Latouche: «La società dei consumi è un totalitarismo soft. Ma prima o poi crollerà»

Posted on 18 ottobre 2009

0


 

di Felicia Masoccotutti gli articoli dell’autore

 

Viviamo in un sistema che è una forma di totalitarismo soft, del quale siamo complici. Questoè la società dei consumi e della crescita del Pil a tutti i costi per Serge Latouche, professore universitario e un po’ filosofo, come lui stesso si è presentato ai tanti ragazzi e ragazze, donne e uomini che ieri pomeriggio affollavano l’aula magna del liceo Morgagni nel quartiere romano di Monteverde. Erano lì per sentir parlare di «decrescita », anzi di «decrescita felice», un appuntamento voluto dall’associazione Reti di pace. Decrescere per opporsi a quel «totalitarismo» che, spiega l’economista francese nel seminario tenuto con il saggista Maurizio Pallante, felici certo non rende.

Né negli anni della dittatura della crescita del Pil, è migliorata la qualità della vita. Professore, lei teorizza la bontà del decrescere, del meno che riempie. Quest’anno l’Italia chiudeconil Pila-6%: nell’opinione comune è un dato inquietante e disperante. Come si fa a sostenere il contrario?

«Sonod’accordo che la crescita negativao debole chei Paesi occidentali stanno conoscendo sia una cosa tragica, perché viviamo in una società di crescita e quando la crescita non c’è è una tragedia: c’è più disoccupazione, ci sono meno soldi da investire in istruzione, cultura, salute, ambiente. Maallo stesso tempo la crescita ci porta alla distruzione del pianeta. La quadratura del cerchio consiste nell’uscire dalla società di crescita, divorziare da questo sistema che è conosciuto dall’occidente in tempi relativamenterecenti perché per secoli le società hanno vissuto – alcune bene – fuori da questa logica geometrica di crescere sempre di più, di distruggere, di inquinare sempre di più. Dobbiamo inventare un futuro sostenibile che sarà sicuramente una società di sobrietà. È questa l’idea che c’è dietro lo slogan – perché è uno slogan – della decrescita».

La crisi che stiamo vivendo e che ha svelato i limiti dell’attuale sistema, può aiutare a far imboccare la via dello sviluppo sostenibile?

«Sicuramente. Non a caso sempre più gente parla di decrescita. Possiamo dire che l’era della crescita sia finita. Abbiamo il “privilegio” di assistere non in Tv,main diretta, al crollo della società occidentale. Davanti a una crisi così non basta essere un economista, bisogna essere un po’ filosofi e magari prendere in prestito una battuta diWoody Allen quando dice che in una situazione così ci sono due strade: una porta alla scomparsa del genereumano, l’altra alla disperazione totale. Ecco, io credo ci siauna speranza, si chiama decrescita, è una terza via che permetterebbe di uscire dalla trappola scomparsa-disperazione ».

Quali sono le dimensioni di questa trappola?

«La società occidentale per secoli ha fatto fatica a crescere, perché si produceva molto ma non si consumava abbastanza. Solo dopo la seconda guerra mondiale si è trovata la “soluzione”: la società dei consumi, la crescita infinita per l’eternità.Chepoggia su tre pilastri: la pubblicità, il credito, l’obsolescenza programmata. La pubblicità crea il desiderio di consumare, rende perennemente insoddisfatti di ciò che abbiamo: porta l’infelicità perché dobbiamo essere infelici in modo da desiderare sempre qualcosa da comprare. Ma per farlo servono sempre più soldi e ci indebitiamo. Ed ecco che il credito fornisce i mezzi per consumare. Infine c’è l’obsolescenza ricercata, programmata: siamo costretti a consumare, perché i nostri oggetti si rompono molto più di prima e riparare costa più che comprare oggetti nuovi, i quali costano poco perché sono prodotti con lavoro pagato niente».

E si apre il capitolo dello smaltimento dei rifiuti che porta a un altro, quello del riciclo…

«Ogni giorno si gettano oggetti che contengono materie preziosissime. Si pensi ai cellulari, contengono il coltan, un minerale che si trova in Congo. Le multinazionali si fanno la guerra attraverso le tribù africane per contenderselo. Possiamo dire che i nostri cellulari sono bagnati col sangue africano che, a quanto pare, non conta nulla. Possiamo dire che viviamo in un sistema che è una forma di totalitarismo soft, dolce, del quale siamo complici. Tutto questo porta alla scomparsadella specie umana ».

Ed è la prima strada da evitare. Quando inizia quella della disperazione?

«È iniziata il 16 settembre 2008 con il fallimento della Lehman Brothers».

Cioè l’inizio della crisi finanziaria ed economica che stiamo attraversando. Sempre meglio della scomparsa.

«Diciamo che da un certo punto di vista la crescita negativa è una buona cosa: c’è meno distruzione ambientale, meno “effetto serra”, si bruciano meno risorse, meno petrolio. Anche lavorare meno può avere il suo lato positivo, c’è più tempo per fare cose che normalmente non si fanno. Ma così come non c’è niente di peggiore di una società laburista senza lavoro, ugualmente non c’è niente di peggiore di una società di crescita senza crescita. Si deve uscire da questa società per lasciare la strada della disperazione».

Lei lo crede davvero possibile?

«Certo, tutte le società prima del Seicento, del Settecento, dell’Ottocento (anche la nostra) già vivevano in una società di crescita,mavivevano materialmente con una certa sobrietà che non impediva la gioia di vivere e la felicità».

E siamo alla terza via.

«È quella della decrescita. È una parola provocatrice perché viviamo nel culto della crescita che sembra sia cosa di cui non si può fare a meno. Più precisamente la decrescita è uno slogan: viviamo inunmondofinito, incompatibile con una crescita infinita».

Lei prospetta una rivoluzione. Ma per qualcuno potrebbe essere un ritorno indietro, non trova?

«Non si tratta naturalmente di decrescere per decrescere, sarebbe una stupidità. Per questo abbiamo aggiunto l’aggettivo “felice” perché vogliamo far crescere o recuperare la gioia di vivere attraverso il miglioramento dell’acqua, dell’aria, del modo vivere. vogliamo meno stress, meno cancro, meno malattie generate dall’inquinamento. Vogliamo migliorare la qualità della vita. Tutte cose che la crescita ha distrutto. Sarebbe assurdo preconizzare la decrescita per la decrescita come lo è preconizzare la crescita per la crescita: eppure tutti i nostri governi dicono che bisogna sempre crescere. Noi diciamo che bisogna far crescere una cosa anziché un’altra, le energie alternative anziché il nucleare, ad esempio».

Uno slogan, una parola provocatrice: in che altro modo si può definire la decrescita?

«È la costruzione di una democrazia equosocialista. È una matrice, non si può costruire la stessa società nel Texas e nel Chiapas. La società della crescita è stata unidirezionale, ha schiacciato le diversità culturali e omologato tutto il mondo. Occorre uscire dal mercato unico e dal pensiero unico, dobbiamo uscire dall’unidirezionalità dell’economia per ritrovare la diversità della storia».

“La scommessa della decrescita”, questo il titolo del suo libro. Perché una scommessa?

«Io credo che tutti aspiriamo a un mondo migliore, c’è una forza che ci attrae verso un mondo migliore. Ma è difficile rinunciare ai bonus del modello attuale. L’attrazione non basta per vincere la tossicodipendenza dei consumi. Rimane quindi un bel calcio nel sedere, cioè il peso della necessità, la minaccia della catastrofe. Forse per questo l’umanità imboccherà la strada della democrazia equosocialista ». Sarà costretta a fare di necessità virtù? Se non riusciamo a farlo, non sarà la fine della società occidentale, ma dell’umanità».

17 ottobre 2009

Posted in: Ekonomy