè un anno fa. Allora servirono a stabilizzare i mercati e a dare un messaggio di fiducia per i risparmiatori. Oggi non sono più necessari. Passera continua a garantire che la sua banca già finanzia il Sistema Italia per 470 miliardi di euro, e che anche nell’ultimo anno i finanziamenti aggiuntivi alle imprese hanno raggiunto i 17,9 miliardi. Profumo continua a ripetere che già oggi la sua banca finanzia il 23% di imprese con i conti in rosso e il 16% di imprese che guadagna meno del 2%. Pretendere che gli istituti di credito eroghino mutui a pioggia a chiunque ne faccia richiesta, in questo momento, è come chiederne il suicidio. Il grosso delle aziende che oggi chiede prestiti, infatti, è sull’orlo del fallimento. Se le banche intervengono, rischiano prima o poi di andargli dietro. E anche le banche, piaccia o no, sono imprese che devono operare con logica d’impresa.

Ma lo schema tremontiano non regge neanche dal punto di vista politico. Oltre all’elevato costo finanziario, il "prezzo" più alto implicito nei Tremonti Bond è anche di natura politica. La banca che sottoscrive quei titoli si ritrova il Tesoro in casa, che impone addirittura il livello di crescita degli impieghi. Questo non è riformismo liberale. È "dirigismo reale". Ed è confortante verificare che, di fronte alla fragorosa e vergognosa campagna del centrodestra contro le "élite", c’è un pezzo di establishment che resiste. Non si piega né al potere dominante, né al conformismo dilagante. Ma è altrettanto triste constatare che ormai, in questa Italia, persino un atto di fiducia verso il mercato si trasformi, suo malgrado, in un gesto di sfida alla politica. Anche questo ci dice molto, sulla cattiva qualità della nostra democrazia.

m.giannini@repubblica.it

(1 ottobre 2009)