Veronica Orrigoni – Musei: chi li ha visti?

Posted on 16 novembre 2009

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Tesori artistici abbandonati all’incuria. Servizi per i visitatori carenti. Così l’Italia non sfrutta il suo patrimonio. E le promesse di Bondi restano sulla carta

Villa Adriana  a Tivoli

Il coraggioso turista che in estate va a Tivoli per ammirare Villa Adriana, non trova neanche un tavolino all’aperto. Per lui non c’è neppure una sedia all’ombra su cui riposarsi prima di affrontare la visita della splendida dimora, costruita da Adriano nel Secondo secolo dopo Cristo. Guai doppi se poi in autunno si finisce sotto un temporale improvviso. Ad accogliere gli amanti dell’arte giunti fin qui dalla vicina Roma dopo un travagliato viaggio di un’ora e mezza, ci sono solo un bar e un minuscolo bookshop. E, per entrambi, i contratti di gestione sono scaduti da marzo 2007. Ancora oggi, non si sa quando verranno emessi i bandi per il rinnovo e come accade per la quasi totalità delle caffetterie, delle biglietterie e delle librerie situate nei tesori artistici d’Italia, chi manda avanti la baracca in questo momento è in pratica un ‘abusivo’. Se si considera poi il discutibile stato delle vestigia adrianee, inserite dall’Unesco nel patrimonio mondiale dell’umanità, non ci si deve stupire se a Tivoli il numero dei visitatori è identico a quello di 13 anni fa. Questo come tanti altri monumenti sono una risorsa che non viene sfruttata.

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Nel resto d’Italia la situazione non è molto diversa. Governo dopo governo, nessuno sembra essere mai stato in grado di valorizzare un patrimonio che non ha pari nel mondo. L’anno scorso il settore ha contribuito solo del 2,6 per cento al Pil nazionale; un punto percentuale in meno di Francia e Regno Unito. Il fatturato generato dal turismo culturale è stato di 141 miliardi di euro, ben lontano dagli oltre 200 di Spagna e Germania, che non vantano certo un’offerta artistica paragonabile alla nostra. E allora? La diagnosi è semplice: pochi fondi e risorse umane ridotte, beni in condizioni precarie e servizi lontani dai livelli esteri. Ma la ricerca della cura è molto più complicata.

Per trovarla, un anno fa Sandro Bondi, ministro dei Beni culturali, ha chiamato in soccorso Mario Resca, ex presidente di Mc Donald’s Italia. L’idea era quella di portare una ventata di managerialità in un sistema spesso soffocato dalla burocrazia. Ma il tanto atteso piano di rilancio non si è ancora visto. E, dal Parlamento al Web, le polemiche sulle presunte incompatibilità di Resca sono in aumento. Oltre alla poltrona nel consiglio d’amministrazione della Mondadori (proprietaria di Electa, uno dei principali attori nel settore dei servizi ai musei) e a quella in Italia Zuccheri Spa (proprietaria di una delle aree al centro dell’inchiesta su Giuseppe Grossi, il ‘re delle bonifiche’ arrestato per truffa e associazione a delinquere), sono molti i ruoli ricoperti dal manager che destano perplessità. Non ultimo, quello di presidente dal 2002 di Confimprese, l’associazione che riunisce le più importanti società operanti nel settore del commercio e del retail, dalla Illy caffè alla Ferrarelle, passando per Autogrill e la Crai. Tutte aziende con cui Resca ha voluto condividere le problematiche della sua nuova attività al ministero, invitandole a Roma il 5 novembre al convegno ‘Cultura, Turismo e Mercato’ non nella veste di dirigente statale, bensì in quella di presidente di Confimprese.

Ma cosa c’entrano i grandi nomi del commercio con l’Archeologico di Napoli e gli Uffizi di Firenze? La risposta può essere letta tra le righe delle ‘Nuove linee guida per la valorizzazione dei servizi aggiuntivi nei musei italiani’, uno studio della società di consulenza aziendale Roland Berger commissionato da Resca, che si trova sul suo tavolo da due mesi. Tredici pagine in cui il modello di riferimento diventa il Museo d’Orsay, con i fornitori per le diverse attività da ricercare tra le "aziende eccellenti nei propri mercati di riferimento". Un suggerimento che rende più vicina e credibile l’immagine di un Mc Donald’s all’interno degli Uffizi, sulla scia di quanto già accaduto al Louvre. Per servizi aggiuntivi si intende infatti tutto quello che è funzionale alla visita di un museo e la rende più piacevole.

Biglietteria, caffetteria, bookshop, didattica: mansioni che, dalla legge Ronchey, sono affidate dallo Stato ai privati tramite gare. Le Ati, Associazioni temporanee d’impresa, formate da cordate che vedono coinvolte le diverse realtà esistenti, hanno sempre vinto: le tre principali controllano l’85 per cento del mercato. Oggi però quasi la totalità delle concessioni dei 92 musei italiani è scaduta, e l’attesa per i nuovi bandi dal ministero dura in qualche caso da un paio d’anni. Qualche timido passo il dicastero l’ha fatto, ma con scarsi risultati. In Campania la gara regionale per alcuni rinnovi (tra cui accoglienza e ristoro nella Reggia di Caserta) è stata bloccata sul nascere, mentre a Milano quella sulla biglietteria del Cenacolo Vinciano e della Pinacoteca di Brera ha scatenato un putiferio. A vincere è stata la Skira (che ha Rcs come socio di minoranza), ma i concorrenti hanno contestato le modalità di assegnazione, denunciandoli come incongrui e facendo ricorso al Tar.

Le regole del passato, però, non piacevano neanche ai gestori privati, riuniti in Italia nell’associazione Confcultura: "Se non si cambia qualcosa, così è difficile andare avanti", commenta la presidente Patrizia Asproni: "Ci deve essere più liberalizzazione: solo in questo modo si riuscirà a valorizzare un patrimonio oggi sotto-utilizzato". Il risultato di uno Stato troppo attivo (ad esempio, spetta al ministero anche l’ultima parola sul merchandising venduto) è una libertà di manovra minima per chi ottiene le concessioni. Per questo gli operatori chiedono più flessibilità e autonomia su, ad esempio, orari, prezzi dei biglietti e l’organizzazione di mostre o grandi eventi. Non solo: l’iniziativa di un singolo museo non basta. Chiedono che in Italia si possa lavorare in Rete, con una maggiore connessione tra i singoli siti per creare circuiti territoriali che favoriscano, almeno nelle realtà più piccole, le indispensabili economie di scala. "Valorizzare non vuol dire ragionare solo da un punto di vista economico, dimenticando quello artistico. Se il museo guadagna di più grazie ad una serie d’iniziative d’alto livello, significa più fondi da utilizzare per la tutela e la conservazione delle opere e degli edifici. Chi da sempre opera in questo campo possiede un’esperienza che va sfruttata in questa direzione", continua la Asproni, la quale parla delle potenzialità anche in termini occupazionali di una gestione più redditizia. Qualche numero? L’anno scorso il solo bookshop del Louvre ha incassato 27 milioni di euro, mentre l’intero comparto italiano ne ha fatturati 40. Una cifra minima, ma che potrebbe raddoppiare, superando la soglia dei 100 milioni di euro offrendo opportunità di lavoro qualificato, soprattutto per i giovani.

I dati provengono dallo studio della Roland Berger a cui Resca s’ispira per stabilire i criteri dei bandi che potrebbe lanciare a breve: sembra che prima dell’inverno voglia finalmente chiudere una partita definita da mesi come "prioritaria". Oltre alla necessità di una maggiore progettualità, tra i primi interventi da mettere in atto secondo il documento c’è l’apertura del mercato agli operatori specializzati e al vertice nei loro settori. Leader che nel mondo dei bookshop è facile identificare come le grandi case editrici, già oggi impegnate a gestire questo servizio (Giunti, Mondadori, Rcs). Per i bar e le caffetterie, il pensiero corre subito ai grandi nomi della ristorazione italiana; Autogrill, Cir Food e Finifast per intenderci. Tutti soci di Confimprese. Tutti invitati al convegno del 5 novembre dal loro presidente.

(12 novembre 2009)

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Posted in: La Bella Italia