Silvia Ballestra – E il vento degli Ottanta portò via con sé i ragazzi degli anni 70

Posted on 19 novembre 2009

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Già il titolo aveva attirato la sua attenzione, poiché parlava di un fatto dolorosissimo che riguardava il suo paese e un caro ragazzo che aveva conosciuto bene. Sin dalle prime battute, poi, l’articolo s’era rivelato a dir poco sorprendente. Era una cronaca d’una sessantina di righe. Vi si diceva che a San Benedetto del Tronto era stata eseguita una serie di arresti relativi al rapimento (finito con l’uccisione, in agosto, aRoma)di Roberto Peci, fratello del famoso pentito delle Brigate Rosse, Patrizio. Dopo varie e accurate perquisizioni, lesse Aldo, cinque ragazzi di età compresa fra i diciannove e i venticinque anni erano stati fermati con l’accusa di banda armata e, appunto, concorso in sequestro. Gli arrestati erano tutti del luogo ed erano stati catturati la sera prima: la cosa gli parve subito clamorosa. Un’enormità. Ma fu quando arrivò ai nomi che rimase, letteralmente, a bocca aperta. I primi nomi dei fermati erano di due ragazzi che conosceva di vista, molto improbabili, e se ne stupì. Gli altri due gli erano ancora più noti, uno che aveva già un paio di precedenti e un altro che faceva l’idraulico. Ma fu l’ultimo a trafiggerlo sul posto,comeinchiodato da un fulmine, incredulo e al tempo stesso sicuro: quello scritto in fondo alla lista, infatti, era il suo nome, senza possibilità d’equivoci. L’Aldo Sciamanna studente di anni ventidue, nato a San Benedetto del Tronto e ivi residente, partito militare, ch’era stato arrestato poche ore prima nella cittadina marchigiana, per la miseria, era lui. Aldo lesse fino alla fine questa notizia. La rilesse un’altra volta daccapo. Alzò gli occhi e guardò i tre seduti con lui al tavolino. Si disse: «Ma io – proprio io – io in questo momento, dove sto?». Si disse frastornato: «Che cazz’ jè, ’sta storia? ».

Tornò a guardare il giornale, il suo nome, le sue generalità stampate lì, sotto ai suoi occhi.(…) Fosse stato un altro momento avrebbe pensato, impaurito ma anche lusingato, a I tre giorni del Condor. Fosse stato un’altra persona avrebbe riso del fatto d’essere in acido. Fosse stata un’altra circostanza – mainvece erauna circostanza orribile, legata a una cosa atroce – avrebbe pensato allo spreco di energie e ai costi.Comunquenon voleva imparanoiarsi (né tantomeno ridere, ovvio), voleva solo essere tremendamente lucido per smarcarsi, in primis e una volta per tutte, dall’incubo del militare. Avrebbe ripensato all’intera vicenda e avrebbe riconsiderato meglio pure quelli che erano lì con lui, dopo. Al momento, però, decise di non stare a fasciarsi la testa. I dottori avevano detto «tranquillo», l’avvocato aveva detto «tranquillo», suo padre aveva detto «tranquillo». Tranquillo suonava come un tamburo, una parola d’ordine a cui, ora, conformarsi senza esitazioni: era decisamente arrivato ilmomentodi dare retta a questi uomini, affidarsi, tranquillamente, al loro buon senso. Quanto ai controlli, poi, non erano una novità. Già da inizio settembre ce li aveva dietro – e mica solo lui – anche se sentiva che quelli continuavano, ne era convinto, perché di fatto non riuscivano a inquadrarlo. Se li immaginava che dicevano: «Ma ’sto Sciamanna che tipo è? Che pesce è?». In quei mesi tremendi aveva subìto già un’altra perquisizione, in una casa di San Benedetto che divideva con alcuni amici, e un fermo ogni tre giorni circa, mentre, sparato a bordo della sua Motomorini 150, capelli al vento e sacche in spalla, si recava con l’amico Franco Mircoli a Villa Rosa per un corso da sommozzatori.

Affiancati da una Ritmo bianca all’altezza di Martinsicuro, quand’erano già in Abruzzo, vedevano spuntare queste pistole dai finestrini. La macchina accelerava rabbiosamente per superarli e stringerli verso destra obbligandoli ad arrestarsi (anche lì: si sarebbero fermati comunque, non occorreva una manovra tanto aggressiva). Sbattuti contro il cofano a gambe larghe, le mani in alto e poggiate sulla lamiera, venivano perquisiti, presi a male parole, minacciati. (…) Naturalmente non succedeva solo a loro due. Succedeva di continuo a tanti altri ragazzi del luogo, fermati, interrogati, intimiditi. Perché erano calati a San Benedetto in forze: nuclei speciali dei carabinieri, poliziotti in borghese, rinforzi daRoma,Ancona, Bologna, che dovevano setacciare il paese e dare una bella ripulita dopo ciò che era successo in quell’estate del 1981. Quell’estate, fra giugno e agosto, il fratello minore del primo pentito delle Brigate Rosse Patrizio Peci, come in una rappresaglia nazista, o in una delle peggiori faide malavitose, era stato rapito a San Benedetto da un commando di brigatisti del Fronte delle Carceri arrivati da Roma. Tenuto segregato per cinquantaquattro giorni in un appartamento della capitale, processato secondo una farsa dell’orrore da un sedicente tribunale del popolo, era stato infine vilmenteammazzatoda questi criminali per impartire una lezione all’«infame traditore». Gli interrogatori – vere e proprie torture che, man mano che i giorni passavano, mostravano la loro ossessiva spietatezza – erano stati filmati e registrati. L’ostaggio era stato fotografato. Era stato ripreso mentre canzoni comuniste gracchiavano da un magnetofono in sottofondo, con alle spalle una bandiera delle Brigate Rosse fitta di proclami a far da sinistra scenografia. Il set non era stato smontato, e la videocamera manovrata dai pazzi non era stata spenta, neanche durante la lettura della condanna a morte. Persino dell’esecuzione, avvenuta in un casolare abbandonato nella campagna romana, era stata presa una fotografia. Gli aguzzini, in quei giorni in cui si discuteva la legge sui pentiti, avevano bisogno d’una rappresentazione che fosse di monito e memento. Così, disgraziati, si accanivano su un giovane elettrotecnico buono come il pane e spaventato dalla prigionia. Quel che era successo al giovane e incolpevole Roberto Peci era qualcosa di bestiale e sconvolgente, un’atrocità che aveva fatto star male l’intera San Benedetto (e non solo) per la crudeltà e la barbarie. Quei lunghi giorni di prigionia e terrore, la solitudine della famiglia, i tentativi purtroppo inutili ma colmi di amore e disperazione della sorella e della moglie incinta di salvare la vita al povero ostaggio, avevano dilaniato il loro piccolo paese, tanto lontano da certe efferatezze. La morte di quel ragazzo, un figlio e un fratello così amato e mite, aveva segnato la loro cittadina e le sue poche migliaia di anime come una ferita che sarebbe rimasta aperta a lungo. Sarebbe stata presto nascosta, sottaciuta, resa invisibile all’esterno – dunque ufficialmente rimossa – ma era una ferita aperta. Era una ferita aperta, ed era un buco nero.

Come avrebbero spiegato tanti anni dopo alcuni artisti invitati per una mostra a confrontarsi con il massacro di Pier Paolo Pasolini e il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro, certe volte nella storia si creavano delle accelerazioni, dei vortici scuri, in grado di ingoiare tutto, il bene e l’assurdo male assieme, e lasciare solo vuoto e silenzio. Anchel’assassinio di Roberto Peci era un buco nero. La sua tragedia, sua e della sua famiglia, era la nostra tragedia. Era la tragedia d’un paese ed era un buco nero. In quel buco nero stavano per finire un mare di cose, pure una piazza tutta intera. Vite, anni, giovinezze, lotte, lavoro, speranze, idee, generazioni a venire. Questi momenti atroci erano destinati a lasciare solo macerie; buio e silenzio, lutto e dolore. Senso di colpa e rancori, sospetti mai provati. Da quei buchi neri non usciva nessun insegnamento, nessun inizio, nessuna vaga luce. Ed erano gorghi che attiravano al loro centro qualsiasi cosa, anche la più lontana, la più periferica al loro diabolico mulinare. E così, intanto, in quell’estate del 1981, era stato dato inizio all’ultima, definitiva, ondata di repressione.

18 novembre 2009

Posted in: Culto