Anna Lombardi – Gomorra Pop

Posted on 13 novembre 2009

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Cantano storie di strada, di amore e di malavita. Proprio come nell’hip hop e nei “corridos” messicani che, a volte, esaltano i Narcos. Ecco alcuni video dei neomelodici che cantano la realtà

Foto Mauro D'AgatiFoto Mauro D’Agati

L’ultimo dei neomelodici? Sir Elton John. Sì, proprio lui, inaspettata vedette dell’ultima Piedigrotta, la festa che da oltre un secolo, a settembre, lancia i nuovi big della canzone napoletana. Ma il look sgargiante che ben s’intona alle mise eccentriche dei cantanti partenopei (occhiali viola, tight nero con ricami a fiori, maglia lilla, pantaloni gialli) e l’inserimento fra un brano e l’altro di O’ sole mio non sono bastati a far appassionare il pubblico di Piedigrotta all’autore di Your Song. Sarà che adesso a Napoli impera il Pop Nap Sound, che contamina la canzone melodica con ritmi funky, house, soul e latinoamericani. Sarà anche che qui la gente è abituata a divi locali che puoi chiamare al telefono (trovi i loro numeri privati sui rispettivi siti) e con cui è facile sedersi a tavola (allietare matrimoni, battesimi e compleanni è la loro principale occupazione). Fatto sta che lo scorso settembre il concerto gratuito di Elton John chiamato a rilanciare il festival e costato ben seicentomila euro ha portato solo trentamila persone in una piazza che ne contiene il triplo. Ventimila in meno dell’anno scorso, quando sul palco si sono esibiti Alessio, Raffaello, Rosario Miraggio, Luciano Caldore, Franco Ricciardi, Antoine e Ciro Ricci, insomma il gotha dei neomelodici napoletani.

«Elton John è un grande» ha commentato dalle pagine locali di Repubblica Bruno Venturini, vecchio maestro della canzone napoletana, «ma con Napoli non c’entra. Non si può fare una Piedigrotta senz’anima e senza cuore». Anema e core: la miscela che da sempre sta alla base di quella «canzone napoletana» di cui ciclicamente annunciamo la morte e che sempre risorge dalle sue ceneri. Quest’anno è salita perfino sul podio del festival nazionalpopolare per eccellenza, Sanremo, dove Non riesco a farti innamorare di Sal da Vinci si è aggiudicato il terzo posto. Uno stile, quello neomelodico, che ha le sue radici nelle canzoni classiche del secolo scorso, quelle, per intenderci, di Salvatore di Giacomo e Roberto Murolo: già nel dopoguerra trasformate nella «sceneggiata» dai cantanti «di giacca» capitanati da Mario Merola. «Ora siamo alla terza generazione di neomeolodici» racconta Pierpaolo De Iulis, che con Tiziano Tarli ha scritto Vesuvio Pop. La nuova canzone napoletana (Arcana) appena uscito in libreria.

«Musicisti che non solo fanno impazzire le ragazzine napoletane, ma riempiono le piazze del sud d’Italia, da Palermo a Bari, e hanno seguito nelle periferie di Milano e Torino – per non parlare d’Oltreoceano. Molti di questi cantanti sono entrati nella colonna sonora di Gomorra (e su questo il gruppo hip hop Co’ Sang polemizza, vedi a pag. 81) e sono consapevoli di avere fra i loro fan personaggi di quel mondo. Succede che se non vai a cantare a certe feste, lo ha raccontato di recente Gigi D’Alessio, ti arrivino brutte minacce. Anche se poi da qui a essere affiliati ne passa». Eppure tre anni fa l’allora ministro Amato aveva definito i neomelodici «espressione di una cultura che fa del camorrista un eroe, del carcerato una figura positiva, e di chi li denuncia un infame». Era una definizione esagerata? «I neomelodici sono lo specchio della loro realtà (proprio come l’hip hop: due facce della stessa medaglia? vedi a pagina 78, ndr)» rispondono i due autori. «Le loro canzoni parlano di disagio giovanile, di ragazze innamorate di uomini sposati, di mogli di latitanti, ma anche della difficoltà a pagare l’affitto, a trovare un lavoro e perfino di violenza domestica e aborto. Tutto condito da anima e cuore, è vero. Ma sono anche ragazzi che danno un esempio positivo, che escono da quartieri difficili con le loro forze. Cantare, insieme al calcio, è il nuovo sogno dei poveri: ieri a Napoli volevano essere tutti Maradona, oggi Alessio o Raffaello». E l’indotto, le case di produzione di cui molte si dice siano in mano alla malavita? «Che la camorra produca i loro dischi, ci credo poco: semmai il contrario, su dieci copie vendute, una porta guadagno all’artista perché venduta legalmente, le altre sono copie pirata il cui commercio non si capisce bene da chi sia gestito…».

Le vendite. Da queste parti ottenere cifre certe, è impossibile. Chillo va pazzo pe’ te, la canzone di Ciro Ricci del 1996 il cui testo è firmato dal boss Luigi Giuliano (che, fatto ancor più assurdo, per vedersi riconosciuti i diritti d’autore intentò addirittura una causa) secondo gli addetti ai lavori ha venduto quattrocentomila copie. Ma non sono mai state certificate da una classifica ufficiale. A rilanciare negli anni 80 la

melodia napoletana furono Nino D’Angelo e il suo «caschetto d’oro»: «Abbandonò i temi della guapperia e la visione di una Napoli oleografica per cantare la vita di tutti i giorni. Col suo primo disco ‘A storia mia (‘o scippo), che l’allora gelataio della Stazione vendeva porta a porta per pagare l’avvocato al fratello scippatore, raggiunse un pubblico nuovo di ragazzi che si riconoscono nelle sue storie». Nonostante il successo di pubblico e di vendite non fu semplice sdoganarsi. A rompere il tabù fu Miles Davis: di passaggio a Palermo, nel 1986, fece incetta di quelle musicassette che sentiva ovunque e pochi giorni dopo, in un’intervista, disse: «Ho sentito un’italiano che mi ha scioccato. Vorrei suonare la sua musica…». All’epoca solo due nomi eguagliarono il successo di Nino: Patrizio – primo «scognomato» del genere (d’altronde si chiama Esposito) – che, morto di overdose a ventiquattro anni, è diventato una sorta di Jim Morrison vesuviano, mito maledetto ancora gettonatissimo. E il siciliano Carmelo Zappulla, primo di una lunga schiera di neomelodici nati fuori Napoli.

«Che cantano in napoletano» dice De Iulis, «perché come Nashville è il riferimento del country e New Orleans del blues, Napoli e il suo dialetto lo sono per chi si cimenta con questo stile». Negli anni 90 la scena neomelodica è rinnovata da Gigi D’Alessio: «Abilissimo a sfruttare il potenziale dei canali televisivi privati che trasmettevano dediche in diretta». Il suo concerto allo Stadio San Paolo, nel 1997, attira sessantamila persone e fa di lui un caso mediatico. Approda ai salotti della tv nazionale, Costanzo Show in testa, e fa un film, Annarè, che a Napoli e dintorni ha più successo di Titanic. L’attenzione per la rinata canzone napoletana è tale che viene pure indetto un premio: il MeloGrammy, un San Gennaro con l’aureola in vinile. Ma se Gigi D’Alessio sfonda, a molti altri il salto non riesce. Tanto che Luciano Caldore, la promessa del dopo D’Alessio, preferisce restare nella sua nicchia. Convinto che è «meglio essere primo a Napoli, che l’ultimo in Italia». La nuova generazione? «Siamo l’upgrade delle precedenti» dice Raffaello, capofila con Alessio e Tony Colombo del Pop Nap Sound, come li hanno ribattezzati. Per loro, realizzare un cd, spesso autofinanziato, non serve tanto a vendere, quanto ad attivare una rete di amici e parenti che li faccia entrare nel circuito delle feste: matrimoni, battesimi, compleanni. Per quelli veramente bravi, l’ultima speranza è Internet: capace di trasformare in fenomeno della rete anche l’ugola d’oro nata nella più feroce delle periferie…

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