Enrico Arosio – Giorgio Bocca: Vedo nero e ho ragione

Posted on 31 gennaio 2010

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Il deterioramento della politica. Gli attacchi alla democrazia. Lo strapotere di Berlusconi. Le giravolte di Fini. L’analisi impietosa di Giorgio Bocca nel suo nuovo libro

Lapidaria la scritta sul muro in via De Amicis: ‘Un Paese ignorante è più facile da governare’. Potrebbe averla fatta lui, Giorgio Bocca: abita a due passi. Ma ad agosto farà 90 anni, non va in giro la notte con la felpa da writer. E però: quello stile chiaro e duro, pane al pane. Il suo ultimo libro, che è poi sempre il penultimo, s’intitola ‘Annus horribilis’ (in uscita da Feltrinelli). È l’espressione usata dalla Regina Elisabetta nel 1992 dopo l’incendio al castello di Windsor, e sorprende in un vecchio azionista intriso di spirito repubblicano. Ma horribilis il 2009 lo è stato; né il 2010 si annuncia mirabilis. Bocca ci racconta perché. Da feroce pessimista, da antitaliano. Citando anche Mussolini, se serve: "La razza italiana è una razza di pecore". Aveva ragione il Crapa? "Un po’ sì", sogghigna.
Caro Bocca, per mesi gli italiani sono stati bombardati dalle brutte storie di Berlusconi. Dal sesso all’attentato. È iniziata la discesa della sua parabola politica?
"Domanda da un milione di dollari. È difficile rispondere".
Il 2009 ha lasciato qualche crepa. Il Papigate, i processi del premier, gli attacchi alla stampa, le bugie sul fisco.
"Prudenza. Ai tempi di Mussolini dicevano nei caffè: non dura, sta male, muore domani. È durato vent’anni. Io mi faccio un’altra domanda, da molto tempo: in quale misura Berlusconi è responsabile del deterioramento della politica italiana, e in quale misura lo sono gli italiani. Bisogna valutare l’importanza della personalità nella politica. Il capitalismo liberista sarebbe arrivato anche senza Berlusconi; ma Berlusconi lo ha potenziato. Contano molto, le personalità, in politica come nell’industria: pensiamo a Valletta, a Mattei, oggi a Marchionne".
In vista della successione c’è Gianfranco Fini che scalpita. Lei ha superato le pregiudiziali sulla sua storia politica?


"Io dico: state attenti. Lo dicevo già anni fa. A me fa piacere che Fini oggi difenda le istituzioni e le regole della democrazia. Sono dichiarazioni onorevoli. Ma non mi fido del tutto. Fini è un principe del trasformismo, che è un vizio nazionale spaventoso. Suo padre, volontario della Rsi, divenne socialdemocratico. E lui da giovane, per far carriera politica, non esitò a legarsi anche a figure della Repubblica di Salò".
Dispettoso. Fini è così di moda…
"La mia educazione è di tipo rigorista".
Berlusconi dice: se cado io cade lui.
"Anche Craxi avvertì Berlusconi: attento a Fini. È un trasformista pronto a tutto".
E la Lega, il partito dei duri e puri?
"Buoni, quelli. Bossi diceva ‘Berluskazz’, fascista, amico dei mafiosi".
E Servan-Schreiber, il fondatore dell”Express’: "Chi non cambia idea è uno stupido". Lo ricorda lei nel libro.
"Quella volta, al Piccolo Teatro, capii che Servan-Schreiber era un cialtrone".
È horribilis anche l”alta ruffianeria’?
"Penso a certe piccole donne nominate ministre: ce n’è di terribili. Quella Brambilla. La pochezza, la modestia".
Non sarà maschilismo piemontese?
"Mah, Mario Soldati spiegava con la piemontesità certi miei attacchi ai meridionali sui guai del Mezzogiorno. Ma qui è diverso. Alcune di queste sono penose. C’è quella piccoletta, come si chiama, ministro della Gioventù…".
La ministra Giorgia Meloni?
"Quella è cattiva. Perfida. Ha mandato al ‘Giornale’ una lettera su di me carica di insulti. Avevo scritto un pezzo su certe gallinelle che alla vista di Berlusconi gonfiano il petto. Quanto si è incazzata".

Berlusconi, il sultano.


"Lui è così. È nature. Si dice il più bravo, il più bello. Bellissimo. Mi sembra esagerato. È come i grandi capitalisti americani, la famiglia Hilton: esiste solo il guadagno, l’affermazione personale. Berlusconi è più sincero di altri. Ama sinceramente il peggio. Con il potere che ha, potrebbe fare un giornale ambizioso, invece pubblica ‘Chi’ come house organ, perché gli è utile politicamente".

Il nuovo Hilton non combatte il debito pubblico. E fa soffrire Tremonti.

"Tremonti credo si renda conto che quel modo di far politica è negativo. Ha dato le dimissioni, e Berlusconi si è rimangiato la promessa delle due aliquote. Divertente Scalfari, che ha sognato un Tremonti impegnato a riproporre l’economia delle corporazioni…".

Il fatto più horribilis del momento?
"Questa riabilitazione di Craxi. Senza pudore. Tutti sanno che Craxi ha rubato".

Qualcuno continua a negare.

"E non solo per il partito ma per sé. L’elenco dei furti è noto. La corsa in Tunisia mi ha colpito. Come la corsa a parlar bene di lui per parlar bene di Berlusconi. Lo si celebra non per stima, ma perché il morto serve al vivo. È terribile. Terribile. Se tra chi gli porta omaggio c’è un bravo ministro come Sacconi, e altre persone di valore, vuol dire che per far piacere a Berlusconi sono pronti a tutto".

Lei non distingue il riformismo di Craxi (la socialdemocrazia ha sconfitto l’idea comunista) dalla sua avidità personale?


"Ma che cos’era il riformismo di Craxi? Fumo. In che cosa si differenzia dal socialismo di Nenni? Quali riforme istituzionali fece? Oggi tutti le chiedono, perché nessuno le ha fatte. Erano socialdemocratici, sì, ma in troppi rubavano. Craxi è stato molto schietto nel far capire cosa voleva dalla politica: i valori contano poco, conta comprare le tessere. Per me, nato politicamente con il Partito d’Azione, è stata un’esperienza sbalorditiva. E oggi l’Italia è alla frutta, lo dicono le analisi internazionali, proprio sui valori civili delle democrazie compiute: l’etica pubblica, il paesaggio, la sanità, la libertà di stampa, i diritti della persona".
Il trappolone su Di Pietro e i servizi?
"Correrò un rischio, ma su Di Pietro sono abbastanza sicuro. Anche ai tempi di Mani pulite in molti lo accusarono, e ogni volta tutto si è sgonfiato. Sarà un prepotente, un accentratore che amministra il partito da solo, ma di qui alla Cia…".
Il caso Marrazzo?
"Più che orribile, un caso di cretinismo. Mi sembra il tipico politico televisivo che inseguiva un presunto modello di successo. Ha poi scritto una lettera al papa per chiedere perdono. Una cosa penosa".
La rissa continua nel Pd? Le mazzette a sinistra, dalla Puglia all’Abruzzo?
"Quando, in occasione di un premio giornalistico, ho parlato del ‘peggio del peggio’, c’era anche Gianni Letta e mi ha accusato di eccessivo pessimismo…".

Lo dicono in molti: Bocca vede solo nero.
"Vedo nero ma ho ragione. Bisogna tenere in conto l’età. Ci sono modi diversi di vivere questa fase storica. Se sei giovane, hai buoni appetiti e voglia di divertirti, te ne freghi. Ma se vai per i novanta, vedi il Paese malridotto, e la civiltà in crisi".

Lei cita Prezzolini, gli italiani "negati alla democrazia". E scrive: "Il Paese dei servi felici di esserlo". È molto duro.

"C’è un’abbondanza di servi felici, come di trasformisti. Prendiamo Augusto Minzolini del Tg1. Era di estrema sinistra, poi faceva gli scoop in Transatlantico, oggi è trombettiere del governo".
E Vittorio Feltri? Come lo vede?
"Ricordo quando dirigeva quel piccolo giornale, ‘L’Indipendente’, era bravo. È sempre stato un polemista, oggi anche spietato. Quel mestiere lo sa far bene".
Mai fatto una mangiata di polenta e funghi con Feltri, con un buon barolo?
"Polenta e funghi? No".
Un auspicio di speranza per il 2010?
"Che gli italiani diano il meglio di sé nei momenti più difficili".

(26 gennaio 2010)

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