Onori a Craxi, il Guardian: “Una lezione di moralità all’italiana”

Posted on 31 gennaio 2010

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di John Hooper, The Guardian, 24 gennaio 2010,  traduzione dall’inglese di José F. Padova

 

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L’Italia potrebbe insegnarci qualcosa? La domanda è suggerita dalle celebrazioni di questa settimana – non c’è davvero nessun’altra parola per definirle – del 10° anniversario della morte di Bettino Craxi. Il leader socialista, che negli ’80 fu Primo ministro d’Italia per quattro anni, morì in esilio come un latitante. Era stato condannato per corruzione e illecito finanziamento dei partiti con pene per un totale di 11 anni di carcere.

Si potrebbe pensare che Craxi fosse un tale che i leader politici di adesso vorrebbero dimenticare in sordina. Il primo ministro, Silvio Berlusconi è stato un beneficiario di rilevanti protezioni da parte dell’ultimo boss socialista. Fu grazie a un intervento di Craxi che Berlusconi è stato in grado di assicurarsi una rete nazionale televisiva mediante network locali che aveva cucito insieme in violazione della legge.

Eppure, lungi dallo spazzare la memoria di Craxi sotto il tappeto, la classe dirigente italiana lo ha onorato. Perfino una figura come il presidente Giorgio Napoletano (ex comunista) ha scritto alla vedova di Craxi per dire, tra le altre cose, che il marito era stato trattato con "severità senza precedenti". Il capo dello Stato, un personaggio destinato a incarnare i valori della nazione, ha poi partecipato in Parlamento a una funzione per celebrare l’anniversario della morte di Craxi.

Nelle settimane precedenti la celebrazione, Roma è stata tappezzata di manifesti di commemorazione del leader morto. Politici sia di destra che di sinistra hanno dichiarato che Craxi è stato solo una vittima sacrificale (vale a dire che lo facevano tutti, argomento con il quale Craxi si difese in un discorso al Parlamento, prima di fuggire a Tunisi). E all’inizio di questo mese, segno questo forse più evidente della sua riabilitazione, il sindaco della sua città di elezione, Milano, ha fatto sapere che stava predisponendo per intitolare al suo nome una strada principale o un parco pubblico.

Forse non c’è episodio della recente storia italiana che illustri altrettanto incisivamente la tolleranza da parte dell’Italia della corruzione e dell’illegalità. Ma il mio scopo non è di dare voce allo sgomento o alla condanna, ma di mettere in evidenza il fatto che questo sta accadendo in un paese ricco e che ciò rappresenta una sfida a una ipotesi largamente diffusa.

Per tutto il tempo che posso ricordare, sociologi ed economisti hanno fatto un collegamento tra i livelli di corruzione e di prosperità. Per molto tempo questo sembra essere confermato dalle graduatorie. Una società pulita come la Svezia, per esempio, ha un alto PIL pro-capite.

L’Italia si presenta come un’eccezione. Attualmente, dopo l’ultimo grande riallineamento dei tassi di cambio, è più ricca della Gran Bretagna. Eppure, l’indice di percezione della corruzione elaborato da Transparency International la colloca oggi al 63° posto fra 180 paesi – dopo la Turchia, Cuba e molti paesi africani tra cui Sud Africa, Namibia, Capo Verde e Botswana.

Come l’Italia di Berlusconi sia ben distante dagli standard di moralità pubblica considerati normali nel resto d’Europa, inoltre, prova il fatto che essa è affondata nella classifica. Nel 2008 si trovava al 55° posto nella tabella di Transparency International, ma al 41° l’anno precedente.

Forse la correlazione tra ricchezza e correttezza nella vita pubblica è destinata a raggiungere nella discarica dell’esperienza storica altre verità, proclamate con sicumera. Si è usi a dire che le democrazie non potrebbe sopravvivere all’iperinflazione. Ma poi è arrivata la controprova di Israele nei primi anni ‘80. Si potevano ancora sentire stravaganti commentatori insistere dicendo che le economie non possono crescere oltre un certo punto senza che i politici siano costretti ad accettare la democrazia. Ma se ne sentono molto meno adesso che la seconda economia più grande al mondo è gestita da un partito comunista che non mostra alcun segno di abbandonare la sua presa sul potere.

(26 gennaio 2010)