Teatro in trincea: Saviano al Piccolo di Milano

Posted on 7 ottobre 2009

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di Maria Grazia Gregoritutti gli articoli dell’autore

C’è un gran silenzio al Teatro Studio. In scena c’è Roberto Saviano, l’autore di Gomorra, romanzo verità che ha scosso le coscienze, come il film che ne è stato tratto. Ma in scena c’è anche Roberto Saviano ragazzo di trent’anni costretto a vivere sotto scorta per avere avuto il coraggio di denunciare gli orrori della mafia e quelli di tutti i paesi del mondo in cui uomini e donne hanno sacrificato la vita in nome della libertà e della giustizia. È lì tutto solo nella magica elisse del Teatro Studio: a fargli compagnia un leggio, una sedia, un mucchio di fogli.

Saviano è qui «da abusivo», per raccontare e raccontarsi, e dirci che ha scelto il teatro, perché gli pare un luogo puro, un luogo «altro» dove raccontare, ma anche incontrare gli sguardi, sentire il respiro della gente. Costretto a una solitudine molto sorvegliata ci fa capire che nulla vale la vicinanza, il confronto, la condivisione. Questo incontro – accolto da un fiume di applausi – che è molto diverso e per certi aspetti molto di più di uno spettacolo, si intitola La bellezza e l’inferno che è anche il titolo di una sua raccolta di scritti pubblicata da Mondadori. Saviano parte da quei testi, per ricrearli quasi a zig zag, in un percorso da scoprire a poco a poco con l’aiuto della regista Serena Sinigaglia che gli ha creato attorno una rete di piccoli richiami e suggestioni, con diapositive e una colonna sonora quasi autobiografica.

Teatro politico? O forse non piuttosto vita, la nostra e quella degli altri, da condividere, da raccontare? Fabulatore nato Saviano ci guida attraverso le parole con voce piana che ne dilata la sacralità per dirci di bellezze che nascono dal sacrificio anche estremo, di orrori che perpetuano la violenza più efferata. Tutto è chiaro fin dall’inizio nella folgorante «dedica» alle morti atroci di due ragazze iraniane: Neda Soltani morta in diretta sui web di tutto il mondo; Tarameh Moussavi assalita per strada, violentata atrocemente e uccisa dalla polizia. Due dediche che sono un pugno nello stomaco per chi ascolta. Ma da dove viene questa bellezza che può anche trasformarsi in orrore e questo orrore che può trasformarsi in bellezza? Saviano ne è certo: dall’eterna contrapposizione fra bene e male. Emblematici, a questo proposito, gli sembrano Alfred Nobel che ha saputo mutare il senso di colpa per l’avere inventato la polvere da sparo mettendo le sue fortune al servizio dell’intelligenza e dell’arte e il generale russo che ha inventato, dandogli il suo nome, il kalashnikov, il famigerato AK47. Eccolo: Saviano ce lo mostra dopo averci spiegato come funziona e lo fa girare fra il pubblico perché ci si possa rendere conto della sua materiale, ottusa potenza, della terribile violenza che porta con sé. È il kalashnikov che tenevano in mano i due ragazzini di Gomorra, nello loro folle corsa al volere essere «grandi» a tutti i costi, l’arma preferita dalla mafia, usato in tutte le luride guerre che infangano i paesi più poveri o più corrotti, il «compagno» delle foto di Bin Laden. È il kalashnikov della mattanza mafiosa contro gli africani di Castel Volturno dove tutto è abusivo.

La bellezza è l’Africa di Miriam Makeba che muore proprio lì dove è venuta a cantare per quei morti ma anche quella dello scrittore nigeriano Ken Faro Wiwa, ucciso dopo molte torture, votato alla difesa delle popolazioni del delta del Niger la cui vita è stata distrutta dalla strapotere di una multinazionale come la Shell, in combutta con il governo. Eroismi assoluti e eroismi quotidiani. Esseri straordinari come il grande pianista jazz Michel Petrucciani, un corpo da nano, le ossa che si spezzano e due mani formidabili. Oppure Lionel Messi grande giocatore del Barcellona che per sconfiggere il suo nanismo si sottomette a cure tremende per potere arrivare a circa un metro e cinquanta di altezza, ma che è nell’epopea del calcio o Maradona rimasto nel cuore di Saviano ragazzino che andava allo stadio con suo padre… E Varlam Salamov, grande scrittore russo, vent’anni di gulag per avere scritto una poesia contro Stalin, simbolo di come la letteratura faccia paura al potere criminale, lo stesso che anni dopo ha ucciso Anna Politkovskaja sulla soglia di casa… Saviano ce li racconta perché sono la sua epopea, per tramandarne la memoria.

07 ottobre 2009

Posted in: Los de abajo