Naomi Klein – Repressione a Copenhagen

Posted on 14 dicembre 2009

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La polizia danese ha reagito con arresti e violenze a ogni manifestazione di dissenso in questi giorni. Come se gli organizzatori del vertice non potessero ammettere nessuna disobbedienza

Naomi Klein

Sabato sera, dopo un’intera settimana trascorsa a sfamarci nei punti ristoro e negli snack bar del centro delle conferenze di Copenhagen, con un gruppo di amici sono stata invitata a un’ottima cena preparata in casa da una famiglia danese come tante. Al termine di una serata trascorsa a guardare fissamente e con aria sbalordita i loro mobili eleganti e ben disegnati, alcuni di noi hanno chiesto: «Come mai i danesi sono così bravi in fatto di design?». E i nostri ospiti hanno risposto all’istante: «Siamo veri fanatici, quando si tratta di tenere le cose sotto controllo. Ciò nasce dal fatto che siamo un Paese molto piccolo e pressoché senza potere. Quindi dobbiamo avere controllo su tutto ciò che ci riesce». Allorché questa forma tutta danese di esclusione e controllo si estrinseca nella produzione di lampadari che affascinano in modo inconcepibile e di sedie per la scrivania comode in modo sbalorditivo, è sicuramente un bene. Quando però si tratta di ospitare un summit che dovrebbe cambiare il mondo, l’esigenza peculiarmente danese di tenere le cose sotto controllo si dimostra un problema molto serio.

Proteste durante il vertice di Copenhagen

I danesi hanno investito una quantità enorme di capitali per ribattezzare la loro capitale (oggi chiamata "Hopehagen", la città della speranza") in omaggio a un summit che si presume debba salvare il pianeta. Ciò non sarebbe un male se questo summit effettivamente si rivelasse sulla buona strada per salvare il pianeta, ma poiché le cose non sembrano andare così, i danesi stanno cercando freneticamente di cambiare noi.

Prendiamo per esempio le manifestazioni del weekend: alla fine sono state arrestate 1.100 persone, una vera pazzia. La marcia di sabato ha visto sfilare per le strade circa centomila persone, in concomitanza con una fase molto particolare e delicata dei negoziati sul clima, il momento stesso in cui da vari segnali pareva che le cose stessero per impantanarsi o per risolversi con un accordo dannosamente inadeguato. La marcia era gioiosa e pacifica, ma ad essa hanno preso parte persone molto determinate.

Il messaggio scandito era "Il clima non fa trattative", e in testa al corteo vi sarebbero dovuti essere i negoziatori occidentali. Quando un gruppetto di persone ha iniziato a lanciare dei sassi, facendo esplodere delle bombe sonore (no, non erano affatto colpi di arma da fuoco, come ha riferito con il fiato sospeso l’Huffington Post), i manifestanti li hanno consegnati subito alle forze dell’ordine, dando disposizione a tutte le persone responsabili di allontanarsi dalla manifestazione, cosa che hanno prontamente fatto. Mi trovavo anch’io nel corteo e confesso che nulla ha interferito con la mia conversazione. Definire tutto ciò un "tumulto", come ha fatto assurdamente il British Telegraph non è molto corretto nei confronti di coloro che partecipano veramente a gravi tumulti, e in Europa gli esempi abbondano. Non importa: i poliziotti di Copenhagen hanno preso a pretesto un piccolo vetro andato in frantumi per mettere dentro quasi un migliaio di persone, centinaia delle quali oltretutto sono state ammassate tutte insieme, costrette a restarsene sedute per ore sul marciapiedi gelido, con i polsi legati e in qualche caso anche le caviglie.

Secondo l’organizzatore della manifestazione Tadzio Müller, gli arrestati non avevano nulla a che fare con coloro che avevano lanciato sassi, ma sono stati trattati in modo "umiliante" e alcuni di loro si sono addirittura orinati addosso perché non hanno avuto il permesso di muoversi da dove erano stati sistemati. Gli arresti, che si sono susseguiti per tutta la settimana, sono parsi una sorta di monito molto chiaro: qualsiasi deroga dal messaggio "Hopenhagen" non è ben tollerata. Al summit ufficiale, i delegati a quanto pare si sono riuniti davanti ai televisori a schermo piatto per seguire l’irruzione della polizia e per osservare come gli agenti mettessero spalle al muro i gruppi di manifestanti. Per alcuni di loro ciò è sicuramente qualcosa di familiare. Dopo tutto, questo è quanto il governo danese e altre potenze occidentali stanno facendo qui da tutta la settimana: cercare di spezzare il blocco dei G-77 dei Paesi in via di sviluppo, utilizzando le consuete e classiche tattiche del divide et impera, che annoverano anche la strategia del mettere con lo spalle al muro con qualche offerta speciale soprattutto i Paesi più vulnerabili.

Non avendo appreso nulla di preciso del "testo danese trapelato", martedì sera vi sarà un incontro tra 40 Stati invitati per approdare tutti insieme a un accordo. Il resto dei ministri dei 192 Stati rappresentati non ha idea di quello che essi decideranno: difficile considerare questo un esempio di democrazia come promesso dalle Nazioni Unite. Il vero test della questione del controllo danese ci sarà mercoledì, in occasione del Reclaim Power Action. Al mattino i dimostranti marceranno verso il Bella Center per chiedere soluzioni reali alla crisi del clima, non le strane formule o il carbon trading di cui si parla al summit. I delegati che vi partecipano e la pensano nello stesso modo sono invitati a unirsi al corteo – e ce ne sono a migliaia. Se andrà tutto bene, da qualche parte, nelle vicinanze del Bella Center, si terrà un’ "assemblea popolare", un’occasione propizia per mettere in risalto alcune delle soluzioni più sensate che sono state escluse a priori dai negoziati ufficiali, tra le quali lasciare dove si trovano le sabbie bituminose dell’Alberta e pagare "risarcimenti" climatici. Gli organizzatori della manifestazione Reclaim Power hanno dichiarato apertamente di essersi impegnati a un semplice gesto di disobbedienza civile nonviolenta. Anche se saranno aggrediti dalla polizia, quindi, non reagiranno con la violenza.

Tuttavia, lo spettro che mercoledì prossimo un dissenso estemporaneo metta in secondo piano la conferenza ufficiale indubbiamente spaventa molto i nostri ospiti danesi. Speriamo solo che non decidano di gestire la questione del controllo cercando di ammassare la gente in recinti per il bestiame, con i manifestanti tenuti alla larga dal Bella Center e i delegati rinchiusi dentro. E questo perché questa iniziativa – più di qualsiasi altra organizzata finora – ha tutte le probabilità di poter inviare un messaggio chiaro e necessario al mondo: l’unico accordo possibile e utile sarà quello ispirato contemporaneamente a criteri scientifici e di giustizia. Cerchiamo quindi di rammentare ai nostri ospiti danesi una cosa: certo, Copenhagen è la vostra città e noi vi vogliamo molto bene per le vostre biciclette e per i vostri mulini a vento. Ma il pianeta è di tutti: smettetela di insistere a tenerci fuori dal quadro generale.

Traduzione di Anna Bissanti

(14 dicembre 2009)

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