Brutto clima a Copenaghen

Posted on 15 dicembre 2009

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Una donna somale nel campo profughi di Dagahaley, in Kenya, il 5 giugno 2009 (Finbarr O'Reilly, Reuters)

Una donna somale nel campo profughi di Dagahaley, in Kenya, il 5 giugno 2009 (Finbarr O’Reilly, Reuters)

Una delle sedute della conferenza di Copenaghen si è chiusa oggi in una grande confusione dopo che i rappresentanti dei paesi africani e di altri paesi in via di sviluppo hanno accusato la presidenza della conferenza di cercare di “uccidere” il protocollo di Kyoto.

Secondo i delegati, all’interno del meeting c’è una corrente che cerca di mettere da parte le richieste dei paesi più poveri. La crisi è scoppiata dopo che l’Australia ha proposto di sospendere la discussione sul taglio delle emissioni di anidride carbonica. La Danimarca e le Nazioni Unite hanno cercato di rassicurare i rappresentanti africani (particolarmente quello nigeriano, appoggiato dai paesi del G77). Ma si fa sempre più lontana l’ipotesi di riuscire a raggiungere un accordo globale entro venerdì, per la chiusura del meeeting.

Un altro filone di polemiche parte dalle parole di Barack Obama, nel suo discorso di Oslo, sui cambiamenti climatici: “Se non faremo niente, avremo sempre più siccità, carestie e spostamenti di massa, che negli anni farano aumentare i conflitti”. “L’allusione agli spostamenti di massa come fattore di conflitto fa riferimento alle lobby statunitensi legate all’esercito e ai neocon, che sono riusciti a imporre l’idea che i futuri profughi ambientali sono un ‘moltiplicatore di minacce’ per la sicurezza degli stati Uniti”, scrive Público.

Una delle lobby più influenti è l’American security project che una una recente campagna pubblicitaria affermava che “le migrazioni di massa e le emergenze umanitarie mettono in pericolo gli interessi nazionali degli Stati Uniti e li costringeranno a intervenire”.

Un parere simili è quelo del ministro degli esteri francese Hubert Védrine, secondo cui “se i movimenti di migratori sono sempre più di massa e rapidi, sicuramente ci dovrà essere una risposta di sicurezza”.

Su una cosa c’è abbastanza cvonsenso: entro il 2050 i profughi ambientali potrano essere 200 milioni. E se davvero le nevi del Tibet e dell’Himalay stano sciogliendosi, anche molti di più.

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