Lobowski come Deleuze e Marx (a voi un joint dai fratelli Coen)

Posted on 6 gennaio 2010

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di Sara Antonelli

Al principio era il Drugo. Subito dopo, dopo l’iniziale indifferenza del pubblico cinematografico, il dvd, il dvd – de luxe edition, la colonna sonora su cd, un libro su The Making of… le magliette e le tazze (burinissime) con sopra la faccia del protagonista; quindi una celebrazione annuale con fan abbigliati come il Drugo o Jesus Quintana, che giocano a bowling con un White Russian in mano; infine una quantità imbarazzante di pupazzetti e portachiavi. Insomma, una valanga di paccottiglia che, se non fosse postuma, verrebbe da sospettare che il fenomeno The Big Lebowski (Joel & Ethan Coen, 1997), sia stato costruito ad arte dall’ufficio marketing della Pixar. E che sorpresa quando ci rendiamo conto che dietro tanta esuberante passione ci siano solo i fan. E che tra di loro ci siano pure degli americanisti, gli stessi che oggi firmano l’ennesimo oggetto devozionale: il primo volume accademico dedicato al film.

 

 

UNA NUOVA DOTTRINA

The Year’s Work on The Big Lebowski è un libro dottissimo che, come tutti i libri i questa specie, poggia su un principio teorico forte ancorché rivoluzionario: accanto a quelle ispirate agli scritti di Lacan, Marx, Kristeva, Heidegger e Deleuze, proprio tra queste pagine, i lettori godono il privilegio di assistere alla nascita di una nuova dottrina. Nella loro introduzione, un pezzo di bravura assoluto, i curatori della raccolta, Edward Comentale e Aaron Jaffe, due giovani docenti universitari con un curriculum di assoluto rispetto, spiegano infatti che lo status di oggetto culturale di Lebowski deriva essenzialmente dal fatto che il film è una canna. Fughiamo subito ogni sospetto: la canna non è l’ingrediente che consente di apprezzare meglio il film, e quindi Comentale e Jaffe non incoraggiano torme di spettatori innocenti, magari pure minorenni, al consumo di droghe leggere. Semplicemente accade che, dopo aver giudiziosamente commentato la sua struttura aperta del film, il suo carattere surreale, i richiami alle fiabe dei fratelli Grimm, la sua elusività e il modo in cui inaugura una nuova poetica degli oggetti, i due non possano che giungere all’unica conclusione possibile, e quindi a svelare l’oggetto poetico par exellence dell‘intera opera: Lebowski è una canna, perché «talvolta te lo fumi tu e talvolta ti si fuma lui». Serve altro? In effetti, solo con un’esca come questa – la canna elevata a principio estetico – i due curatori riescono a farci leggere appassionatamente più di 500 pagine di saggistica. Solo così – solo dopo aver adombrato la trattazione di turpitudini da salotto capaci di soddisfare tutta la nostra curiosità perbenista – possiamo decidere di entrare in un libro mozzafiato e sorprendente come questo. Perché se Lebowski è una canna, The Year’s Work in Lebowski Studies è come un giro sulle montagne russe. E, come al luna park da piccoli, anche qui nessuna delusione. Ognuno dei saggi della raccolta è originale nel titolo, inaspettato nei contenuti, elegante nella scrittura, abile nella difficile arte dei richiami intertestuali, intrigante nelle conclusioni e sempre teoricamente fondato. E quindi, sì, ci sono Lacan e Marx, Kristeva, Heidegger e Deleuze, ma anche Lebowski e il sacro Graal, Lebowski e il White Russians, Lebowski e la Nuova Sinistra, Lebowski e Raymond Chandler, Lebowski e le pornostar, Lebowski e il «tiki bar» (l’orrendo mobiletto degli alcolici del Drugo), Lebowski e le «misure» (sì, «quelle» misure), Lebowski e Paul de Man, Lebowski e il Western, Lebowski e il femminismo, Lebowski e i Credence, Lebowski e Bush. Lebowski contro tutti, insomma. E vince sempre lui.

SEGNI E STILI DEL MODERNO

In «Kindergarten», un saggio ancora adesso attualissimo, apparso su Calibano nel 1981 e successivamente incluso in una storica antologia, Segni e stili del moderno (1987), Franco Moretti annotava che ci vuol poco a trovare Hegel in Goethe e viceversa; che la costruzione intellettuale non deve rispuntare «sempre e soltanto nei capolavori di altri intellettuali, quella che coglie, e indirizza, e modifica, «lo spirito del tempo», in tutta la scala delle sue manifestazioni, da quelle più elevate a quelle più trascurabili». Vale la pena di ricordarle, quelle parole, anche in questo nuovo millennio. Sia per la loro lungimiranza, sia per il valore aggiunto. Rilette oggi, per esempio, aiutano a esorcizzare la deriva di chi, con la scusa del «pop» e del «trash» (termini esecrabili quanto il punto di vista critico che vorrebbero veicolare), sente di poter avvicinare la cultura di massa (il più delle volte statunitense) dimenticando che sempre di cultura si tratta. Tutto questo per dire che, oltre ai meriti intrinseci, la lettura di The Year’s Work on Lebowski Studies costituisce un antidoto alla faciloneria e quindi un esempio di critica rigorosa ed esemplare. Banditi gli approcci superficiali, l’anticonformismo di maniera e il dilettantismo borioso, in questo libro appassionato, appassionante e rigoroso, i vari autori interrogano Lebowski con la stessa accortezza di chi si accinge a leggere le opere degli intellettuali rappresentativi della contemporaneità, quali per esempio Giorgio Agamben, Pierre Bourdieu o Donna Haraway; dimostrano, i vari autori, che la cultura di massa non può essere avvicinata con leggerezza; che sminuire la complessità degli Stati Uniti (che sono complessi come la Svezia, il Sudafrica, la Cina ecc.) solo per pigrizia, solo per continuare ad avvalorare stereotipi semplicistici, slogan datati e categorie ormai svuotate di significato, genera non solo pericolosi fraintendimenti, ma soprattutto tristezza: ci priva del piacere della scoperta, ci preclude la brillantezza del ragionamento, ci costringere a vivere senza bellezza. Il presente non è affare semplice e il Drugo, assiso al centro di una corte dei miracoli ridicola e completo di un corredo di oggetti e manie postmoderne, sta lì a dimostrarlo.

06 gennaio 2010

 

Hey dude, vogliamo essere te

di Alberto Crespi

È abbastanza semplice spiegare perché Il grande Lebowski sia un film-culto. È merito del «Dude», del Lebowski medesimo: è talmente simpatico e adorabile che tutti – o quasi tutti, via – vorrebbero essere lui. Personalmente ci siamo innamorati del «Dude» alla prima scena: quando va al supermarket per comprare il latte, ne scegli un cartone, lo apre, lo assaggia e poi si avvia alla cassa e paga con un assegno, se non ricordiamo male, di 0,91 dollari. Uno così, vestito così (pantaloni al ginocchio, t-shirt da fan dei Grateful Dead, capello lungo e barbetta caprina), non può che essere un genio. Genialità confermata quando ascolta nelle cuffie il sonoro delle partite di bowling preferite, o litiga con un tassinaro nero perché quello sta ascoltando alla radio gli Eagles (gruppo country-rock di riferimento dei californiani fighetti, quindi lontanissimo dal suo mondo). Forse l’unica creatura altrettanto empatica dei Coen è la poliziotta Marge Gunderson interpretata da Frances McDormand nel suddetto Fargo: così improbabile col suo pancione, a caccia di assassini in mezzo alla neve, da essere adorabile. Una degna moglie del «Dude».

06 gennaio 2010

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Posted in: Culto