Come sopprimere una democrazia. La strategia “napoleonica” del Cavaliere

Posted on 31 gennaio 2010

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La storia maestra della vita? Certo, perché privi dello sguardo sul passato, dell’insegnamento che da esso ci proviene, saremmo come il famoso smemorato di Collegno. Non sapremmo chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo. Dovremmo imparare, inventare tutto ex novo. Rifacendo gli errori già fatti. Che lo studio del passato ci può aiutare ad evitare. Meglio orientandoci sull’oggi.

Come sopprimere una democrazia nell’Europa moderna? Non sempre c’è bisogno del colpo di Stato cruento (come quello del generale Pinochet, poi beniamino di papa Wojtyla, nel Cile di Allende del 1973). Che può anche non esserci, o essere l’atto finale di un processo lento, soft, impercettibile, di trasformazioni istituzionali che creano insensibilità, torpore, assuefazione, abitudine nell’opinione pubblica. Ce lo insegna il ciclo della Rivoluzione francese, chiuso dalla nuova Costituzione del 1799 (Anno VIII). Che non sancisce ancora la dittatura di Napoleone Bonaparte, ma due punti fondamentali di riforma costituzionale che le sbarrano definitivamente le porte.

1) La subordinazione del parlamento al governo. L’Assemblea legislativa, recitava il testo del 1799, viene divisa in tre organi: il Consiglio di Stato, che prepara le leggi senza discuterle e approvarle, il Tribunato, che le discute senza approvarle, e il Corpo Legislativo, che le approva senza discuterle; inoltre, vi si leggeva, i membri sono eletti dal popolo, ma scelti e nominati da un triumvirato di tre consoli, Primo Console Napoleone Bonaparte, che detiene il potere esecutivo (art. 39). Dunque, un’Assemblea legislativa svilita, resa totalmente impotente a legiferare, e totalmente dipendente, nella sua elezione e composizione interna, dalla volontà del governo e di Napoleone.

2) La sottomissione della magistratura al potere esecutivo, in particolare al Primo Console (il primo primus super pares?): le cariche sono elettive, ma i giudici da eleggere, in analogia con i deputati parlamentari, sono scelti dal Primo Console; al che si connette la riforma autoritaria della giustizia: nei tribunali criminali l’accusatore pubblico è un commissario governativo (art. 63).

3) Il consenso e l’appoggio ecclesiastico. Questo punto, assente nella riforma costituzionale del 1799, fu però decisivo per il consolidamento della dittatura personale di Napoleone, presto autoincoronatosi imperatore nella cattedrale di Nôtre Dame, a Parigi, nel 1803, dove riceve la benedizione di papa Pio VII. Ma non senza aver prima firmato, nel 1801, il Concordato con la Chiesa cattolica. Che, anche se non elevava il cattolicesimo a religione di Stato, la riconosceva tuttavia come «religione della maggioranza dei francesi». Con tutta una conseguente serie di accordi di carattere fiscale e proprietario tipici della politica concordataria della Chiesa.

Tre punti che sono la perfetta matrice delle dittature postnapoleoniche. E non solo in Francia. Un perfetto manuale di come sopprimere una democrazia.

Che cosa fa Benito Mussolini negli anni 1922-1926? A parte la marcia su Roma che fu una farsa, ottiene il governo con manovrismi e alleanze partitiche, leggi truffa e brogli elettorali; coadiuvato, nella sua resistibile ascesa al potere, dalla Chiesa gerarchica, che, tra l’altro, impone lo scioglimento del Partito popolare di don Sturzo, per il disturbo che arrecava al manovratore. Il regime dittatoriale si impone dunque gradualmente, fino alle leggi fascistissime. Ma attenzione! Il Parlamento, seppur ridotto a vuoto simulacro, con i partiti non fascisti messi fuorilegge e i loro dirigenti incarcerati, al confino o in esilio, quando non bastonati o ammazzati, tuttavia non è formalmente abolito. Nel 1930 Benedetto Croce vi può leggere il suo inutile intervento contro i Patti Lateranensi del 1929, con cui il Duce creava nel cuore di Roma capitale lo Stato della Città del Vaticano, ed elevava il cattolicesimo a “sola Religione di Stato” (tale rimase persino nella Repubblica di Salò, come sanciva il sesto dei “18 punti di Verona”: «La religione della Repubblica è la cattolica apostolica romana»). Nel frattempo, alla magistratura (come a tutti i dipendenti statali e, di fatto, persino al pusillanime re savoiardo), privata di potere di controllo e di autonomia, veniva imposta assoluta fedeltà al fascismo.

Analogamente, anche Hitler salì al potere in Germania non con un colpo di Stato armato e cruento, alla Pinochet, ma gradualmente, “legalmente”. E con l’appoggio determinante, tra l’altro, anche del partito cattolico del Zentrum. Il suo leader Franz von Papen fu vice-cancelliere di Hitler, e firmò il 20 luglio 1933 a Roma, col futuro papa Pacelli, il Concordato del Reich col Vaticano (per il Führer fu il suo primo vantaggioso riconoscimento internazionale). Nell’accordo, tra l’altro, le religione cattolica era riconosciuta «materia ordinaria di insegnamento» nelle scuole pubbliche, «impartito in conformità con i principi della Chiesa Cattolica»; al vescovo si dava mandato di scegliere, d’intesa con le autorità governative, insegnanti, programmi e libri di testo (art. 21, 22). Con una forte maggioranza parlamentare, e col viatico dei vescovi, Hitler mette presto mette fuorilegge i partiti, reprime ogni forma di libertà e di dissenso, e abolisce il potere autonomo della magistratura. Ma il parlamento, il Reichstag, non fu chiuso. Rimase, come in Italia, la foglia di fico della dittatura.

Chi non riconosce in questa strategia “napoleonica” in tre punti il disegno politico di Berlusconi? Ecco le sue ventilate, e in parte già in atto, riforme costituzionali:

1) svilimento del Parlamento (sostituzione dei partiti con i capigruppo, decretazione d’urgenza, emarginazione delle opposizioni), degradato da organo del potere legislativo a luogo di registrazione passiva delle decisioni del governo, anzi del premier;

2) asservimento della magistratura al potere esecutivo (riforma delle carriere, col pm alle dipendenze del governo, delegittimazione dei giudici, sventagliate di leggi ad personam);

3) accordo neoconcordatario con la Chiesa cattolica (facilitazioni fiscali, finanziamento delle scuole cattoliche, leggi conformi alla bioetica vaticana). A ciò andrebbe aggiunto, ultimo punto da non meno importante, il controllo totalitario dei media (tivvù in primis).

Un nuovo “Annibale”, non alle porte, ma dentro le sue mura, sta già distruggendo “Roma”? Nulla «è scritto nel cielo». La storia passata ci insegna che gli eventi non sono il prodotto del destino, ma delle decisioni e delle azioni umane. La salvezza di “Roma”, cioè della democrazia italiana, dipende oggi in primo luogo da noi, dalla società civile, dalla sua capacità di vigilanza e mobilitazione in difesa della Costituzione.

(30 gennaio 2010)