Marco Damilano – La legge di Silvio

Posted on 16 novembre 2009

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Il freno ai processi è il primo passo. Poi il ritorno dell’immunità. Per Berlusconi è la battaglia decisiva. Tra la tregua con Fini, le lusinghe a Casini e il sostegno a D’Alema

Il Grande Patto su cui Silvio Berlusconi si gioca tutto non è quello uscito dal tempestoso incontro con Gianfranco Fini nello studio del presidente della Camera al primo piano di Montecitorio la mattina di martedì 10 novembre. Il mini-compromesso sul processo breve, semmai, è l’ennesimo capitolo della sfida tra il premier e il suo ex delfino, sempre più desideroso di mettersi in proprio, con una gestione mediatica da far invidia al Cavaliere. La giornata del co-fondatore del Pdl era cominciata con il portavoce Fabrizio Alfano che gli aveva mostrato l’oroscopo di Branko al segno del capricorno, quello di Fini: "La Giustizia occupa tutti i vostri pensieri". E finisce in un grande albergo nel cuore dei Parioli. "Tutti i paletti che ho messo sono stati rispettati. Non gliene ho lasciata passare nemmeno una", si gonfia il doppiopetto l’ex leader di An prima di entrare nella sala gremita di fans che aspettano la presentazione del suo ultimo libro sul "Futuro della libertà": professionisti, giovani, pariolini, comunità ebraica, volti a sorpresa come l’ex presidente della Consulta Giovanni Maria Flick. In prima fila, una accanto all’altra, le donne che sostengono Fini nella sua partita con il premier: la compagna Elisabetta Tulliani e l’avvocato-deputato Giulia Bongiorno, il cervello che muove tutte le prese di posizione finiane sulla giustizia.

Ma il match che Fini giura di avere vinto è solo un tassello del Grande Patto berlusconiano di metà legislatura. Come in una maledizione, un sortilegio in cui Berlusconi è costretto a interpretare eternamente lo stesso ruolo, è la giustizia la madre di tutte le battaglie, il terreno di ogni scontro e il laboratorio delle intese più spericolate. Chiudere definitivamente, dopo quindici anni, la partita con la magistratura. Imporre la supremazia del potere politico sugli altri organi dello Stato, a partire dalle toghe. Ripristinare l’immunità per i parlamentari, l’articolo 68 della Costituzione abrogato dal Parlamento nel 1993, nei mesi di Tangentopoli. Riscrivere la Carta costituzionale, partendo dalla sovranità popolare che, nell’idea del premier, mette su un gradino più alto di tutti gli altri chi la riceve: lui, Berlusconi, e chi altri.

Un accordone che scavalca i confini della maggioranza e che nei piani del premier deve arrivare a coinvolgere l’opposizione, il Pd di Pierluigi Bersani e soprattutto di Massimo D’Alema: la garanzia, ragiona l’uomo di Arcore, che questa volta si fa sul serio, che non ci saranno riforme da buttare nel cestino della carta straccia dopo tanto lavoro. Più che mai urgente, ora che i processi che lo vedono imputato sono entrati nel vivo e che il Palazzo sembra rivivere i giorni delle inchieste di Mani pulite. Nelle ore in cui si parla del processo breve a Montecitorio arriva la richiesta di arresto per il sottosegretario all’Economia Nicola Cosentino, accusato di essere al servizio del clan dei casalesi. Grande agitazione in Transatlantico: Luigi Cesaro, detto Giggino, l’amico del cuore di Cosentino, salta da un divano all’altro. Seduto su un termosifone discute con Mario Landolfi, anche lui tirato in ballo dai pentiti, si sbraccia con l’ex sottosegretaria Jole Santelli, si lamenta con il ministro Elio Vito. Scorrono i veleni: contro il vice-capogruppo alla Camera, il finiano Italo Bocchino, "il frocetto " che gli amici di Cosentino considerano il capo del complotto contro il sottosegretario. "È stato il quotidiano "Roma", di cui Bocchino è editore, a scrivere per primo della richiesta di arresto in arrivo ", sbraitano. "E che fine ha fatto l’inchiesta su Globalservice e gli appalti di Alfredo Romeo?", per cui i magistrati napoletani chiesero l’arresto di Bocchino. In quell’occasione, ricordano, Fini ricevette Bocchino e gli offrì solidarietà. Mentre su Cosentino il presidente della Camera ha messo la pietra tombale in pochi minuti: "Non può candidarsi alla presidenza della Campania".

Questo è il clima che si respira nel Pdl, non c’è da stupirsi che il Cavaliere tenga aperto un doppio binario. Il piccolo colpo di spugna, che serve a cancellare i processi che lo vedono imputato, il caso Mills, i diritti televisivi Mediaset, e l’arma finale che smantelli pesi e contrappesi democratici e consacri il suo potere. Leggi ad personam furono, nella legislatura 2001-2006 dominata dalla maggioranza Forza Italia-An-Lega con l’Udc, il provvedimento sulle rogatorie nel 2001, la legge Cirami del 2002 sul legittimo sospetto, il lodo Schifani del 2003, la prima sospensione dei processi per le alte cariche dello Stato dichiarata incostituzionale dalla Consulta, fino al lodo Alfano di un anno fa e alla nuova sentenza di incostituzionalità dell’alta Corte del mese scorso. In mezzo emendamenti salva-Previti, leggi Cirielli, ddl sulle intercettazioni, norme sulle carriere dei giudici e sulla composizione del Csm.

Marchingegni spesso dichiarati illegittimi o inapplicabili dagli organi di garanzia, che hanno scandito quindici anni di guerra personale contro i magistrati. Dopo la bocciatura del lodo Alfano, e il terrore berlusconiano di rimanere senza uno scudo di fronte ai processi, la giostra è ripartita.

Niccolò Ghedini

Il primo fronte è quello della leggina per evitare una condanna devastante sul piano politico, affidata come sempre alla fantasia dell’avvocato Ghedini. Nella sua doppia veste di legale del premier e di legislatore lo spiritato "Mavalà" sta facendo gli straordinari. Sempre con il codice di procedura penale con la copertina bianca e verde sotto braccio, al punto di portarselo perfino nella toilette di Montecitorio nelle ore più calde della trattativa, stremato dalla collega di parte finiana Bongiorno, una ancora più cocciuta di lui, l’unica in grado di riconoscerne i cavilli e di smontarli pezzo a pezzo. Scambio di bozze tra i due, prodotte in numero successivo, uno, due, tre, quattro, cinque, sempre più contorte, barocche, ghedinesche. Prima la trovata della prescrizione breve, che avrebbe tagliato di un quarto i termini di prescrizione per i reati con pena non superiore ai dieci anni, avrebbe messo il premier al sicuro, ma avrebbe significato la certezza dell’impunità per migliaia di imputati, con 600 mila processi a rischio stop. Poi, il ripiego sul processo breve, accettato da Berlusconi durante il faccia a faccia con Fini tra urla e strepiti, con la riserva mentale di riproporre la prescrizione, magari con un apposito emendamento presentato da qualche peone ignoto al nuovo disegno di legge in arrivo al Senato. Anche perché il nuovo processo breve è già sotto tiro da parte dei giuristi: l’avvocato Raffaele Della Valle, che fu capogruppo di Forza Italia alla Camera nel ’94, lo boccia senza appello dalle colonne di "Libero": "Escamotage illegittimo".

Il secondo binario, quello politico, lo segue direttamente il Cavaliere. Ed è il prossimo fronte, quello aperto, solo in apparenza a sproposito, dal direttore del Tg1 Augusto Minzolini nel suo editoriale del 9 novembre. Mentre il mondo guardava a Berlino e alle celebrazioni per i vent’anni dalla caduta del muro, l’ex cronista squalo di Montecitorio si è presentato davanti alle telecamere per reclamare il ritorno dell’immunità parlamentare, "voluto in Costituzione da Togliatti e De Gasperi, che non erano due malandrini ", ha specificato Minzolini, con l’aria soddisfatta del liceale che ha imparato a memoria la lezione. Ben edotto, in effetti. Perché la mattina dopo è stato lo stesso Berlusconi a mettere sul tavolo di Fini la questione dell’immunità parlamentare. E il presidente della Camera, che nel ’93 capeggiava i cortei del Msi contro "i ladroni che assolvono il loro capobanda", come ebbe a dire il giorno del no della Camera all’autorizzazione a procedere per Bettino Craxi, ha dovuto ammettere che della cosa si può parlare.

Aprire la partita sull’immunità è la chiave di volta per rimettere mano, finalmente, alla Costituzione, non solo sulla giustizia ma anche sull’elezione diretta del premier. Uno strappo che serve a Berlusconi per sfuggire alla morsa in cui si sente ricacciato dagli alleati. Con Fini, ormai, i rapporti sono interrotti. Troppi i no pronunciati dal presidente della Camera in faccia al Cavaliere, che a essere respinto non è certo abituato. E troppa evidente, ormai, la pianificazione di una leadership alternativa, studiata con cura: libri, apparizioni in tv, convention con i giovani in prima fila e e il cielo azzurro alle spalle, come al romano hotel Parco dei Principi. Un berlusconismo senza Berlusconi, soft, rassicurante. Fini sa che la condanna del Cavaliere a Milano come corruttore lascerebbe una pesante macchia anche sulla sua carriera politica, essendone stato per oltre 15 anni il delfino. Il principio di un salvacondotto giudiziario per l’ex amico Silvio non è dunque in discussione: se vuole ereditare il berlusconismo il cofondatore del Pdl non può apparire come l’uomo che ha lucrato sulle disgrazie del premier. Ma, al tempo stesso, Fini si presenta come l’uomo del futuro, estraneo alle guerre del premier, per nulla interessato a farsi trascinare in uno scontro senza quartiere contro le toghe e il Quirinale. Una strategia di logoramento che comincia a dare i suoi frutti. "Di certo qualche mese fa Fini era un cane morto e ora si è rimesso al centro dei giochi", impreca un sottosegretario berlusconiano di stretta osservanza. "Con Bossi tratta lui. Con la sinistra discute lui. Con Napolitano parla ancora lui. E nel gruppo parlamentare anche i nostri fiutano l’aria e cominciano ad accreditarsi con quello che potrebbe essere il nuovo leader. Perfino alcune deputate che devono tutto a Silvio, hanno chiesto appuntamento a Fini…".

La Lega, per ora, resta fedele, sulla giustizia non muove un dito e aspetta il colpo grosso: la presidenza della regione Lombardia, sempre più a portata di mano, con il governatore Roberto Formigoni che potrebbe finire dirottato in Europa al posto dell’attuale commissario Ue Antonio Tajani, in corsa per la presidenza della regione Lazio.

Con alleati così, ragiona Silvio, meglio parlare con gli avversari. Con Pier Ferdinando Casini i rapporti si sono rasserenati. E l’Udc si mostra più che disponibile a discutere di giustizia. L’uomo del partito che segue la pratica, Michele Vietti, è stato per anni sottosegretario nel ministero di viale Arenula con il governo Berlusconi, fu lui a lanciare l’idea di un ritorno all’immunità parlamentare, perché dovrebbe tirarsi indietro ora? Ma il corteggiato speciale di Berlusconi è il Pd. Con D’Alema i contatti sono quotidiani: la posta in gioco è la nomina del leader che viene dal Pci alla poltrona di ministro degli Esteri europeo. Ma l’appoggio di palazzo Chigi alla candidatura D’Alema non resterà senza ricadute italiane. Più che uno scambio, una convergenza di opinioni. "Per la sinistra la sua nomina in Europa significherebbe l’uscita dalla palude. E sulla questione giustizia e sull’invadenza delle toghe D’Alema la pensa come noi", spiega Mario Valducci, tra i più vicini al premier. "L’accordo sulla riforma della giustizia consentirebbe ai due leader, Berlusconi e D’Alema, di concludere per il meglio la transizione italiana". E non solo: aprire il canale con Casini e con il Pd permette al Cavaliere di strappare a Fini la patente di uomo del dialogo sulle riforme. È questo il Grande Patto che sogna Berlusconi.

Il Pd ci starà? Di certo nel giorno della richiesta di arresto per Cosentino nessun esponente di spicco del Pd ha pronunciato la parola dimissioni per il sottosegretario. In compenso, nelle stesse ore, è arrivata l’autocritica su Mani pulite: "Cavalcare Tangentopoli per la sinistra fu un errore". Parola di Massimo D’Alema.

(11 novembre 2009)