Angelo d’Orsi – Attenti ai nuovi crociati

Posted on 1 dicembre 2009

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Strano Paese, questo chiamato Italia. Che ci si ostina, talora, a definire “bello”. Paese che improvvisamente sta scoprendo come una cifra identitaria la croce: non tanto il cristianesimo, quanto il suo simbolo, simbolo peraltro di sofferenza e morte: la croce, appunto. E la cosa più strana che a riscoprire la croce, generando un vago sospetto di strumentale uso politico, sono coloro che più vicini sono al paganesimo, i leghisti del senatùr, con un corteo di postfascisti, e sedicenti liberali.

Simbolo di persecuzioni subìte, ma anche di persecuzioni inflitte a milioni di esseri umani, la croce è qualcosa di diverso e di più importante, nel bene e nel male, delle disinvolte capriole ideologiche e culturali della Lega e dei suoi alleati. Se fossi ancora un cristiano, sarei molto seccato per questo vergognoso abuso di quel simbolo. Che ora, niente di meno, un personaggio televisivo – divenuto addirittura ministro in passato: sì, uno strano Paese, il nostro – l’ingegner Castelli, ha lanciato la proposta di conficcarlo nel cuore della bandiera nazionale.

E qui lo stupore è duplice. Sapevamo del totale disprezzo della Lega per il Tricolore, che il suo leader Bossi invitava a “gettare nel cesso” non troppo tempo fa. Ora, d’improvviso, diventa importante, se addirittura la si vuole usare come portatrice di un altro simbolo, evidentemente divenuto più importante: perché è chiaro che la bandiera sarebbe un mero strumento per “valorizzare” la croce, e dire al mondo che gli italiani sono cristiani, se ne gloriano e lo vogliono gridare urbi et orbi, in modo da metter in chiaro le cose. Siete avvertiti, dunque, o voi atei, islamici, ebrei, buddisti, induisti, shintoisti e quant’altro. In Italia regna Cristo Re. E la Chiesa di Roma che fa? Può sopportare di veder usata, abusata, la religione di cui essa è istituzione portante, a fini di bassa speculazione politica? C’è stata, è vero, una replica sagace di un alto prelato (“a quando le crociate?”), ma aspettiamo risposte ufficiali, magari ai massimi livelli. La partita è grave. E non si può metterla sul motto di spirito.

E il ministro degli Esteri, l’abbronzato Frattini – che vedrei meglio nei panni di maestro di sci che di rappresentante italiano nei consessi internazionali – se la cava, incredibilmente, definendo “suggestiva” la proposta. E la neutralità dello Stato fra le diverse fedi, il “libera chiesa” (oggi: “libere chiese”, al plurale, dovremmo dire, per necessità di cose) “in libero Stato”, cede il passo a un nuovo cesaropapismo, con una confusione tra spada e tiara, bandiera e croce. Il Paese di Cavour, di cui stiamo per celebrare il bicentenario della nascita! E di cui gli odierni sedicenti liberali si proclamano nipoti, se non figli.

Mentre ancora i leghisti scalpitano, a seguito dell’esito del referendum svizzero sui minareti, ritenendo che il mainstream oggi sia quello e che dunque in esso ci si debba inserire, cavalcando la forma oggi più diffusa di razzismo, quello antislamico.

Sicché, d’improvviso, i seguaci del “dio Po”, il mitico Eridano, a cui si sottomettono, in riti bizzarri nelle montagne del Cuneese, là dove il fiume sorge, ora si dichiarano seguaci di una delle “religioni del Libro”; coloro che insultavano il pontefice, se ne proclamano ora fieri paladini; gli svaticanatori sono divenuti papisti.

Non è certo la prima volta. Basti pensare alla parabola di Mussolini, che passò dall’anticlericalismo al Concordato, e nel contempo lasciando cadere la seconda “pregiudiziale” del movimento dei Fasci: quella repubblicana. Sicché l’ateo divenne cattolico, il socialista si fece liberista e poi corporativista, il repubblicano monarchico, il rivoluzionario reazionario. Anche Mussolini voleva piantare il tricolore nel letame (testuale), e poi si riempì la bocca della parola Italia, che pretendeva fare diventare signora del Mediterraneo, grande potenza, alleata alla potenza germanica, in nome degli immancabili destini di Roma, sui cui colli doveva tornare l’Impero: sappiamo come finì.

Ora i leghisti, e loro manutengoli, affilano le armi: non sono ancora pronti a dichiarare guerra santa all’Islam, ma si stanno preparando: spingendo gli islamici sulla difensiva, magari aiutando un processo di trasformazione di tanti milioni di fedeli di Allah, in militanti della Jihad. Non era stato teorizzato lo scontro di civiltà? L’incompatibilità delle religioni? L’inevitabile clash, per una ragione o per l’altra?

Ebbene, il momento sembra favorevole, ancorché non così prossimo. E tra frizzi e lazzi, nell’indifferenza generale, nella complicità di chi ritiene di sfruttare l’esito della campagna, questi energumeni, per un pugno di voti, sono pronti a scatenare l’inferno (ricordate la maglietta del sorridente Calderoli? Quanti morti provocò? Ebbene, costui oggi è ministro).

Forse un semplice proverbio andrebbe ricordato a lor signori: Chi semina vento, raccoglie tempesta.

Il problema è che se la tempesta si scatena, rischia di travolgerci tutti. Perciò occorre fermare questa genia malvagia e scempia. Prima che sia troppo tardi.

(1 dicembre 2009)

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