Dal reviosionismo a rovescismo. La Resistenza (e la Costituzione) sotto attacco (2)

Posted on 4 febbraio 2010

0


 

(segue)

Dichiarando di rifiutare la richiesta della «storia condivisa», respinge altresí l’idea della «memoria divisa» (alludendo per esempio a Sergio Luzzatto), l’autore asserisce la necessità di «cercare la strada per arrivare a una storia completa» (Pansa parlerà di «completismo») che sappia raccontare i fatti cosí come sono accaduti piuttosto che sottometterli alle ricostruzioni volute dalla politica e dall’ideologia e financo dalla morale e dall’etica» (30).

La guerra partigiana dunque deve diventare – o ritornare a essere – «guerra civile», come categoria interpretativa fondamentale. Guerra civile: ma l’operazione è stata già compiuta con il libro di Claudio Pavone. Allora (siamo agli inizi degli anni Novanta), tanti poterono esclamare: l’avevamo sempre detto! Qui un’osservazione si impone: pur essendo coscienti che l’editore (Bollati Boringhieri) per ragioni, come suol dirsi, «squisitamente editoriali», operò un’inversione fra sottotitolo originario (Saggio sulla moralità della Resistenza) e titolo del libro di Pavone(Una guerra civile), va tuttavia rilevato che quel titolo appariva comunque corrivo alla nuova aura storiografica, culturale, politica. E come tale fu usato – naturalmente, non piú che il titolo, sia per la mole impegnativa del volume, sia perché comunque l’autore aggiungeva alla guerra civile due altri conflitti: quello sociale (la Resistenza come moto di liberazione dei subalterni) e quello nazionale (italiani contro stranieri occupanti). Se uno storico proveniente dall’area della sinistra, già partigiano, ha etichettato il biennio ’43-45 nei termini di guerra civile, vuol proprio dire che avevamo ragione noi: cosí argomentato dai rovistatori. Nella corsa ad accaparrarsi la primazia nell’uso di quell’espressione, e nella valanga revisionistico-rovescistica che seguí alla pubblicazione dell’opera di Pavone– una sintesi magistrale, peraltro – non ci si interrogò sul senso stesso di «guerra civile»: anche se fosse, come fu, in parte, nel senso letterale, di conflitto intestino fra connazionali, lo scontro tra partigiani e repubblichini – guerra civile, appunto – quale lo scandalo? Le guerre civili sono guerre solitamente provviste di motivazioni piú forti, piú «convincenti», e, in definitiva, sono piú lecite moralmente di qualsiasi altro conflitto armato. Il libro di Pavone, invece, grazie anche alla provenienza politica dell’autore, divenne la prova provata che quella era stata «soltanto» una guerra civile; ossia, un’oscenità inammissibile. La cui colpa, come si constatò dallo tsunami di pubblicazioni (di giornalisti-storici) e dichiarazioni (di politici), ricadeva nella sostanza sui comunisti, che avevano irretito i partigiani, di cui si minimizzava l’entità numerica e soprattutto il significato militare della loro azione; anzi, si arrivò a rovesciare addirittura i meriti in demeriti. E le stragi nazifasciste vennero tutte interpretate come (legittime, in fondo) reazioni alle provocazioni dei partigiani (comunisti), ai loro attacchi scriteriati, alle loro inutili azioni: inutili come inutile fu tutta la guerriglia antifascista del ’43-45. L’Italia, naturalmente, fu liberata dagli Alleati.

Oggi il revisionismo è diventato moneta corrente, ormai nella sua versione estrema, quella rovescistica. Il «rovescismo», infatti, può essere definito la fase suprema del revisionismo (31).

Quest’ultimo filone è il cavallo di battaglia di Pansa, la sua gallina dalle uova d’oro. Senza alcun rispetto per i piú elementari principi del lavoro storiografico, egli sta ormai perseguendo da anni un sistematico rovesciamento di giudizio sul ’43-45. Naturalmente, ciò non sarebbe possibile senza editori che sollecitano libri di tal genere, libri che rovescino quello che si sa… altrimenti chi comprerebbe un altro libro sulla Resistenza? Bisogna almeno sostenere che i comunisti hanno nascosto – nell’ipotesi piú benigna – una fetta della Resistenza: i comunisti intesi come classe politica, ma anche i comunisti intesi come storici e intellettuali. Dunque, ecco farsi strada la Resistenza cancellata o negata; quella dei non comunisti; un filo che sarebbe poi stato dipanato fino ai primi anni dell’immediato post 25 aprile, sempre insistendo sulla tesi che i comunisti hanno schiacciato i non comunisti, quand’anche loro alleati nella guerra di Liberazione (32).

Dall’alto delle loro centinaia di migliaia di copie, i rovescisti irridono agli accademici pignoli, magari «invidiosi» del loro successo, i quali – niente di meno – vorrebbero le note a piè di pagina. Ma le note non sono altro che la possibilità offerta al lettore di verificare quello che scriviamo, se non vogliamo rimanere nel regno della fiction: chi ci legge deve poter fare il nostro stesso percorso, al limite andando a frugare negli stessi archivi dove noi abbiamo lavorato, e controllare se ci siamo inventati i documenti, o li abbiamo alterati… Per i rovescisti questa è inutile noiosaggine professorale. Dobbiamo fidarci del loro intuito, o – come Pansa procede – delle loro ricostruzioni fatte sulla base di racconti altrui, o di «travaso» di libri in altri libri. Cosí Benedetto Croce, che molti decenni or sono denunciava le «pseudostorie». Nulla di nuovo sotto il sole, in un certo senso. Per raccontare la storia non basta scrivere, perdipiú con il ricorso furbesco a un piano di comunicazione che mescola l’invenzione narrativa (se cosí vogliamo chiamarla) e la pretesa di «raccontare i fatti»: per tal via ogni contestazione di metodo e di merito è impossibile. L’autore ha la risposta pronta.

Se lo cogli in fallo, egli può sempre rispondere che la sua è «libera ricostruzione», e che non si può pretendere l’esattezza. Da questo punto di vista, almeno, il buon Pisanò era meno ambiguo.

Ma veniamo all’analisi sia pur succinta del primo libro rovescistico di Pansa, direttamente ispirato nelle fonti, nel metodo, e nel risultato da Pisanò e compagnia. Come già accennato, siamo davanti a un’operazione scientificamente inaccettabile. Nulla ha a che fare con le criti che che a siffatte opere sono state mosse in nome della political correctness, a cui invece l’autore ha facilitato la strada con una serie di dichiarazioni e di interventi all’inizio soltanto sgradevoli, poi davvero grevi, anche se va detto che egli fu «provocato» da alcuni attacchi assai polemici, i quali forse hanno avuto il torto di confondere il discorso storiografico con quello del sospettato fine politico e/o personale dell’autore. È ovvio che lo studioso di storia non debba preoccuparsi dei possibili utilizzi politici del suo lavoro, ai quali egli è estraneo; non deve chiedersi «a chi giova?», perché la verità giova a tutti; e dunque se il suo lavoro è indirizzato, come dovrebbe, alla ricerca della verità, egli non può fermarsi davanti a questioni di opportunità, di interessi, di convenienze. La verità è un grande edificio collettivo, a cui ciascun ricercatore, in ogni epoca, in ogni parte del mondo, può recare il suo piccolo o grande mattone; e la costruzione procede per aggiustamenti successivi, correzioni, revisioni, sulla base di nuove fonti che nel corso del tempo si rendono disponibili, ovvero grazie al perfezionamento delle stesse tecniche di ricerca; o, infine (in realtà, innanzi tutto), sulla base della capacità che ciascuna generazione, ciascun singolo studioso, ha di porre domande ai documenti, di sollecitare problematicamente la storia. Non occorrono titoli accademici per fare questo; e dunque Pansa che, come ricordato, ha studi storici nel suo passato remoto, e ha avuto buoni maestri (politicamente ineccepibili: Guido Quazza innanzi tutti gli altri), non deve essere maltrattato perché non siede in cattedra. Cosí come non deve essere attaccato anche quando si giudichi il suo libro «utile al nemico»; ciò naturalmente non impedisce inquietanti interrogativi sul momento politico in cui il libro apparve, caratterizzato da goffe riabilitazioni del fascismo e da sciagurate minimizzazioni della Resistenza, con tentativi di equiparazione di partigiani e repubblichini, con le dubbie proposte di celebrazione dei morti, e cosí via. L’autore, piuttosto, va messo sotto accusa, storiograficamente parlando, per altre ragioni, squisitamente inerenti il mestiere di storico.

Trattasi di mestiere che richiede un bagaglio di metodo e uno strumentario tecnico che Pansa a dispetto della vantata ascendenza quazziana, non ha affatto, neppure in minima misura. Egli avverte il lettore che tutto è vero, che tutto è documentato, che tutto è stato riscontrato. Peccato che nessun elemento venga fornito in tale direzione. La disonestà del libro consiste proprio in questo: che ha la pretesa di essere uno studio storico, ma ha l’alibi della letteratura. E in tal modo l’autore si costruisce una sorta di barriera difensiva preventiva. In effetti, il libro è costruito in maniera ambiguamente narrativa, con due personaggi, l’autore, che come in un metaracconto si presenta in veste di ricercatore della verità storica, e un personaggio – l’unico di fantasia, precisa Pansa– che svolge il ruolo di Virgilio che accompagna Dante nell’Inferno della Resistenza, o meglio del post 25 aprile. Livia, tale il nome del personaggio, è una bibliotecaria che guida il «noto giornalista» nella sua indagine, e in un gioco delle parti che viene piuttosto stucchevolmente ripetuto capitolo dopo capitolo, nel libro si passano in rassegna una serie di casi, specie nell’Italia settentrionale, di «vendette» – parola-chiave del racconto, parola che implica un evidente giudizio di (dis)valore – perpetrate dai vincitori (i resistenti) ai danni dei vinti (i repubblichini), il cui sangue (come il titolo indica senza esitazioni: il sangue in copertina è stato un indubbio elemento di richiamo per una larga fetta di pubblico) viene appunto versato, anche quando, come si suggerisce o si dichiara sovente nelle pagine di Pansa, si tratti di sangue innocente.

Nella sua pretesa di mostrare, come egli ha dichiarato ripetutamente, «l’altra faccia della medaglia», l’autore finisce per dare un’immagine del partigianato assai simile a quella della peggiore pubblicistica neofascista e nostalgica fin dai primi anni del post 1945. Non a caso una parte cospicua delle fonti, che vengono menzionate nel corso delle conversazioni tra la bibliotecaria e il giornalista che si vuole anche storico, sono appunto di quel genere. Pisanò, ripeto, è il fiume: Pansa è uno dei rivoli che ne discende. E il libro di Pansa, che vorrebbe ristabilire una «verità negata», si riduce a quell’accennato travaso da altri libri, senza alcuna verifica sull’attendibilità dei racconti in essi contenuti. E quando in numerosi casi appaiono discrepanze tra una fonte e un’altra, l’autore sceglie sulla base di «ritengo», «mi pare», «sembrerebbe»33.

Nell’insieme, il risultato confonde due piani: la moralità degli individui e quella della causa per la quale essi combattono. È evidente, e noto, che tra i partigiani e tra gli stessi antifascisti vi furono personaggi moralmente discutibili (per usare un eufemismo) e fra i saloini vi furono giovani in buona fede, i migliori dei quali, peraltro, si avvidero piú o meno per tempo dell’errore che stavano commettendo e passarono dall’altra parte. Ma sulla differenza e la distanza tra la causa degli uni (la liberazione d’Italia, e per larga parte dei resistenti anche un suo rinnovamento politico e sociale) e quella degli altri (il fascismo e la sudditanza alla Germania hitleriana) non vi possono essere dubbi su quale fosse la parte giusta.

Del resto tutti i casi qui proposti – una serie di nomi di uomini e donne fascisti, o sospetti tali, uccisi, talora barbaramente, dopo il 25 aprile, da uomini e donne della Resistenza, o sospetti tali, in una galleria degli orrori, in cui c’è del vero, sia ben chiaro – sono tappezzati di formule vaghe, di asserzioni che possono essere accettate in una chiacchierata in poltrona fra amici, non stampate in un libro che, questa l’aggravante, si propone (ça va sans dire) di «far luce su una pagina buia della nostra storia».

E mentre è calcata la mano sulla crudeltà dei partigiani che perpetrano le loro nefandezze, quella mano diventa lieve quando si accenna alle cause scatenanti di tali azioni. Sembra emergere tutt’al piú, come sfondo, l’eterna nequizia degli esseri umani, la loro ferinità che altro non aspetta che un’occasione quando non addirittura un pretesto per scatenarsi. E il contesto storico in cui quei fatti (anche dandoli per accertati) avvennero? Nulla o quasi. Anzi, di tanto in tanto, emerge la «colpa» dei comunisti, che soffiano sul fuoco, che incitano alla «mattanza» (la parola ricorre piú volte): comunisti che per libidine vendicativa dietro la quale s’indovina una strategia del terrore per condizionare gli sviluppi della vita italiana, lasciano fare, proteggendo gli assassini, o fanno essi stessi in prima persona.

Ora, la storiografia seria su questo drammatico (ma quanto importante per noi tutti!) periodo della storia italiana, che non ha dovuto aspettare le «ricerche» di Pansa per produrre risultati, oltre a mettere in luce gli elementi costitutivi della situazione (come dimenticare il biennio di orrore, quello sí di sangue e di morte, della RSI?

Come parlare di «vendetta» o di «mattanza» senza tener conto di quello che l’ha immediatamente preceduta?), ha al contrario sottolineato la prudenza della leadership comunista, a cominciare da Palmiro Togliatti. E anche se ci sono stati momenti iniziali, le giornate immediatamente successive al 25 aprile, in cui si lasciò fare, giustificando gli indubbi eccessi – Pansa ha ripetutamente sottolineato la citazione di Giorgio Amendola che legittimava il furore giacobino – d’altro canto non v’è dubbio che si sia trattato di un fenomeno, che, opportunamente storicizzato, rivela caratteri in qualche modo di inevitabilità, dato appunto il contesto; e i suoi numeri furono limitati, rispetto ad analoghe situazioni di «rivalsa» dei vincitori sui vinti. Si aggiunga che (Pansa non ci offre alcun elemento nuovo) la situazione era oggettivamente di difficilissima governabilità e gli stessi comandi alleati ebbero la netta sensazione che molti di quei delitti – giacché delitti vi furono – erano privi di qualsiasi motivazione politica, a cui invece erano attribuiti.

Infine, secondo uno stile proprio di suoi colleghi che si pongono a far «storia», e che ormai si può chiamare la storia secondo Porta a Porta (il programma TV dove imperversa un altro “gigante” della verità storica e ormai anche della pubblica opinione) egli premette al suo racconto una precisazione che ci informa sulla esiziale concezione opinionistica della storia: «Dopo tante pagine scritte, anche da me, sulla Resistenza e sulle atrocità compiute anche dai tedeschi e dai fascisti, mi è sembrato giusto far vedere anche l’altra faccia della medaglia» (34).

Il problema è che la storia non è un confronto di opinioni, non è il salotto televisivo, la storia non è un tavolo da ping-pong (di’ la tua che poi dico la mia); la storia è affar serio, che si fa in modo scientifico e ha il solo scopo di accertare la verità, seguendo tecniche consolidate. Con una premessa sottintesa che deve essere quella dell’onestà intellettuale (un documento scomodo, una verità inquietante per la mia parte politica non deve essere rimosso o corrotto o ignorato…): qui ancora dovrebbe ricorrere il richiamo a Salvemini, con il suo incitamento alla «probità»: dichiarare le proprie passioni, e prendere le contromisure nei loro confronti. Che significa innanzitutto lavorare sui documenti e lavorare correttamente, secondo le regole del metodo storico.

All’accusa di revisionismo, Pansa inizialmente rispose, in svariate interviste, con un altro «ismo», di cui possiamo ritenere sia l’inventore: il già accennato «completismo» (salvo però scrivere nell’avvertenza che il suo «non pretende di essere un racconto completo e non lo è») (35).

Il suo libro aveva la pretesa di riempire i buchi della storia, buchi che naturalmente sarebbero intenzionali: la sinistra, egemone in storiografia (?), succube dei diktat del Partito comunista, avrebbe «rimosso», «censurato», «negato».

In seguito, in modo via via piú aggressivo fino a diventare becero e volgare, il giornalista ormai coccolato da una larga parte dei media, e dello stesso sistema politico, ma diventando via via beniamino della destra, che dal suo lavoro ha tratto linfa per spingersi ad attaccare i fondamenti dell’Italia repubblicana, con disegni di legge, ora (provvisoriamente?) accantonati, di equiparazione giuridica, anche ai fini del trattamento di quiescenza, dei combattenti dell’una e dell’altra parte. Beffardamente, nel messaggio indirizzato «Al lettore», con cui si apre il volume, l’autore afferma pacato che il proprio intento «era di costruire un libro sereno». Basti leggere, ad apertura casuale, per rendersi conto di quanta serenità spiri tra le pagine di Pansa: non ho spazio qui per procedere, ma chi voglia è invitato ad assaggiare quelle pagine.

E dopo Il sangue dei vinti, dopo La Grande Bugia (le maiuscole sono nell’originale), Pansa dà alle stampe un terzo volume nel quale il narciso si presenta nei termini della vittima. Il percorso a ben vedere è consequenziale (36).

La verità è stata nascosta per decenni; sono i comunisti ad averla nascosta; arrivano gli Zorro della storia, e svelano «l’altra faccia», che ovviamente gronda sangue; ma allora una cortina di ferro si leva contro di loro, ostracizzandoli, demonizzandoli, scomunicandoli. Sono i «professori», gli «intellettuali», almeno quelli veteromarxisti, gramsciani fuori moda, togliattiani impenitenti, che ancora seguono vecchi schemi, o subiscono antiche censure, e si fanno censori a loro volta. Il comunismo è morto, ma i suoi effetti (attraverso la perniciosa arma dell’egemonia), sono ben presenti e vivi, insomma. Ed ecco costoro farsi nientemeno che «gendarmi della memoria»: essi tengono ben chiusa sotto chiave la memoria della guerra civile, pretendendo di avere l’esclusiva di parlarne.

Come se, appunto (il modello talk show), la storiografia fosse un campo di opinioni. Ed ecco la grande bouffe di «verità scomode» che il nostro intrepido eroe porta allo scoperto, incurante del pericolo della scomunica. O peggio.

Del resto il volume secondo e terzo della tetralogia (Pansa ha un illustre predecessore in Benedetto Croce!), sono dedicati al resoconto di recensioni, presentazioni, boicottaggi organizzati da codesti gendarmi; ma la morale è che la verità si afferma malgrado tutto questo, e lo dimostrano le centinaia di migliaia di copie che si sono smerciate di questi tomi. In ogni caso, il leitmotiv è la Resistenza come «mito», costruito ad arte dai comunisti, e protetto nel corso del tempo, nascondendo le migliaia di morti inutili che specie dopo il 25 aprile si sarebbero prodotte. E come per le Foibe, e la fobia da foiba, come è stato scritto (37), su cui si è scatenata da un ventennio una campagna sistematica di menzogne (e mezze verità, che sono menzogne ancora piú dannose), Pansa dà le cifre, del tutto arbitrarie, conteggiando intorno ai ventimila ammazzati nella «resa dei conti», dopo la caduta del fascismo. Una «mattanza», appunto, che non solo non corrisponde alle sole cifre attendibili a disposizione (moltiplicandole per 10 o 15) (38), ma dimentica, o finge di dimenticare i contesti in cui le violenze avvenivano, e che nella gran parte dei casi erano esecuzioni comminate dai Tribunali del Popolo. Un fatto anche vero, estratto dal contesto che lo ha generato, perde ogni significato e valore probatorio. Ma tant’è. Pansa ha imboccato una strada che lo porta a diventare, alla fine, il paladino del revisionismo estremo, ma via via in termini piú bolsi, autistici, grottescamente autoapologetici quanto volgarmente ingiuriosi verso i co siddetti «gendarmi».

Precisiamo, comunque, che è ben vero che sul tema della «resa dei conti», vi siano state reticenze, è noto; e ampiamente spiegato, nell’ambito della vicenda non soltanto storiografica e culturale, ma politica dell’Italia repubblicana. Quelle reticenze sono in parte spiegabili non con l’intento di nascondere i morti, ma semmai di sottacere il ruolo di Palmiro Togliatti artefice di un perdono generalizzato su cui molto è stato eccepito, anche recentemente, in termini piuttosto aspri (39).

Ossia, il condono togliattiano va esattamente contro la tesi dei comunisti assassini programmatici. In definitiva, come non ricordare che non da ieri la storiografia sulla Resistenza e sullo stesso fascismo ha avviato un processo di radicale rinnovamento? Di esso cui il libro di Claudio Pavone, già richiamato qui, nei primi anni Novanta era l’esito e non certo l’avvio, che invece si colloca tra gli anni Sessanta e Settanta. E polemizzare oggi sulla storia che «nasconde» la verità – dunque anche sui limiti della Resistenza e dell’antifascismo – perché condizionata dal comunismo, è ridicolo. Ricerche come quella di Hans Woller hanno già detto pacatamente, e seriamente, documentatamente, quello che v’era da dire sul tema (40).

E opere collettive quali l’Atlante storico della Resistenza o il Dizionario della Resistenza(41), che nascono direttamente o indirettamente dal lavoro di scavo condotto nei decenni dalla rete degli Istituti Storici locali del Movimento di Liberazione in Italia, sono assai lontane da opere pur meritorie, ma in cui l’agiografia era robustamente presente come la pur preziosissima e meritoria Enciclopedia dell’antifascismo e della Resistenza (42).

Il problema è che la storia, quella vera, mira precisamente alla maggiore esattezza possibile, in quanto scienza, il cui compito è avvicinarsi in uno sforzo continuo alla verità. I rovescisti vogliono fare colpo, vendere libri, far parlare di sé. E ci riescono: proprio nella misura in cui annunciano che la loro verità è diversa, è altra, è il rovescio di quella assodata. Quel che è grave è, al di là della falsificazione della storia (e in particolare di una storia che ha fondato il nostro presente, per quel che di buono è rimasto in esso, sul piano istituzionale) il risultato complessivo, per cosí dire «teorico» del loro «lavoro»: una totale perdita di significato della storia, e la nascita di una specie di senso comune nel quale c’è posto per tutti, trasformando l’arena della ricerca in un infinito talk show, una situazione in cui la ricerca diventa opinione (avete detto la vostra, ora diciamo la nostra), e tutte le opinioni hanno la medesima legittimità. Tutto viene equiparato, e le ragioni degli individui sono confuse con le ragioni delle cause per cui si battono. Norberto Bobbio rivolse a De Felice e ai suoi adepti una domanda che rimase senza risposta: «E se avessero vinto loro?»(43).

Se avesse prevalso il nazifascismo, insomma? Davvero la causa dei resistenti può essere equiparata a quella dei «ragazzi di Salò»? Il «sangue dei vinti»?! E quello dei partigiani? E quello degli italiani mandati al macello da Mussolini?

V’è chi sostiene, in buona fede, che oggi non sia piú il caso di stare a distinguere. Un già richiamato giornalista fedelissimo dell’armata defeliciana ha scritto di recente, in un’opera illustrata, non ignobile, peraltro:

Come testimoniano le memorie sia postume sia coeve, chi sceglierà di combattersi nella guerra fratricida ha visto nell’8 settembre il giorno tanto della nemesi quanto della rivelazione. Poco importa in sede storica distinguere, con un criterio etico o politico, le ragioni ignobili dalle motivazioni nobili, contrapporre la spinta ideale alla necessità materiale. Perché, senza arrivare a un appiattimento di tutte le posizioni, nella leggenda delle origini della guerra civile il caso si coniuga con il destino, lo stato di necessità con le spinte ambientali, le tendenze dell’animo con le scorciatoie esistenziali, il retroterra culturale e le inclinazioni caratteriali. (44)

Eppure quelle lanciate a guisa di provocazione da Bobbio sono domande che lasciano indifferenti i rovescisti, i quali anzi, dal successo commerciale, mediatico e politico del loro piú recente eroe (Pansa), hanno ricavato nuovo vigore: Pansa, dal canto suo, inserendosi in un altro fortunato filone pseudostorico (quello accennato della «denuncia» delle bugie della storia, ossia degli storici «di sinistra», ossia «comunisti»), è passato dalla «ricostruzione fattuale» alla polemica verso i suoi «avversari», dai quali naturalmente non ha accettato di essere demolito sul piano storiografico, e l’ha «buttata in politica», soluzione comodissima, ben nota. E preso da una sorta di ybris ha prodotto i successivi indigeribili centoni autoreferenziali, insultanti verso persone e falsificatori verso i fatti.

Risposte all’insegna di un’aggressività che hanno messo allo scoperto accanto alle debolezze metodologiche, quelle caratteriali dell’autore; il quale, in un imbarazzante crescendo, si è spinto fino all’autobiografismo esplicito, in chiave autoapologetica (ovvio!), sfidando platealmente il pubblico degli storici di professione: il successo ha suscitato il classico delirio di onnipotenza, voltato in pura provocazione. E con orgoglio si è proclamato, nell’ultimo (per ora) capitolo della sua saga personale, Il revisionista. Mentre nei precedenti la foto dell’autore occupava l’intera ultima di copertina, qui egli è asceso agli onori della prima (45).

L’idea, anzi l’ossessione di fondo, dei revisionisti è accanto a quella volta a «rivedere», quella di raccontare l’altra faccia della storia, quella nascosta (la storia come la luna, insomma), e, cosí, di colmare vuoti che sono politici: nel senso che i soliti comunisti avrebbero impedito che si scavasse, si accertasse e, infine, che si raccontasse.

Giornalisti, scrittori, poligrafi, e qualche studioso professionale giunto spesso per vie imperscrutabili a cattedre universitarie, si sono dati un gran da fare in tale direzione. Per esempio, un testimone con doti da narratore, Carlo Mazzantini, oltre a un romanzo memorialistico su Salò (dall’evidente tratto apologetico), che ha avuto un notevole successo, ci ha regalato un’altra opera, dove il testimone si fa, ahinoi, anche storico, con risultati imbarazzanti. Anche lui, Mazzantini, canonicamente, si propone di riempire «un vuoto di venti anni», «riempirlo non di condanne o di lodi, ma di uomini, di presenze umane, di sentimenti, entusiasmi, dedizioni e anche di calcoli, di opportunismi e di viltà» (46).

Retroterra è, classicamente, il consenso totale degli italiani al regime prima della dichiarazione di guerra di Mussolini: consenso totale e partecipato tranne che per «una esigua minoranza di uomini integerrimi che il fascismo non era riuscito a catturare. […] Di quelli ostinati, tetragoni che anche se tutti dicono sí, loro continuano a scuotere il capo e dire no. […] Ma questi non erano l’Italia»; ma l’Italia «che il fascismo aveva conquistato e dalla quale era stato conquistato» era un’altra, dove «io e i miei coetanei eravamo nati, e altro non avevamo conosciuto, e nella quale sono compresi anche coloro che “dopo”, o anche in quel momento, dissentivano o dissentirono, ma non fecero niente per manifestare quel dissenso». E su questo almeno parzialmente all’autore si può dare ragione.

Ma il suo filo lo conduce altrove:

Si può allora condannare cosí senza appello, come pura dabbenaggine e incoscienza quella esaltazione guerresca, del popolo italiano di allora […]? Cosí come sarebbe giusto dire che solo per leggerezza e ingenuità, quel popolo si sia gettato nelle braccia del tiranno, mosso solo da vanità e ambizione personale? No. Quell’Italia del 10 giugno del ’40, cosí turgida di spiriti nazionalisti, percorsa, fra sventolio di bandiere e fracasso di fanfare, da ondate di orgoglio, non si era abbrancata dietro il suo Capo senza ragioni. (47)

Perciò la caduta di Mussolini il 25 luglio 1943

per noi patriottelli di diciassette, diciotto anni, fu il trauma di un meteorite che aveva centrato la terra. Il crollo di un mondo. La cancellazione del pianeta in cui eri nato. Tutto quello che c’era, tutto quello che eri stato, che avevi vissuto, tutto ciò che ti era stato insegnato e ti connotava permettendoti di tenerti in piedi insieme agli altri, era stato spazzato via. E adesso tu che fai? Chi sei? Dove vai? Con chi stai? No, non credo che i giovani di oggi possano capire. Quella caduta fu vissuta da migliaia di giovani come un fatto personale, un’offesa diretta a ognuno di essi: l’assassinio proditorio del padre. (48)

Conseguentemente, l’8 settembre si manifestò in quei ragazzi «il disgusto di quanto era accaduto, di quanto avevamo vissuto sulla nostra pelle, di quanto ci aveva lacerato dentro. […] Di fronte a questo, noi, quei ragazzi, dicemmo con disperazione: No». Un pugno di eroi, insomma, che si oppone allo sfascio in nome del vero fascismo: «solo con quei compagni potevi usare liberamente anche quelle parole che nello sfacelo, nella miseria che avevi attorno suonavano assurde, risibili – fedeltà alla parola data, onore, dignità militare». Poi l’esecrabile, l’inimmaginabile: la guerra civile. «Mai immaginato di poterci scontrare con altri italiani. Che ci fosse gente che avrebbe scelto di “passare al nemico”. E spararci addosso» (49).

E qui ha inizio il tema caro ai rovistatori degli ultimi decenni: i crimini, prima, durante e dopo il biennio ’43-45: crimini, naturalmente, addebitabili tutti, o quasi tutti, agli antifascisti, e tra loro, essenzialmente, ai comunisti. Sicché dopo «tutta la catena degli agguati, le imboscate, le rappresaglie, le esecuzioni sommarie, gli incendi», ecco «il massacro post bellum. La resa dei conti».

E il buon Mazzantini non trova di meglio che citare il titolo del libro di Pansa, rendendo un omaggio untuoso all’autore: «Insomma Il sangue dei vinti. Che un uomo coraggioso e onesto, ma che solo la sacra unzione dell’antifascismo ha reso attendibile, ha potuto raccontare dopo cinquantotto anni essendo creduto».

Non manca l’atto d’accusa ai comunisti, egemoni nel movimento partigiano (presentato nei soliti termini piú che riduttivi): tra le loro colpe quella inestinguibile di aver giustiziato il duce, che invece avrebbe dovuto avere un processo regolare. Tanto piú che non sarebbe corretto «accollare poi a Mussolini la illegalità diffusa, il radicalismo, le atrocità del periodo repubblichino». Egli è inerte e assente, e non conta nulla. E cosa accadde allora, nel territorio della RSI? Una «guerra fratricida», «guerra per bande da una parte e dall’altra», condotta da «capi locali, nuovi capitani di ventura, che decidono e agiscono di propria iniziativa». Quella guerra fratricida sarebbe continuata, riemergendo per esempio negli anni di piombo, «in cui gli eredi spirituali di quell’Uomini e no e della “rossa primavera” proclameranno che “ammazzare non è reato”» (50).

Mazzantini ritiene che il 25 aprile non sia data di tutti, e non sia una buona data, in sostanza. Della ricorrenza si è occupato, nell’anno del sessantennale, uno storico di professione, di area di centrodestra, con un repertorio di memorie della Resistenza, interessante, ma dalle linee non chiarissime, che comunque può fornire qualche spunto sulla genesi di revanscismi postfascisti e revisionismi rovescistici; anche se, al riguardo, sono da leggere le precedenti pagine di Sergio Luzzatto, ferocemente (e giustamente) critico delle tesi delle «memorie condivise», pur senza fare sconti alla parte che della Resistenza si è fatta interprete privilegiata (51).

Ma, come ha scritto lo stesso studioso, recensendo uno dei tanti Pansa:

Naturalmente, è vero che la Resistenza ha avuto i suoi lati oscuri. È vero che la Liberazione ha avuto le sue pagine nere. È vero che il PCI ha avuto le sue doppiezze. Ma appunto, queste sono cose che gli storici seri sono venuti studiando e scrivendo da almeno quindici anni. È per merito loro, non certo per merito di Pansa e del circuito mediatico dei suoi ammiratori, che noi possiamo coltivare adesso un’idea antiretorica della Resistenza. E che ci possiamo sentire tanto piú debitori verso chi la Resistenza ha avuto il coraggio di fare, vincendo l’ignavia e consegnandoci un’Italia libera. (52)

Che l’attacco alla Resistenza, e all’antifascismo, e in vero alla stessa fondazione della Repubblica, con quel suo straordinario documento fondativo che è la Costituzione scritta nel 1946-47, provenga da un manipolo di mestieranti della penna, è non solo fastidioso, ma offensivo, proprio per la mancanza di serietà nel loro modo di procedere. Si legga, in conclusione, cosa scrive un altro giornalista (casualmente anch’egli del Corriere della Sera), aduso a incursioni storiografiche, nella premessa a un suo libro di «denuncia» degli orrori del comunismo…

Sono tutte storie vere. Nel senso che i luoghi, la maggior parte dei nomi e delle situazioni corrisponde a fatti precisi. Ma sono anche tutte false, dal momento che una storia non puoi raccontarla basandoti soltanto su un documento, altrimenti la tradisci. Bisogna fare in modo che ognuna abbia una sua forma, tocchi un suo culmine drammatico, altrimenti dopo tanti anni non potrebbe mai riuscire ad attraversare il muro dell’indifferenza e del silenzio. (53)

Fiction mischiata alla ricostruzione. Con quali criteri? Sulla base di quali fonti? E con quanto fondamento? Insomma, nel clima di deriva pseudostorica, tutto si può dire, impunemente. Non è «storia», ma sul mercato del senso comune conta infinitamente di piú. E contro di essa, oggi, si tenta non solo di resistere, ma, finalmente, di passare al contrattacco; il volume in cui compaiono queste mie considerazioni rapsodiche, ne è un segnale incoraggiante (54).

NOTE

1. Cfr. G. PANSA, Il sangue dei vinti, Milano, Sperling & Kupfer, 2003. Solo in copertina si legge: «Quel che accadde in Italia dopo il 25 aprile»; ID., La grande bugia, Milano, Sperling & Kupfer, 2006.

2. Cfr. A. D’ORSI, L’egemonia demoniaca del lessico italiano contemporaneo, in A. D’ORSI (a cura di, con la collaborazione di F. CHIAROTTO), Egemonie, Napoli, Dante & Descartes, 2009, pp. 469-93.

3. S. LUZZATTO, Sangue d’Italia. Interventi sulla storia del Novecento, Roma, Manifestolibri, 2009, pp. 105-106.

4. Cfr. E. GALLIDELLA LOGGIA, «I padroni della memoria. La storia riscritta sempre a sinistra», in Corriere della Sera, 1°novembre 2003.

5. Cfr. D. LOSURDO, Il revisionismo storico. Problemi e miti, Roma-Bari, Laterza, 1996, passim; ma per un’introduzione al lemma rinvio alla mia voce «Revisionismo» in Gli ismi della politica, a cura di A. d’Orsi, Roma, Viella, 2009.

6. Cfr. R. DE FELICE, Intervista sul fascismo, a cura di M. A. Ledeen, Roma-Bari, Laterza, 1975; ID., Rosso e Nero, a cura di P. Chessa, Milano, Baldini e Castoldi, 1995.

7. Cito dal saggio di Salvemini, Mussolini diplomatico apparso sia in italiano, sia in francese nel 1932, a Parigi; l’edizione italiana di riferimento è ora in ID., Scritti di politica estera, vol. III, a cura di A. Torre, Milano, Feltrinelli, 1967.

8. Cfr. G. FERRARA, «De Felice: perché deve cadere la retorica dell’antifascismo», in Corriere della Sera, 27 dicembre 1987.

9. Cfr. A. GALANTE GARRONE, «Costituzione, fascismo e riforma», in La Stampa, 29 dicembre 1987. Nello stesso giorno sul Corriere della Sera, fu pubblicata una pagina di commenti all’intervista a De Felice.

10. Cfr. G. PISANÒ, Storia della guerra civile in Italia, 1943-1945, 3 voll., Milano, Edizioni Val Padana, s.d.

11. Cfr. G. PISANÒ, Io fascista. 1945-1946 La testimonianza di un superstite, Milano, Il Saggiatore, 1997. Le prime due edizioni recano il titolo La generazione che non si è arresa (Milano, Edizioni Pidola, 1964; Milano, CDL Edizioni, 1993).

12. Ivi, p. 9.

13. Ivi, p. 111.

14. Ivi, pp. 65-66.

15. Ivi, p. 71.

16. Ivi, p. 82.

17. Ivi, p. 130.

18. Ivi, pp. 149-50.

19. Cfr. G. PISANÒ, P. PISANÒ, Il triangolo della morte. La politica della strage in Emilia durante e dopo la guerra civile, Milano, Mursia, 1992.

20. Cfr. ivi, pp. 1-3.

21. Ivi, p. 9. Ma su Reggio e il «triangolo rosso» rinvio soprattutto a M. STORCHI, Il sangue dei vincitori. Saggio sui crimini fascisti e i processi del dopoguerra. 1945-46, Roma-Reggio Emilia, Aliberti, 2008, che rovescia fin dal titolo il rovescismo di Pansa.

22. Ivi, p. 51. La precedente citazione, p. 62.

23. Ivi, p. 144, 145, 157. Le precedenti citazioni, pp. 60, 82, 115, 120.

24.Ivi, pp. 163-64.

25. Ivi, pp. 202, 211, 219. La precedente citazione, p. 190; le successive, pp. 292, 329.

26. Ivi, pp. 369, 370, 383.

27. Sul tema rinvio al volume, a mia cura (con la collaborazione di F. POMPA), Revisioni e revisionismi nella storia d’Italia. Tre generazioni di studiosisi raccontano, Roma, Manifestolibri, 2005.

28. Cfr. P. MELOGRANI, Le bugie della storia, Milano, Mondadori, 2006; S. FONTANA, La grande menzogna. Come una minoranza è arrivata al potere, Venezia, Marsilio, 2001; ID., Le grandi menzogne della storia contemporanea: dal mito della vittoria mutilata alla strage di Marzabotto, Milano, Ares, 2009.

29. Ivi, pp. XVIII, XXIII.

30. Ivi, p. LXIII; le precedenti citazioni, pp. XLII-XLIII.

31. Ho usato il termine in alcuni articoli e nel libro: Il diritto e il rovescio. Un’apologia della storia, Torino, Aragno, 2006.

32. Si veda per un paio di esempi interessanti (nelle scempiaggini che mettono insieme) i libri di U. FINETTI, La Resistenza cancellata, prefazione di S. Fontana, Milano, Ares, 2003 (pessimo); e M. SERRI, I profeti disarmati, 1945-1948: la guerra tra le due sinistre, Milano, Corbaccio, 2008 (bislacco).

33. Per una prova degli abbagli di Pansa: D. SPAGNOLI,«Pansa riabilita il “partigiano” spia dei fascisti», in Il Calendario del Popolo, n. 727, 2008, pp. 4-10.

34. PANSA, Il sangue dei vinti, cit., p. X.

35. Ivi, p. IX.

36. G. PANSA, I gendarmi della memoria, Milano, Sperling & Kupfer, 2007 (in copertina il sottotitolo: Chi imprigiona la verità sulla guerra civile).

37. Cfr. G. BAJC, Le «foibe»: contributo a un dibattito storiografico in corso, in D. ANTONI (a cura di), Revisionismo storico e terre di confine. Atti del corso di aggiornamento. Trieste, 13-14 marzo 2006, pp. 195 sgg.; ma tutto il volume è da vedersi, insieme agli atti di un altro convegno (Sesto San Giovanni, 9 febbraio 2008): Foibe. Revisionismo di Stato e amnesie della Repubblica, Udine, Kappa Vu, 2008.

38. Cfr. G. CRAINZ, L’ombra della guerra. Il 1945, l’Italia, Roma, Donzelli, 2007, pp. 76 sgg.

39. Cr. M. FRANZINELLI, L’amnistia Togliatti. 22 giugno 1946: colpo di spugna sui crimini fascisti, Milano, Mondadori, 2006.

40. Cfr. H. WOLLER, I conti con il fascismo. L’epurazione in Italia, Bologna, il Mulino, 1997; ed. orig. 1996.

41. Edite da Einaudi (a cura di E. Collotti, R. Sandri, F. Sessi, 2006) e Bruno Mondadori (a cura di L. Baldissara, sotto l’egida dell’Istituto per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia, 2001).

42. Cfr. edito da La Pietra, Milano, 1968-1989.

43. Il dibattito tra R. DE FELICE, N. BOBBIO col titolo «La memoria divisa che ci fa essere anomali», a cura di P. Chessae G. Bosetti, in Reset, n. 17, 1995.

44. P. CHESSA, Guerra civile. 1943-1945-1948. Una storia fotografica, Milano, Mondadori, 2005, pp. 188, p. XV.

45. Cfr. G. PANSA, Il revisionista, Milano, Rizzoli, 2009.

46. Cfr. C. MAZZANTINI, L’ultimo repubblichino. Sessant’anni son passati, Venezia, Marsilio, 2005, p. 12.

47.Ivi, p. 29; la precedente citazione, pp. 20-21.

48. Ivi, p. 49.

49. Ivi, p. 68; le precedenti citazioni, pp. 55, 56, 68.

50. Ivi, pp. 78, 205; pp. 71-72.

51. Cfr. R. CHIARINI, 25 aprile, La competizione politica sulla memoria, Venezia, Marsilio, 2005; S. LUZZATTO, La crisi dell’antifascismo, Torino, Einaudi, 2004.

52. LUZZATTO, Sangue d’Italia, cit., pp. 106-107.

53. D. FERTILIO, La morte rossa. Storie di italiani vittime del comunismo, Venezia, Marsilio, 2004, pp. 18-19.

54. Questo è l’orientamento di Historia Magistra. Rivista di storia critica (Franco Angeli), il cui n. 1 è apparso a fine aprile 2009.

(18 gennaio 2010)

Posted in: Resistenza