Fabrizio Gatti – Razzisti senza vergogna

Posted on 7 dicembre 2009

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In tutto il Nord le nuove regole volute dalla Lega creano un clima di apartheid. Che testimonia come ormai anche l’intolleranza sia accettata da intere comunità. Ecco come

Bregnano è un piovoso paesino della provincia di Como, se si vuole consultare la cartografia ufficiale. Ma è anche un Comune della "locale" di Cermenate, secondo i territori con cui la ‘ndrangheta ha suddiviso la Lombardia. Ed è stato perfino un avamposto segreto dei mafiosi di Totò Riina nel traffico di armi e soldi con la Svizzera. Però se leggi il programma della nuova giunta di centrodestra eletta sei mesi fa, il pericolo da combattere va sotto il titolo di "Immigrazione, sicurezza e ordine pubblico". Non un solo accenno alla piaga criminale che ha reso gli italiani famosi nel mondo. Anche perché il piano sicurezza di Bregnano non è stato pensato e scritto a Bregnano: è un banalissimo copia-incolla, paro paro, del "Programma elettorale per i Comuni 2009" sotto il simbolo "Lega Nord – Bossi", stampato e distribuito dal comitato centrale del senatur. Lui le pensa e i suoi amministratori in camicia verde le devono mettere in pratica. Sarà per questo che il neo sindaco di Bregnano, Evelina Arabella Grassi, bionda leghista di 35 anni, professione contabile, alla domanda de "L’espresso" «Qual è la chiave del suo successo elettorale? », candidamente risponde: «Sinceramente non lo so».

Ci sarebbe da ridere se non stessimo precipitando dalla xenofobia al vero razzismo. L’importante è sfruttare ogni occasione per dividere, aprire ghetti mentali e alimentare il sacro fuoco del consenso. La Svizzera boccia i minareti? Facciamolo pure noi. Anche se nessuno si è mai lamentato dell’unico, piccolo, minareto costruito al Nord, all’ingresso di Milano 2, il quartiere che rese famoso l’impresario edile Silvio Berlusconi. Il Tricolore? Mettiamoci in mezzo una croce, come vorrebbe il sottosegretario leghista, Roberto Castelli. Anche se a Venezia il suo principale, Umberto Bossi, aveva annunciato pubblicamente che con la bandiera degli italiani ci si sarebbe pulito il culo. Il risultato è un’Italia sempre più spinta verso l’apartheid e sempre meno disposta a investire sui suoi nuovi cittadini.

Grazie soprattutto a questa generazione di sindaci e assessori che con la superbenedizione del ministro dell’Interno, Roberto Maroni, e l’approvazione di milioni di elettori, stanno smascherando il volto della tolleranza zero. Contro le infiltrazioni di mafia e camorra? Ma no, il programma clone dei leghisti non ne parla. Altrimenti Bossi e Maroni dovrebbero spiegare ai loro elettori che ci fanno al governo dalla parte di un viceministro sotto inchiesta per camorra, come Nicola Cosentino, e nella stessa coalizione di un senatore condannato in primo grado per reati di mafia, come Marcello Dell’Utri. Più facile prendersela con gli immigrati. Non votano, non hanno partiti, non hanno sindacati, nemmeno controllano i programmi tv e al massimo possono essere espulsi.

Così perfino il mansueto Comune di Bregnano sta dando filo da torcere a una residente che dopo essere stata convocata in municipio per l’assegnazione di un monolocale, se l’è visto sfilare legalmente sotto il naso. L’interessata, 47 anni, vedova, operaia in un’impresa di pulizie a meno di 500 euro al mese, è cittadina italiana. Ma è nata in Marocco, ha un nome arabo e il suo accento non apre le vocali come fanno gli abitanti nati in questi paesi al confine tra la Brianza milanese e comasca. Per non parlare di Coccaglio, provincia di Brescia, dove la prima uscita pubblica del neo assessore alla sicurezza, Claudio Abiendi, avrebbe dovuto coprire di vergogna l’Italia intera. Perché chiamare "White Christmas" un’operazione di polizia municipale significa attribuire connotati religiosi e di colore all’applicazione della legge. E la legge, in uno Stato laico, non ha colore né religione. Invece? Invece il ministro Maroni ha approvato di persona.

Del resto i controlli casa per casa alla ricerca di lavoratori irregolari fanno parte del programma clone leghista, adottato a Bregnano, a Coccaglio e da tutte le piccole giunte locali del Nord. Punto due, pagina 12: "Potenziamento della vigilanza municipale in modo tale che, nel corso delle attività di verifica, si richieda l’esibizione del permesso di soggiorno". Se l’avessero chiamato "aggiornamento dell’anagrafe" l’assessore Abiendi e il sindaco di Coccaglio, Franco Claretti, 38 anni, architetto, avrebbero avuto il loro minuto di popolarità? Proprio Maroni, dopo aver dato più potere ai sindaci con il pacchetto sicurezza, aveva chiesto loro di amministrare con fantasia. Ed eccolo servito. A San Martino dall’Argine, 1.800 abitanti a 45 chilometri da Mantova, il sindaco invita a denunciare tutti i clandestini.

Agli abitanti, se si rileggono i risultati in zona delle elezioni amministrative 2009, piace così. Perché con gli slogan xenofobi i primi amministratori leghisti hanno fatto pubblicità alle loro città. Prendete Treviso con le proposte razziste e i vagoni piombati dell’ex sindaco Giancarlo Gentilini. Treviso ha più o meno gli stessi abitanti di Caserta, 82 mila contro 78 mila. Ma Treviso in questi ultimi anni è stata completamente restaurata. Ed è una delle province con il più alto tasso di integrazione. Mentre a Caserta i caporali e la camorra continuano a controllare la manodopera straniera della ricca agricoltura.

E a Napoli un giudice considera una minorenne nomade a rischio di recidiva criminale solo perché "pienamente inserita nella cultura rom" e la tiene agli arresti.

«Se il prezzo da pagare è una maggiore severità contro gli immigrati, viva la severità », dice un commerciante del centro di Coccaglio che aggiunge di non sentirsi affatto razzista. E chiede l’anonimato perché, rivela, ha paura. Ma alla domanda su cosa lo spaventi di più, non sa dare risposta.

Coccaglio e Bregnano sono due esempi dell’attuale espansione leghista, nella testa e nel voto della gente. Per anni gli elettori di questi due paesi, 8 mila e 6 mila abitanti, hanno scelto il centrosinistra. In giugno hanno fatto il ribaltone. Il perché va cercato anche nei dati demografici. Soprattutto a Coccaglio. In dieci anni, dal ’98 al 2008, gli stranieri residenti sono passati da 177 a 1.562. Cioè dal 2 al 18,5 per cento. Un incremento che nell’Inghilterra degli anni Settanta ha portato a sanguinosi scontri razziali. E che qui è stato finora governato.

Da questo punto di vista la storia recente può essere riletta chiamando in causa Confindustria, che nelle imprese del bresciano ha una grande base. È una storia identica a tutto il Nord Italia. La massiccia immigrazione ha compensato il calo demografico nelle fabbriche. E in molti settori ha permesso di ridurre il costo del lavoro. Ma girando in queste zone è impossibile trovare cosa abbiano fatto gli industriali dell’ultima generazione per sostenere l’integrazione nelle scuole e nei paesi. Non si trova perché non hanno fatto nulla. Se non scaricare sulle amministrazioni locali, quindi sulla gente, i problemi che hanno accompagnato l’arrivo di nuova manodopera. E nello stesso tempo sostenere le scelte estreme del governo.

A cominciare da Berlusconi che a giugno a Milano aveva liquidato così il futuro del Paese: «C’è chi vuole una società multietnica e multiculturale, ma noi non siamo di questa opinione».

La crisi economica ora rende tutto maledettamente più difficile. Perché chi perde il lavoro può rinnovare il permesso soltanto per sei mesi. Poi, senza un’altra assunzione regolare, è fuori: diventa clandestino. Quanti immigrati irregolari avete trovato durante i controlli casa per casa? «Nessuno», risponde Donato Nardelli, comandante dei vigili di Coccaglio. Nessuno? «L’ultimo clandestino l’abbiamo fermato e accompagnato in questura a inizio aprile. Aveva fatto un incidente stradale ed era senza permesso di soggiorno». Tanto clamore, l’operazione White Christmas e nessun clandestino? «È così», risponde il comandante: «I nostri controlli sono nei confronti degli stranieri residenti, per aggiornare l’anagrafe. E cancellare chi non abita più qui. Ma noi, intendo noi della polizia locale, in nessun atto l’abbiamo mai chiamata White Christmas». L’operazione viene definita così la prima volta il 6 novembre su un giornale locale. Al quale l’assessore Abiendi dichiara: «Ora la musica è cambiata, gli extracomunitari non fanno più quello che vogliono».

È la forza della Lega. Inventano minacce e problemi. Adattano la legge ai propri slogan. E si propongono come soluzione. Poco importa che a Coccaglio l’ultimo clandestino sia stato fermato in aprile. Se proprio non fanno paura le notizie in paese, si cercano nella cronaca del circondario. E spesso a ragione. Come nella vicina Rovato. Pochi giorni fa un marocchino, pieno di cocaina, accoltella un ragazzo e violenta per ore la sua fidanzata, 19 anni. Qualche sera dopo durante una manifestazione degli abitanti, un gruppo di estremisti di destra ferisce a bastonate due stranieri scelti a caso. Ma c’è notizia e notizia. Sempre a Rovato l’inverno scorso viene condannato a 6 anni in primo grado Roberto Manenti, l’ex sindaco leghista. Ha promosso retate contro le prostitute, firmato ordinanze contro i musulmani che si avvicinavano alle chiese e intitolato una piazza ai fascisti di Salò. Il reato dell’ex sindaco? Stupro di gruppo di una prostituta. Ma in questa Italia dalla memoria corta nessuno, nemmeno i leghisti di Rovato si ricordano più.

Il riferimento all’apartheid non è un’esagerazione. È la legge. «Un immigrato ha solo sei mesi di tempo per trovare un nuovo lavoro, pena la perdita del permesso di soggiorno», spiega l’avvocato Domenico Tambasco: «Un immigrato deve necessariamente avere un alloggio idoneo secondo la normativa regionale per poter stipulare un contratto di lavoro e mi chiedo cosa c’entra. Un impiego pubblico o che comporti un incarico di pubblico servizio può essere attribuito solo ad un cittadino italiano. Se hai un grave infortunio che ti compromette irrimediabilmente le capacità lavorative e non hai la carta di soggiorno, non puoi percepire la pensione di invalidità. Risultato: non hai più redditi, perdi il permesso, vieni espulso ».

La discriminazione riguarda anche la burocrazia. Se uno straniero in regola chiede la casella di posta elettronica certificata all’Inps, gli rispondono che solo i cittadini italiani possono averla. Per provare una parentela e ottenere il ricongiungimento familiare, un immigrato deve sottoporsi al test del Dna. E, a differenza di un italiano, non deve dimenticare i documenti a casa. Anche se lavora sotto la pioggia, deve avere sempre con sé l’originale, mai la fotocopia. In caso contrario è punito con l’arresto e una multa fino a 2 mila euro.

Sempre grazie al pacchetto sicurezza voluto da Berlusconi e Maroni. «I vigili nei paesi, ma anche i poliziotti, non fanno sconti», rivela Alessandra Ballerini, avvocato a Genova: «Arrivano casi di lavoratori, madri e padri di famiglia che rischiano il carcere e faranno fatica a pagare la multa».

Per Najat B., l’operaia di Bregnano, dimenticare i documenti non è più un pericolo. È cittadina italiana. Il suo caso è ugualmente finito davanti all’associazione Tribunale per i diritti dell’immigrato di Milano e all’Ufficio antidiscriminazioni razziali del ministero per le Pari opportunità. In ottobre il Comune di Bregnano convoca Najat e un’impiegata dell’ufficio tecnico le mostra la piantina dell’alloggio assegnato, in via Rampoldi. «Mi ha anche abbracciato per congratularsi», racconta Najat nella denuncia. In quei giorni gli alloggi disponibili sono tre. Poi si riducono a uno, assegnato a una famiglia italiana. Najat è subito dietro. Sempre secondo la denuncia, il sindaco Evelina Arabella Grossi, alla presenza di un avvocato del Tribunale per i diritti dell’immigrato, «ha detto che dovevamo capirla perché avevano la cittadinanza che faceva pressioni su questo caso». A "L’espresso" il sindaco spiega invece che le decisioni le prende l’Aler, l’azienda case popolari, e che gli appartamenti vuoti devono essere ristrutturati.

La prima domenica di Avvento a Bregnano, nella chiesa di San Michele Arcangelo, ci sono soprattutto pensionati. Il parroco, don Aldo Milani, predica dal pulpito: «Quando qualcuno dice: vogliamo togliere il crocifisso dalle scuole, dagli ambienti pubblici, io dico: vai a casa tua, no, come io rispetto te, tu rispetti le mie usanze. Quando io sono andato in Turchia, il collarino da prete non l’ho messo… Per cui ho rispettato la sua identità, la sua usanza. Quando vieni qui tu, rispetti le mie. Non sono io che devo adeguarmi».

Messa così, sembra siano gli immigrati musulmani in Italia a voler far togliere il crocefisso dai luoghi pubblici. Eppure chi ha sollevato la questione davanti alla Corte di Strasburgo è una cittadina italiana, di origine finlandese. Ma se lo dice il parroco, sarà pur vero. E tutti ascoltano impassibili. Secondo una ricerca della Cooperazione per lo sviluppo dei Paesi emergenti, il 23 per cento delle violenze sugli stranieri è commesso da rappresentanti delle istituzioni. Dopo anni di propaganda leghista, siamo un Paese senza più anticorpi. Lo dimostrano le fredde reazioni agli insulti razzisti al calciatore dell’Inter Mario Balotelli. Per chi può l’alternativa è scappare all’estero. Oppure unirsi alla supplica che qualcuno ha scritto sui muri del centro di Genova: "Immigrati, non lasciateci soli con gli italiani".

(02 dicembre 2009)

Posted in: La Bella Italia