La morte dell’attore premio Oscar fu una vendetta dei khmer rossi

Posted on 22 gennaio 2010

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Fu condannata una gang di Los Angeles. Ora si scopre che i killer erano sicari di Pol Pot

 

Si riapre il caso del protagonista di «Urla del silenzio»

Haing Ngor

Haing Ngor

MIAMI — Quella del ginecologo Haing Ngor è la storia di un sopravvissuto diventato premio Oscar. Un’avventura dove la realtà si è mescolata con la finzione. Persa la moglie nei campi di campi di sterminio cambogiani, Haing trova la salvezza nell’80 e un futuro insperato negli Stati Uniti. Sembra un’odissea con un lieto fine. Non è così. Il destino continua a riservare sorprese al dottore. Stabilitosi in California, Haing viene scelto per interpretare — nel 1984 — il ruolo di Dith Pran in «Urla del silenzio». Il film denuncia sui crimini dei khmer rossi che lo porta fino all’Oscar. Dalla morte in faccia all’onore delle stelle. Ma quella è solo la penultima virata in una vita che non gli concede tregua. Il 25 febbraio del 1996, Haing Ngor è ucciso a colpi di pistola davanti alla sua casa nei sobborghi di Los Angeles. Un delitto attribuito a tre membri della «Oriental Lazy boys», una delle gang che infestano la città degli angeli. Una rapina finita male. Ma i suoi amici non hanno mai creduto che i tre ragazzotti, poi condannati a lunghe pene detentive, avessero freddato Haing per derubarlo.

Per i cambogiani di Los Angeles il ginecologo è stato vittima di un delitto su commissione. A dare l’ordine i khmer rossi. Gli aguzzini volevano vendicarsi della sua apparizione nel film che ha raccontato al mondo gli orrori del regime filo-maoista, al potere nello stato asiatico dal 1975 al ‘79. La teoria del complotto sembrava una pura speculazione di profughi inseguiti dai fantasmi del passato. Invece, un anno fa, durante il processo ad un khmer rosso, spunta una conferma. Kang Kek Ieu, conosciuto come il «compagno Duch» ed ex direttore di un lager, rivela la sua verità ai giudici: «È vero, Haing è stato eliminato per una vendetta. Non gli perdonavano la sua interpretazione nel film». E non solo per quello. Il dottore, dopo il successo ad Hollywood, si era impegnato in prima persona nel raccontare le sofferenze patite dalla Cambogia sotto i khmer. Un’esperienza costata la vita ad un milione e mezzo di persone. Un apparato repressivo dove persino i bambini erano stati convinti a denunciare i loro genitori. Per gli ex esponenti della dittatura le testimonianze di Haing erano intollerabili. «Più volte gli avevo detto di essere più prudente, di mantenere un profilo basso», ha ricordato uno dei cugini del medico. Non era servito a nulla. Haing aveva continuato la sua campagna di denuncia con grande coraggio e andava fiero di quello che era riuscito a fare interpretando il ruolo di Dith Pran, il traduttore del giornalista del New York Times Sidney Schanberg, inviato in Cambogia. I dubbi dei parenti — rilanciati anche in questi mesi — non hanno però fatto breccia nella polizia di Los Angeles. Per i detective la fine di Haing è una classica quanto banale storia di nera. Una delle tante che tingono di sangue la megalopoli della California.

Una guerra dove cadono innocenti, colpevoli, sbirri e banditi. In realtà, all’inizio, anche la sezione Omicidi aveva avuto dei dubbi. Se si trattava di una rapina perché i banditi non avevano portato via i soldi — quasi 4 mila euro — che la vittima teneva nel portafoglio e sotto il sedile della sua Mercedes? Poi, i poliziotti avevano trovato un’altra spiegazione. Haing è stato ammazzato perché aveva cercato di impedire che gli togliessero il Rolex e soprattutto un monile d’oro con la foto della moglie. Oggetti mai ritrovati. Un piccolo bottino ceduto per acquistare delle dosi di cocaina. Insomma il caso, per chi indagava, era chiuso. Ma non lo è mai stato — e mai lo sarà — per la «piccola Cambogia» nata sulle sponde della California. Il modus operandi, sostengono, non è quello di un gang, piuttosto somiglia all’agguato di un killer. Sarebbe necessario risentire i testimoni dell’epoca — insistono —, servono nuove indagini a Los Angeles e in Cambogia. Fondamentale a questo fine un interrogatorio mirato del compagno Duch per verificare se le sue rivelazioni possano essere appoggiate da elementi solidi. Un caso freddo che potrebbe tornare di nuovo «caldo». A patto di trovare risorse e convinzione, due elementi che per ora mancano al Dipartimento di polizia. Sperando che qualcuno si decida a tirare fuori il fascicolo gli amici di Haing trovano un po’ di consolazione nella profezia del dottore: «Potrei morire anche oggi. Tanto c’è la testimonianza del film che andrà avanti per centinaia di anni».

Guido Olimpio
22 gennaio 2010

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Posted in: Los de abajo