Caso Bianzino, la denuncia del padre: “Un assassinio di stato”

Posted on 1 dicembre 2009

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La tragica morte di Stefano Cucchi ha costretto tutti ad accendere i riflettori sul pianeta carcere, sui troppi suicidi, sulle situazioni di violenza, sulle verità negate. Forse la famiglia di Stefano riuscirà ad ottenere verità e giustizia, ma tante altre hanno ormai riunuciato o si sono rassegnate.

Proprio oggi a Perugia si terrà una nuova udienza preliminare per la morte, nel carcere di Capanne, di Aldo Bianzino. Vicenda, quella di Aldo, spaventosamente simile a quella che ha coinvolto la famiglia Cucchi.

Aldo Bianzino fu arrestato in casa sua perchè trovato in possesso di qualche pianta di canapa, piantata nel giardino del suo casolare, in Umbria. Fu arrestato e portato in carcere, quasi fosse un pericoloso boss, uno dei capi del narco-traffico. In carcere arrivò con le sue gambe, sanissimo, alla famiglia fu riconsegnato morto, pesto, trasfigurato.

La sua compagna provò ad attirare l’attenzione generale, ma i media hanno fame del processso Meredith, non certo di questa morte scabrosa, avvenuta in carcere, laddove lo stato di diritto avrebbe dovuto garantire il rispetto sacrale della vita. La compagna di Aldo non c’è più, la malattia e la disperazione l’hanno letteralmente consumata.

La bandiera della richiesta di giustizia e verità è stata presa da un comitato di cittadini e di amici di Aldo, dal figlio Rudra, 16 anni, e dai genitori di Aldo, che stanno tentando di impedire che il silenzio cali sulla vicenda e che lo stesso processo si concluda con una nulla di fatto, senza colpevoli, quasi una seconda morte, non meno violenta e paradossale della prima.

Il padre di Aldo, sul blog del comitato, ha scritto una lettera dura, argomentata, disperata, un’invocazione di legalità da parte di chi si sente ormai espulso dalla comunità nazionale, ridotto al rango di un cittadino senza diritti. La sua lettera è stata indirizzata anche ai blog e ai siti che, in tempi e modi diversi, si sono occupati della storia di Aldo, l’abbiamo ripresa dal blog http://veritaperaldo.noblogs.org e abbiamo deciso di pubblicarla integralmente e senza commento alcuno, come è giusto che sia.

LETTERA APERTA

di Giuseppe Bianzino, da da veritaperaldo.noblogs.org

Il caso recente di Stefano Cucchi e, quello ancor più recente, di Giuseppe Saladino a Parma (Il Manifesto dell’11 novembre), hanno richiamato l’attenzione sui casi di Marcello Lanzi e di mio figlio Aldo Bianzino, anch’essi morti in carcere in circostanze tutte da chiarire (chissà quando e sopratutto se). Ora, volendo esaminare il caso di Aldo, bisogna precisare alcune cose.

Il P.M. dott. Giuseppe Petrazzini, che aveva fatto arrestare Aldo e la sua compagna la sera del venerdì 12 ottobre 2007, è lo stesso magistrato che ha in carico le indagini sul suo successivo decesso avvenuto nella notte tra il 13 e il 14. Aldo era stato messo in cella di isolamento nel carcere "Capanne" di Perugia. Era stato visto da un medico, che l’aveva riscontrato sano e da un avvocato d’ufficio, col quale aveva parlato verso le 17 di sabato. Non sono disponibili registrazioni di telecamere su ciò che è avvenuto successivamente, né, dopo il decesso, la cella risulta sia stata isolata e sigillata, né che siano stati chiamati per un intervento i reparti speciali di indagine dei carabinieri. A detta degli altri detenuti del reparto, durante la notte Aldo aveva suonato più volte il campanello d’allarme ed aveva invocato l’assistenza di un medico, sentendosi anche, pare, mandare al diavolo dall’assistente del corridoio, la guardia carceraria Gian Luca Cantore, attualmente indagato. Fatto sta che verso le 8 del mattino di domenica le due dottoresse di turno, arrivate a svolgere il loro turno di servizio, trovarono il corpo di Aldo, con indosso solo un indumento intimo (e siamo a metà ottobre, non ad agosto). I suoi vestiti si trovavano nella cella, accuratamente ripiegati (cosa che Aldo, in 44 anni, non aveva fatto mai). Le due dottoresse provarono di tutto per rianimarlo, ma alla fine dovettero desistere: Aldo era morto. L’autopsia, svoltasi il giorno dopo, diede risultati controversi: si parlò prima di due vertebre poi di due costole, rotte, poi tutto fu negato. Di certo ci fu un’emorragia celebrale e un’altra di 200 ml., al fegato. Segni esterni di percosse o violenze, nessuno (i professionisti sanno come si fa C.I.A. insegna). Ora, l’emorragia cerebrale è stata amputata ad un aneurisma, quella epatica ad un maldestro tentativo di respirazione artificiale, che le due dottoresse respingono nel modo più assoluto (e ci mancherebbe, si tratta di medici, mica di personale non qualificato), ma nessun altro ha affermato d’aver fatto tentativi in tal senso. Ora, può accadere quando si è nelle mani delle "forze dell’ordine", lo abbiamo purtroppo visto in molti casi, basterebbe pensare al G8 di Genova, e magari al colloquio recentemente intercettato nel carcere di Teramo (i detenuti non si massacrano in reparto, ma sotto!). L’emorragia cerebrale potrebbe benissimo essere stata la conseguenza di uno stress per colpi ricevuti in altre parti del corpo, immaginatevi l’angoscia e il terrore di una persona in quelle condizioni. In ogni caso credo proprio di poter dire in tutta coscienza che Aldo è stato assassinato in un ambiente violento e omertoso, del quale non si riesce neppure a sapere i nomi del personale presente quella notte nel carcere. Quanto al dott. Petrazzini, mi sembra che dignità gli imporrebbe di passare ad altri il suo incarico, date le omissioni, invece di insistere come sta facendo, per ottenere l’archiviazione del caso.

Ma i veri assassini sono coloro che hanno voluto ed ottenuto una legge sulle "droghe" come l’attuale, persone che nella loro profonda ignoranza considerano in modo globale, senza distinzioni. Una legge fascista e clericale, da stato etico e peggio, da stato che manda in galera (con le conseguenze che si sono viste) il poveraccio che coltiva per uso personale qualche pianta di cannabis, mentre, se la droga (quella pesante, cocaina o altre sostanze) circola nei festini dei potenti, non succede nulla. Vorrei dire comunque che un paese che considera delitto la detenzione e l’uso di droghe, magari solo marijuana, o l’essere "clandestino", pur non avendo colpe e quasi sempre per sfuggire a condizioni di vita impossibili, uno stato che avendo preso in custodia delle persone, è responsabile a tutti gli effetti delle loro vite e della loro salute, uno stato che non riconosce come reato gravissimo la tortura, uno stato che difende i forti e i potenti e non i deboli, è uno stato che non può ritenersi civile e non può chiedere ai suoi cittadini (o sudditi?) di amare la propria patria.

Ci auguriamo che altri blog e altri siti vogliano riprendere questa lettera denuncia e contribuire ad impedire che il buio nasconda la vicenda di Aldo Bianzino e quanto accAdrà nelle prossime settimane nelle aule di quel tribunale.

Giuseppe Giulietti

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Posted in: La Bella Italia