GABRIELE ROMAGNOLI – Max, il ragazzo con l’ossessione dei quadri di luce e del cubo di Rubik

Posted on 17 dicembre 2009

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Massimo Tartaglia, in arte Max Kandinsky, sognava di fare il cubo di
Rubik. Non di comporlo, a ogni faccia un colore, ma proprio di farlo,
nel senso di inventarlo: creare qualcosa che si sarebbe venduto in tutto
il mondo a migliaia, che dico, milioni di esemplari e lui, parole sue,
"ci avrebbe fatto i miliardi". Un po’ come Troisi in "Ricomincio da tre"
quando fissa il vaso e gli dice "muoviti, muoviti": se quello l’ascolta,
addio disoccupazione, si diventa ricchi tutti d’un colpo. Solo che il
vaso resta fermo e le invenzioni di Max Tartaglia non sono mai andate
oltre una comparsata a "Genia", fiera, come titolava allora il Giornale,
di aspiranti Archimede. Nella foto a corredo dell’articolo il futuro
feritore di Silvio Berlusconi appare con espressione impacciata, le
lenti inscritte in cerchi di metallo, reggendo due sue creazioni: i
quadri di luce. Sono dipinti che appena parte la musica si accendono qua
e là come alberi di Natale. Sono, anche, uno dei tanti cubi di Rubik che
non si ricompone, resta un pastrocchio di colori, forme, intenzioni.

Il problema sembra essere che ogni volta lui punta troppo in alto, al
colpo grosso, a qualcosa o qualcuno che non è alla sua portata. Dire che
è mentalmente disturbato è forse una scorciatoia per non seguire il
percorso tanto comune di un "ragazzo" (lo definisce così il socio in
affari, faticando a vedere in lui un uomo), un ragazzo di questo tempo
pervaso da ambizioni fuori misura e desideri che fanno affidamento sul
miracolo più che sul merito.

Il primo cubo di Rubik non ricomposto della vita di Max è quello che
lascia cadere dalle mani a vent’anni, abbandonando gli studi al
Politecnico di Milano. Fin lì ce l’ha fatta, è andato oltre i confini
fin lì raggiunti dalla sua famiglia, immigrata da Melfi alla Lombardia.
Si è diplomato perito elettronico, si è iscritto a Ingegneria. Qui
incontra il proprio limite: non riesce a superare gli esami del primo
anno, si ritira. Potrebbe accettare il dato di fatto, invece cerca di
aggirarlo. Ne nasce una frustrazione che lo porta a scatti d’ira: il
bersaglio sono gli altri, ma ce l’ha con se stesso. Ha fallito, ora deve
rimediare. Non sarà un ingegnere, come Rubik, ma lo eguaglierà nella
capacità di inventare qualcosa che lo renda famoso e soprattutto ricco.
Rubik era anche un artista, Tartaglia lo diventa, o almeno ci prova. Lui
pure unisce fantasia e tecnica, a modo suo. Installa congegni
elettronici in dipinti tipo calendario natalizio e li rende sensibili
alle vibrazioni musicali. Quando li riprende con la telecamera, appesi
nel corridoio bianco della sua abitazione, l’effetto dei video (che
diffonde con titoli tipo "Estasy" e "More Estasy") è agghiacciante. Il
catalogo di "Genia" li registra come "quadri astratti che stimolati da
sorgente sonora evidenziano un gioco ritmico di luci".

La dimensione standard è 25×35. Il prezzo (siamo nel 1994) è di 60mila
lire. Non ne vende uno. Spera in un invito di Paolo Bonolis alla
trasmissione tv "I cervelloni". Non arriva. A un giornale aveva
dichiarato, nell’euforia della vigilia: "Per creare le mie invenzioni ho
sempre dovuto combattere con papà. Lui crede che butti via il mio tempo.
Vedrà". Si è visto. Torna a casa. Torna nella sua stanza. Quando
arriverà Internet potrà mettere on line i suoi lavori. Visitatori:
pochi. Commenti: zero. Però gli si è aperto un mondo. Sarà il terzo cubo
non ricomposto.

Max è solo. Facile dire di lui che non c’è con la testa. Nella testa ha
quello che hanno in tanti, pur non seguiti da esperti di psichiatria.
Vuole la fama, o almeno il suo riflesso. Nella sua pagina sul social
network My Space i migliori amici sono: Jovanotti, Michelle Hunziker,
Claudio Cecchetto, i Daft Punk, Madonna. Madonna? Madonna sa che esiste
un perito elettronico a Cesano Boscone che illumina quadretti al suono
di "Like a virgin" e gliene ha dedicato uno? I tempi sono questi:
c’erano bambini che avevano per amico immaginario un coniglio, ci sono
uomini che hanno per "top friend" Rod Stewart.

Poi arriva Barbara Luna, l’anello di congiunzione tra il miraggio e la
realtà, l’ascensore che si ferma un piano prima dell’impossibile.
Barbara balza in testa alla pattuglia degli amici virtuali. E’ una
cantante, ma non è Irene Grandi (che la segue staccata di qualche
posizione). E’ una che sta cercando di comporre il suo cubo di Rubik, e
pure a lei vengono fuori arlecchinate: il suo picco è un Sanremo giovani
in cui le fa da superospite accompagnatore Claudio Lippi. Nel qui e ora
i gradi di separazione tra chiunque di noi e un personaggio celebre non
sono mai più di due. Max fa il primo passo verso la luce delle stelline.
Barbara Luna non è oltre lo schermo, lavora in un negozio di ottica in
Liguria, è raggiungibile e, miracolo, risponde alle sue mail. Lo fa con
tutti gli ammiratori. Lui è il più entusiasta. Negli scambi rimasti
nella rete che tutto trattiene lei lo ringrazia di essersi iscritto al
fan club, di averla votata, sostenuta, degli auguri di compleanno
(benché in ritardo), del regalo ricevuto ("è bellissimo"). Poi cambia
tono, accende l’allarme di fronte alla sua insistenza: "No, non ce l’ho
con te, figurati se ti elimino, non potrei mai", "Sì, certo, prima o poi
ti chiamo", "Ma che fai, mi leggi su Facebook con identità nascoste?".
Ci siamo. Max si è perso di nuovo. Vaga nell’universo virtuale come
altro da sé, tentando di conoscere, possedere, controllare. Sempre un
passo oltre i suoi limiti. Voleva essere ingegnere, non perito. Un
genio, non un Archimede di provincia. L’uomo di una star, non di una
ragazza qualunque. Quando si presenta all’improvviso davanti a Barbara
Luna nella sua città, lei si spaventa e lo taglia fuori. Lui resta a
guardarla nel vuoto che è il social network, dove la lista dei migliori
amici di lei non comprende il suo nome, ma quello del fan club di Silvio
Berlusconi. Colpirlo è stato il suo unico atto di evidente follia. Il
resto, per quanto fin qui rivelato, è il fallimentare tragitto di un
ragazzo che non voleva essere ordinario. Come dice Alberto Fortini,
socio suo e del padre, uomo assennato tranne che nella scelta dei
partner in affari: "Tutti abbiamo un progetto più grande di noi, ma
capiamo quando arrenderci. Lui no".

E che gli uomini sappiano
Della differenza
Tra una mano che offende
E la resistenza.