Dal revisionismo al rovescismo. La Resistenza (e la Costituzione) sotto attacco (1)

Posted on 4 febbraio 2010

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Pubblichiamo un capitolo dal volume "La storia negata. Il revisionismo e il suo uso politico", a cura di Angelo del Boca (Neri Pozza Bloom, pag. 384, € 20).

di Angelo d’Orsi

Nell’ottobre 2006, il giornalista Giampaolo Pansa pubblicava un volume che avrebbe dovuto essere legato strettamente al precedente, fortunatissimo Sangue dei vinti, un’opera beneficiata da uno spettacolare lancio del sistema mediatico, con notevolissime, immediate ricadute sul piano politico. Se quel libro voleva essere la rivelazione di fatti tenuti nascosti per sei decenni – tale il messaggio che sostanziò la campagna propagandistica – i successivi del medesimo autore, apparivano quasi dei metalibri, complemento polemico rispetto al primo, stazioni di una personale via crucis dell’autore: lo scrivano – il «pennarulo», per dirla en napolitain – travestitosi da studioso di storia, sfidava i professionisti della ricerca, non soltanto producendo un risultato di enorme successo, e, grazie a esso, ergendosi a loro accusatore, con sonori squilli di trombe e roboanti rulli di tamburi di guerra.

L’imputazione? Essere professionalmente non all’altezza del compito, e addirittura nascondere per fini ideologici, o peggio, spinti da conformismo politico (vittime o complici; magari i soliti «utili idioti» della vecchia propaganda anticomunista), nei confronti del «politicamente corretto», ossia della «verità di partito», o quanto meno «di parte»; essi, nella requisitoria di Pansa, avrebbero per decenni nascosto la vera, intera verità di cui pure erano o potevano essere a conoscenza (1).

Non casualmente, dopo avere polemizzato, già nelle aspre tenzoni legate al Sangue dei vinti, contro l’angusta pedanteria di professori che pretendevano addirittura l’indicazione delle fonti su cui egli aveva «lavorato», l’autore andava rivendicando la propria formazione storica, avvenuta all’Università di Torino, con una tesi sulla Resistenza nelle sue zone, l’Alessandrino. Ho detto via Crucis, in quanto in realtà tutta l’operazione-Pansa, oltre ad avere un significato, prima di tutto, bassamente commerciale, era una delle tante rese dei conti che nel sottobosco intellettuale italiano si andavano consumando relativamente ad appartenenze o a militanze nell’area vicina o contigua alle forze politiche della tradizione operaia, socialista, comunista.

Insomma, «revisionando» i risultati della ricerca sulle «questioni scottanti» legate alla Resistenza, e ancor piú al post 25 aprile, l’autore sembrava esercitare il suo commiato, aspro ed egolatrico, dalla sinistra, accusata di essere, in sostanza, disonesta, retrograda, succube dell’occhiuto, nefasto esercizio dell’egemonia gramsciano-togliattiana. Un tema assai caro a una sovrabbondante pubblicistica, passata dall’era craxiana a quella berlusconiana, che, via via piú convinta della giustezza della battaglia contro la pretesa egemonia comunista, ne ha fatto una sorta di leitmotiv (2).

Benché, con eccesso di malizia, forse, vi fu chi sospettò allora che le ambizioni di Pansa fossero di tipo politico, o di giornalismo «che conta» (direzione Corriere della Sera, ad esempio), in realtà il giornalista Pansa era parte – divenuta subito prediletta dai media di area di centrodestra – di una non piccola, anche se non estesa, conventicola: i rovistatori della Resistenza, che hanno la specialità, o endogena, o insufflata dalla committenza politico editoriale, di raschiare nelle pieghe della storia, per snidare il nascosto, ma soltanto se questo sia passibile di uso politico e mercantile, e, soprattutto, se questo «nascosto» emani odore di putrescenza, o sia in grado, appunto, di rovesciare, ribaltare, le acquisizioni storiografiche: ossia la «storia di sinistra», quella che De Felice e i suoi adepti bollarono, con sussiegoso disdegno, come «vulgata antifascista», e poi, semplicemente, «vulgata». E poiché nella maggior parte dei casi la putrescenza è assente, la si inventa, o meglio si condisce con il proprio putridume interiore i fatti, a partire da una impostazione che, come è stato osservato, è prima che anticomunista, «anti-antifascista» (3).

Non casualmente, fu sempre pratica corrente di De Felice di non citare mai i lavori dei suoi antagonisti, cioè coloro che venivano deietti nell’inferno della storiografia «ideologica», ossia «di sinistra»: il che, a prescindere dai contenuti della querelle, costituisce già un errore di prospettiva. La storiografia non può essere individuata come «di destra» o «di sinistra», ma soltanto come buona o cattiva, vale a dire seriamente fondata, o meno. Insomma, l’accusa di ideologismo, proveniente dalla sponda revisionistica, andrebbe semplicemente ribaltata su chi la scaglia. E, in ogni caso, appare segno di debolezza – oltre che di insopportabile arroganza – il voler evitare di confrontarsi con ipotesi interpretative e impostazioni metodologiche diverse dalle nostre.

Dunque, eccoci alla ricerca sistematica della storia «nascosta», la storia «negata», la storia «menzognera», la storia «sequestrata», la storia «violentata»…, ossia la storia che mostrerebbe (questa la reductio ad unum) il ruolo nefasto, esercitato appunto dal Partito comunista italiano, e dai tanti suoi utili idioti, gli intellettuali «organici», espressione con cui nel disinvolto quanto grottesco lessico revisionistico, vengono etichettati tutti coloro che al PCI erano stati legati, anche indirettamente, coloro che pubblicavano presso casa Einaudi, oltre che sotto le insegne canoniche delle Edizioni Rinascita e, poi, degli Editori Riuniti. L’idea sottesa a questo tipo di atteggiamento e di procedura, è – se vogliamo nobilitarli – che la storia fino a un certo momento sia stata «ostaggio» della cultura di sinistra, a sua volta egemonizzata dal PCI. Costoro, gli intellettuali (non solo gli storici) di sinistra, sotto l’occhiuta regia di Togliatti e, in seguito, del togliattismo, sarebbero stati «i padroni della memoria» (4).

Via via che il clima politico generale andava cambiando, e diveniva un fatto concreto lo «sdoganamento» del neofascismo (ormai, nella versione corrente, «postfascismo»), tra gli anni Ottanta e i Novanta, ossia tra Craxi e Berlusconi, i revisionisti prendevano coraggio, occupavano spazi (in particolare si segnalano le pagine, non solo quelle culturali, del Corriere della Sera, foglio in cui ha imposto la linea, su queste tematiche, Ernesto Galli della Loggia), e facevano proseliti, nella loro crociata, che, oltre che anti-antifascista, sostanzialmente era anticomunista, o meglio ancora, in termini piú generali, antirivoluzionaria (benché il termine possa apparire desueto). Il revisionismo ha posto sotto attacco, in effetti, a partire dagli anni Sessanta, tutto il ciclo delle rivoluzioni, da quella Francese a quella Bolscevica, fino alla Resistenza, nella quale fu presente, come una componente importante, l’istanza rivoluzionaria, di un cambiamento epocale, e di un sovvertimento sociale a favore delle classi subalterne (5).

Associandosi all’anticomunismo, questo revisionismo, anche nella versione estrema, portato avanti da giornalisti, ma anche da storici, giungeva a sostenere che tutto quello che sappiamo in merito a fascismo, antifascismo, Resistenza, è menzogna, o perché fondata sulla falsità, o perché basata sull’occultamento; responsabili delle menzogne e dei nascondimenti della verità, sono «i comunisti», da Gramsci fino ai suoi pronipoti, con un particolare accanimento su Togliatti, presentato, spesso e volentieri, egli stesso come un soggetto storico su cui esercitare l’arte speciosa del rovesciamento, e come ispiratore delle trame storiografiche negatrici della verità, infine rimessa a posto dai Pansa e sodali, i vendicatori della storia. Dunque, se quello che si sa è menzogna, si tratta di costruire una «verità alternativa». E piú si urlano le verità alternative, piú esse sono costruite in modo plastico, condite possibilmente da eros e thanatos, piú si allarga il bacino d’utenza. Piú i libri smerciano le copie, piú aumentano i «passaggi» televisivi (con un rapporto di reciproco beneficio tra l’una cosa e l’altra), piú il ceto politico se ne occupa, e un prodotto cartaceo diviene strumento di lotta politica.

Non è un caso che il successo dell’«operazione Pansa» sia stato preparato da un lungo lavorio, che parte almeno dagli anni Ottanta, volume dopo volume della mastodontica biografia mussoliniana di Renzo De Felice.

Che De Feliceabbia dei meriti, è fuori discussione, ma che il suo lavoro avesse anche un fine politico, è altrettanto indubbio, e del resto lo stesso studioso si è incaricato con prese di posizione pubbliche, specie nelle due note interviste, rilasciate a distanza di un ventennio, di trarre risultati politico-ideologici a una ricerca presentata sempre come «disinteressata». E senza quel lavoro, e quegli impulsi ideologici, il revisionismo all’italiana non avrebbe avuto cittadinanza.

De Felice, dunque, a partire dai primi anni Sessanta, quando venne allo scoperto come studioso del fascismo, aveva reiteratamente etichettato il proprio metodo nei termini classicamente positivistici del minatore che scava nelle latebre del passato, portandone alla luce i tesori (i documenti), aggiungendo, ad abundantiam, di essere assolutamente «obiettivo», dimenticando l’avvertenza salveminiana: «lo storico che si dichiara obiettivo o è uno sciocco, o un uomo in malafede, quasi lupo travestito da agnello» (7).

Salvemini invitava alla «probità»: dichiarare le proprie passioni, innanzi tutto, e prendere «le contromisure nei loro confronti». Il che significa essere onesti, sul piano intellettuale, e rigorosi sul piano del metodo. Ma, nella biografia del duce, contraddicendo il proprio assunto, fin dal primo volume (1965), De Felice aveva operato un pieno ricupero alle glorie patrie del figlio del fabbro romagnolo, sconnettendo, nel prosieguo del lavoro, il cattivo nazismo dal fascismo («che non era poi cosí male», come si espresse, all’ingrosso, uno dei grands commis di questo apparato ideologico, Giuliano Ferrara), usando (e abusando) la categoria della «modernizzazione» oltre che, ovviamente, di quella del «consenso». Categorie che, nell’analisi del fascismo sono del tutto lecite, ma da usarsi con cautela. E senza enfatizzare né l’una, né l’altra; soprattutto, senza recidere i nessi tra fascismo (movimento e regime) e l’uso della violenza, della sopraffazione, dell’intimidazione. E il sostegno a Mussolini giunto da poteri non propriamente modernizzatori come il Vaticano.

Ma ritorniamo a Pansa, e al revisionismo, inteso come teoria e pratica della revisione programmatica, che sarebbe giunto alla sua estremizzazione, il rovescismo, agli inizi degli anni Duemila, ma che aveva palesato già vent’anni prima il suo obiettivo, che ancor prima che culturale era direttamente politico; ad ogni modo, esso non si collocava affatto nell’alveo delle problematiche storiografiche, né aveva un intento conoscitivo. A seguito di una intervista (al Corriere della Sera), in cui De Felice invitava a lasciar cadere la retorica dell’antifascismo (8), vi fu chi – Alessandro Galante Garrone, tra i primissimi – comprese quale fosse il punto d’arrivo, di un combinato disposto, che metteva accanto, come pezzi di una batteria, revisionismo (pseudo)storiografico e proposte politico istituzionali (erano gli anni della annunciata Grande Riforma, della vaticinata Seconda Repubblica). L’obiettivo di tanto fuoco, in vero, era la Costituzione Repubblicana, cui si voleva metter mano, per un «adeguamento», che ricordava, nella sostanza, la medesima operazione che in termini storiografici si pretendeva di compiere rispetto al ventennio fascista e al biennio resistenziale (9).

Tra De Felice, in specie l’ultimo De Felice, e Pansa, il rapporto sussiste ed è indiretto; fra i due esiste naturalmente una distanza siderale, ma il nesso v’è, e il secondo non sarebbe pensabile senza il primo. Diretta invece la filiazione dal primo degli pseudostorici della Resistenza chiamata sbrigativamente «guerra civile», il giornalista repubblichino Giorgio Pisanò; ma Pansa s’inseriva nel solco tracciato da divulgatori disinvolti quali Arrigo Petacco, Silvio Bertoldi, e un nugolo di altri che non sempre hanno avuto il beneficio del grande successo di pubblico, ossia del massiccio sostegno mediatico. Proprio tale successo, impossibile del resto in epoca preberlusconiana, faceva di Pansa, a partire dal 2003, il principe dei rovistatori. L’obiettivo perseguito da costoro è, come dicevo, la ricerca del sensazionale, o ancora meglio del maleodorante, del putrescente: e, se non c’è, lo si inventa, lo si amplifica, e lo si sbatte in prima pagina. Che questa operazione sia fatta senza alcun criterio storico, senza le cautele minime di qualsivoglia studioso, poco importa. Se gli autori di libri di tal fatta, vendono, troveranno editori disposti a scommettere su di loro, giornali, radio e televisioni pronti a parlarne, e un pubblico abilmente stuzzicato e quindi incuriosito, non dei fatti, cosí come si sono effettivamente svolti, ma delle notizie (il giornalismo attuale ci ha abituato a una perfetta disconnessione fra le due parole, un tempo legate consequenzialmente: le notizie come la fotografia e radiografia, quando si va un po’ oltre i dati empirici, dei fatti accaduti). Quel pubblico, in sostanza, viene convogliato verso il misterioso, verso il segreto, verso il maligno, verso l’erotico, verso il sadico, verso il macabro: ossia verso ciò che suscita attenzione di massa, che eccita interesse della radio e soprattutto della televisione; ebbene allora il risultato è conseguito. Del resto, l’obiettivo massimo – raggiunto da Pansa– è che la propria opera diventi un film o uno sceneggiato TV.

Ho affermato che la filiazione del Pansa«storico» della Resistenza e del primissimo dopoguerra, ci porta a un attivista neofascista, già militante della RSI, giornalista e politico nel MSI (di cui fu rappresentante al senato per un ventennio), Giorgio Pisanò. Nella sua febbrile attività volta a screditare l’antifascismo, e a riabilitare il duce, e il fascismo in generale, costui negli anni Cinquanta pubblicava un’opera a suo modo capitale, che fissava lo stilema interpretativo della Resistenza nei termini di guerra civile (10).

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A tale fonte a dir poco inquinata, si abbeverarono i rovistatori di cui sopra, Pansa per ultimo, ma con maggiore dovizia. Ma vediamo chi è il revisionista numero uno, in fatto di «storiografia» sulla Resistenza, Giorgio Pisanò.

Ci affidiamo a una fonte inequivoca, un suo libro autobiografico-memorialistico (11).

La decisione di restare nel campo repubblicano (la RSI,insomma) dopo l’8 settembre, viene motivata dall’autore come difesa della «sua dignità di italiano» e de «l’onore della bandiera» di fronte al «rovesciamento di fronte» del Regno (12). Fu il 27 aprile 1945, il giorno in cui l’autore dichiara di aver incontrato per la prima volta i partigiani (salvo smentirsi quando racconta di essere stato catturato da un partigiano durante una missione di spionaggio nell’agosto 1944 (13):

Ero affascinato. Finalmente li vedevo. Lontani, ma li vedevo. Per tutto il periodo della guerra civile non li avevo mai incontrati, tranne quei due, feriti, nell’ospedale di Grosio, pochi giorni prima. Ma quelli erano bloccati in un letto e mi erano sembrati solo due poveri ragazzi spauriti. Raccontarlo oggi che, a sentire le loro storie e a vedere i loro film, si potrebbe giustamente ritenere che i partigiani noi li avessimo dappertutto, anche sotto il letto, può sembrare assurdo. Eppure avevo girato il territorio della RSI in lungo e in largo, di giorno e di notte, ero stato al fronte, avevo superato le linee attraverso zone partigiane, avevo anche partecipato a rastrellamenti, ma i partigiani non li avevo proprio mai visti.

Dunque, presenza evanescente, quella partigiana. O se si vuole, poiché non si facevano vedere, v’era da sospettare che non esistessero. E quando finalmente si materializzano, rivelano la loro pochezza.

Ponte Valtellina era sí in mano ai partigiani. Ma appena ci videro, scapparono via. Non ci fu nemmeno bisogno di sparare. Quei pochi che furono raggiunti dai nostri ragazzi, gettarono le armi a terra e alzarono le braccia. Vennero liquidati a calci nel sedere. (14)

Nonostante questo brillantissimo successo militare, il 28 aprile la colonna fu costretta alla resa dalla caduta della RSI e del duce, fucilato quello stesso giorno. Pisanò e camerati fatti prigionieri furono trasferiti nel carcere di Sondrio:

Novemila metri tra una folla urlante, che inveiva, ci sputava addosso, ci aggrediva a ogni passo. Noi eravamo i delinquenti, noi gli assassini, noi i traditori, noi che indossavamo ancora il grigio verde e avevamo avuto per bandiera un tricolore, quel tricolore che non vedevo piú perché attorno a me c’erano solo bandiere inglesi, americane, e bandiere rosse, un uragano di bandiere rosse. (15)

In carcere, Pisanò e gli altri hanno modo di meditare. Non certo autocriticamente. L’apologetica del fascismo e del duce ha avuto inizio:

La visione di Mussolini appeso per i piedi ci tormentava tutti. Ne parlammo a lungo. Cercammo di immaginare che cosa poteva avere sofferto moralmente e fisicamente negli ultimi istanti della sua vita quell’uomo che per tanti anni aveva lottato e lavorato nell’illusione di fare grande e potente il popolo italiano. E nel valutare l’immensità della tragedia vissuta e sofferta da lui, ognuno di noi poté concludere che il proprio dramma personale, al confronto, era ben poca cosa. (16)

Durante la detenzione di Sondrio molti dei prigionieri vengono giudicati dal Tribunale del Popolo e poi giustiziati o condannati a lunghe pene detentive:

I processi celebrati davanti alla Corte d’Assise di Sondrio vennero considerati un vero e proprio spettacolo. La folla si accalcava per vedere le belve in gabbia e per ascoltare gli sproloqui oratori di tanti bravi signori che, fascistissimi fino al giorno prima, ora si agitavano per accusare i loro camerati di ieri delle colpe piú ignobili e infamanti. (17)

L’autore evita accuratamente qualsiasi analisi delle condanne del Tribunale, dei fatti per cui gli imputati erano alla sbarra, delle procedure, avvalorando, senza onere di prova, la tesi delle uccisioni sommarie di «onesti» fascisti. Lo schema che sarà fatto proprio da Pansa è tutto qui.

L’onere della prova spetta al lettore, semmai, non certo all’autore (in un dibattito pubblico al rimprovero mossogli da chi scrive di non indicare le fonti della sua «ricostruzione», costui rispose: «Professore, ma lei non si fida?». E alla risposta ovviamente negativa, replicò con una singolare proposta: inviare i dieci migliori allievi a fare ricerca sui luoghi di cui egli si era occupato per verificare se il suo racconto fosse o meno attendibile…).

Pisanò, grande e ineguagliato modello per Pansa, avendo svolto attività spionistica, fu oggetto dell’attenzione non solo degli inglesi (che lo arrestarono), ma altresí della magistratura italiana: ma l’imputato non le riconosce titolo a giudicarlo, giacché si tratta di italiani, come lui; e come lui hanno perso la guerra. Dunque – questa la logica del revanscista Pisanò– non possono giudicare altri italiani. Nel finale del libro, affiora il lato buono, quello conciliazionista, o delle «memorie condivise», tema ed espressione entrate in circolazione sull’onda lunga del revisionismo soft negli ultimi dieci-quindici anni.

Quando ripenso a quei giorni, mi domando se gli antifascisti abbiano mai compreso l’enorme errore commesso nel volerci perseguitare in quella maniera. E sono costretto a rispondermi che, evidentemente, non se ne resero conto né allora né dopo. Loro, è chiaro, furono succubi delle loro paure, dei loro incubi ventennali, della loro stessa propaganda; ci vollero considerare tutti in blocco una banda di criminali, di pazzi furiosi, di avventurieri prezzolati, di poveri dementi dal cervello offuscato. Non capirono, o non vollero capire, che quelle centinaia di migliaia di italiani che si erano stretti intorno a Mussolini chiedendo solo di combattere per riscattare l’onore della patria, erano stati mossi da un impulso ideale, da un senso di ribellione, da una volontà di rinnovamento che non avevano alcun precedente nella nostra storia. Non capirono che noi giovani, specialmente noi giovani, ci eravamo battuti perché avevamo visto nella Repubblica sociale, nelle nuove leggi, nei suoi ordinamenti, la possibilità di ricostruire una nuova Italia e una nuova Europa. Non capirono che noi ci eravamo battuti per una Italia che ancora doveva sorgere. […] Se solo uno di quei cervelloni tornati alla ribalta ci avesse detto: «Ragazzi, vi siete battuti in buona fede. Avete perso. Possiamo tentare di realizzare insieme, anche sotto forme diverse da quelle che vi erano state indicate, quel mondo nuovo che avevate sognato», ebbene, sono certo che quel tale ci avrebbe raccolti intorno a lui, pronti a rimboccarci le maniche per ricostruire l’Italia. (18)

Eccoci, insomma all’apologetica dei «ragazzi di Salò», destinata ad ampia fortuna politica.

Il revisionismo rovescistico sulla Resistenza e sul processo che porta alla Repubblica, attraverso la Carta Costituzionale, se non nasce direttamente dal revanscismo nostalgico, gli si collega e a esso attinge: è, in sostanza, un figlio, magari spurio, del neofascismo. Le contiguità, piú che le affinità, emergono chiaramente con un’altra opera data alla luce dallo stesso Pisanò, in sodalizio familiare, a distanza di decenni, l’opera piú vicina ai pretesi scoop di Pansa, dedicata a quello che ormai è divenuto usuale chiamare «triangolo della morte». Su quest’opera, lasciando cadere tutta la sovrabbondante produzione antecedente di Pisanò, vale la pena soffermarsi, brevemente, anche perché le rivelazioni pansesche sono relative essenzialmente al post 25 aprile, precisamente come il racconto autobiografico (19).

La tesi degli autori è che la frattura tra fascisti e antifascisti non comunisti «non sarebbe sfociata, solo per volontà di costoro, nella barbarie e nelle efferatezze della guerra civile», in quanto «consapevoli dell’esito finale del conflitto (vittoria scontata degli Alleati) ed erano entrambi propensi ad un passaggio dei poteri il piú possibile indolore»; di conseguenza la spirale di violenza è da imputare alla «compagine di terroristi» che sarebbe stata scatenata dal PCI (20).

In tale quadro, la provincia di Reggio Emilia diventa il laboratorio in cui il PCI «sperimentò con maggior successo, fra il 1943 e il 1945, l’azione rivoluzionaria tendente a trasformare l’Italia, uscita sconfitta dalla guerra, in una repubblica popolare di tipo sovietico» (21).

Nella ricostruzione dei Pisanò, i fascisti tentano in ogni modo di evitare risposte violente e rappresaglie (e quando avvengono, esse vengono attribuite immancabilmente ai tedeschi) alle efferatezze dei terroristi rossi, che molto spesso si rivelano essere ladri e briganti sotto mentite spoglie.

Il PCI si distingue per il cinismo con cui ricorre alla violenza pur di raggiungere i suoi obiettivi rivoluzionari; a tali scopi i dirigenti comunisti cercano in ogni maniera di far precipitare l’Italia in una guerra civile che nessuno vuole (meno che mai i fascisti) in modo da avere un terreno fertile per la loro azione politica eversiva.

Come nel caso dei fratelli Cervi, il PCI persegue crudelmente chiunque al suo interno non sia allineato alle strategie della dirigenza; dalla ricostruzione di questa vicenda, paradigmatica per gli autori, si scoprono le macchinazioni dei rossi che portarono all’eliminazione dei fratelli Cervie di altri partigiani.

Il momento del dominio comunista sulla sponda antifascista della guerra civile scavalca le categorie della politica e, per quanto ammantato di frenesia rivoluzionaria, assume anche i contorni di un momento di follia al potere.

In questa parte del libro dedicata ai Cervi, estremamente dettagliata, non esiste nota o riferimento alcuno. Una delle poche fonti richiamate viene presentata in questo modo:

Ciò che stiamo per rivelare non è scritto su nessuno degli innumerevoli libri che la storiografia antifascista ha prodotto per decenni per alimentare il mito dei Cervi. È scritto, però, in una testimonianza raccolta dagli autori di questo libro e rilasciata loro da uno dei pochi componenti l’UPI (Ufficio politico investigativo) della questura di Reggio sopravvissuti al 25 aprile. È una testimonianza (riferita esclusivamente a vicende accadute nel Reggiano durante la guerra civile) che si compone di 80 cartelle (62 manoscritte e 12 dattiloscritte) che gli autori custodiscono nel loro archivio, e che quindi rendono in parte pubblica rispettando la volontà del testimone a mantenere l’anonimato. (22)

Naturalmente le fonti autentiche (tra cui la testimonianza dello stesso Alcide Cervi) e le versioni documentate dell’«impareggiabile storiografia stalinista applicata alla guerra civile» vengono rigettate senza pietà. Ovviamente, non facendo ricorso ad alcuna analisi documentale o metodologica.

Altri casi di «epurazioni» interne alla Resistenza e d’irresponsabili azioni terroristiche; quest’ultime finiscono col coinvolgere i civili nelle rappresaglie tedesche. Ma la provincia di Reggio

nonostante l’azione terroristica dei guerriglieri si mantenne sempre disciplinata e operosa, compatibilmente con l’eccezionalità del momento, agli ordini delle autorità repubblicane, potendo contare inoltre su un numero altissimo di aderenti alla RSI. E questo grazie alla instancabile attività di Giovanni Caneva […]. Caneva, infatti, cercò anche di attenuare con ogni mezzo gli orrori della guerra civile, intervenendo quasi sempre per impedire l’esecuzione di partigiani catturati e condannati a morte.

Le azioni violente dei partigiani continuarono oltre il 25 aprile del 1945; a dimostrazione gli autori citano «venti episodi presi a caso fra migliaia dello stesso tipo, che provano il clima di “giustizia sommaria” instaurato dai comunisti». L’infiltrazione comunista nel reggiano era diventata tale, nel dopoguerra, da arrivare a un vero controllo sulla polizia di Stato. Mentre in Parlamento il PCI sedeva «responsabilmente» a livello periferico manteneva il suo apparato militare impiegandolo segretamente per i suoi scopi; il PCI, sostengono gli autori, in un affondo politico, negli anni Settanta avrebbe continuato su questo doppio binario utilizzando le Brigate rosse in luogo dei partigiani.

Nella provincia di Modena, invece, si manifestò subito e piú concretamente «una vera reazione anticomunista in seno all’antifascismo» grazie a una consistente presenza democristiana nel «mare rosso» della Resistenza.

Ciononostante, «scomparso di scena il fascismo senza l’arrivo delle truppe alleate, anche da una Resistenza “bipolare” (almeno sulla carta) come quella modenese, sarebbe potuta scaturire solo una “repubblica dei soviet”».

Nel Modenese erano attivi anche altri partiti (Partito d’azione, PSIUP), ma

il mito dell’antifascismo «unitario», insomma, naufragò subito. Di fronte ai comunisti che andavano dritti per la loro strada, sfruttando fino in fondo lo stato di guerra per puntare alla rivoluzione di classe, gli esponenti degli altri partiti, posti nella necessità di esprimere un progetto politico capace di rifondare lo Stato oltre il fascismo superando la politica marxista, denunciandone il pericolo e smascherandone la sfida filosovietica lanciata con le armi, chinarono chi piú chi meno la testa e si piegarono, fingendo di starci, al gioco dell’«unità ciellenista» targata Mosca. (23)

Per debolezza o per viltà, l’antifascismo non comunista rinunciò a esprimere «una valida e chiara alternati va sottratta all’ipoteca comunista», condannandosi cosí a essere «non solo succube ma anche zimbello della strategia del PCI» (24).

Guardando alle istituzioni repubblichine, gli autori – ça va sans dire – esprimono apprezzamento per l’operato delle autorità politiche (in specie i podestà) e della burocrazia della RSI: altro che «canaglie». Se mai il fascismo venne onorato nel momento supremo della tragedia è evidente che lo fu an che e soprattutto da questi oscuri addetti alla macchina statale, che si erano formati durante il ventennio di Mussolini e che rimasero al loro posto fino all’ultimo, facendosi massacrare e dando una testimonianza di senso del dovere e dello Stato che meritava da tutti gli italiani, nei decenni successivi, un riconoscimento un po’ piú degno del solo che moltissimi di loro ebbero allora: esecuzioni sommarie e fosse senza nome sparse sull’Appennino.

Se si apprezza la Repubblica Sociale, la Repubblica di Montefiorino, l’interessante esperimento di democrazia spontanea, dal basso, scaturita dalla lotta partigiana, non può che esser additata all’esecrazione. Essa «visse la sua breve stagione all’insegna della megalomania e della “giustizia popolare”, ossia della follia sanguinaria. Tutto, sulla carta, venne ingigantito ed enfatizzato. Con una sola eccezione: le violenze di ogni genere, le uccisioni e le stragi indiscriminate eseguite in nome della “giustizia proletaria” che, purtroppo, anticiparono il “triangolo della morte”». E, esercitando i comunisti non solo il dominio militare, ma l’egemonia, era quasi ovvio che quel «clima di “repubblica popolare”», «contagiò» i non comunisti.

Fu un’orgia di sangue.

Bastonature, «predazioni», rapine, sequestri, stupri, uccisioni, fucilazioni di massa, sevizie, efferatezze di ogni genere furono il vero elemento caratterizzante della «liberazione» di Montefiorino, preludio alla «liberazione» dell’Emilia. […] Ma la cornice nella quale avvenne il fenomeno […] fa assomigliare l’esperimento molto piú all’incubo di un manicomio criminale che all’effervescenza di un laboratorio politico. (25)

In chiusura, come nella parte sul Reggiano, il catalogo degli orrori: l’elenco di «altre cento storie maledette».

Reggio, Modena, ed ecco il terzo corno del triangolo, Ferrara. Rispetto ai precedenti le vicende sono meno approfondite «poiché quest’opera vuole fornire soprattutto gli elementi essenziali per una corretta rilettura storica e politica di quel periodo e poiché le province di Reggio Emilia e Modena risultano emblematiche al riguardo». Dopo l’8 settembre il Ferrarese, grazie al fascismo repubblichino («repubblicano», per gli autori),

visse nella calma piú assoluta alcune settimane. Ma tanta tranquillità non poteva essere bene accetta dai comunisti.

Questi ultimi, infatti, grazie alla loro esperienza rivoluzionaria, erano in grado di valutare l’importanza strategica del possesso politico di una provincia come quella di Ferrara, «serbatoio umano» di prim’ordine con i suoi 160.000 braccianti agricoli, ed entrarono ben presto in azione.

Da qui il PCI s’impegnò, come altrove, a far saltare tutte le ipotesi di tregua tra antifascisti non comunisti e fascisti. Ottenuta la guerra civile, i partigiani si diedero al massacro e ai regolamenti di conti come nelle altre provincie anche dopo il 25 aprile.

Da ultimo, nella parte finale del libro, è trattata la provincia di Bologna: il triangolo diventa quadrangolo, a dispetto del titolo dell’opera.

La vastità del dramma causato dalla guerra civile in provincia di Bologna eguaglia, per numero di vittime e di atrocità, quella registrata in provincia di Modena, lasciando al Bolognese solo un triste primato, la piú terribile rappresaglia eseguita dai tedeschi sul territorio italiano: Marzabotto.

Questa tragedia «cominciò a maturare fin dai primi mesi del 1944 allorché la “brigata” comunista “Stella rossa” cominciò a dar segni di vita», impegnando le truppe tedesche nella zona. «Chi fece le spese della situazione fu, come al solito, la popolazione civile, abbandonata dai partigiani rossi alla mercé delle truppe rastrellatrici». Durante il rastrellamento nazista di Marzabotto i partigiani non fecero nulla per difendere la popolazione e anzi, quando non erano impegnati negli omicidi degli elementi non graditi alla dirigenza comunista, si diedero alla fuga verso i territori controllati dagli alleati. Nei processi successivi alla strage il PCI si impegnò, attraverso un «largo spiegamento di testimoni falsi», a nascondere le responsabilità della «Stella rossa» (26).

Qui siamo davanti a un altro leitmotiv revisionistico: le colpe dei partigiani, vale a dire da un canto la loro irresponsabilità (eseguire attentati contro i nazisti e i saloini, non curandosi delle conseguenze: il caso di via Rasella, come si sa, è l’esempio emblematico; e proprio su di esso una menzogna clamorosa è diventata moneta corrente sui giornali e alla televisione, con personaggi incuranti dei documenti, che ripetono e ribadiscono la responsabilità degli attentatori); dall’altro canto, i partigiani vengono regolarmente accusati di essere vili. Insomma, gente che lancia il sasso e nasconde la mano, pronta a mettersi in salvo, lasciando alla mercé del nemico i civili inermi.

In appendice al volume, dulcis in fundo, si ha una lista di tutte le vittime menzionate nel testo, senza beneficio di prova alcuna. Del resto, i documenti, le fonti, la letteratura critica, il metodo, le tecniche della ricerca… che saranno mai?

I Pisanò forniscono, in definitiva, senza saperlo, fin dagli anni Cinquanta, un repertorio perfetto del «metodo» revisionistico, a cui si abbevereranno i tanti rovistatori della Resistenza, i quali rientrano in una categoria piú ampia, che sembra inesauribile. Ora – sia detto una volta per tutte, benché per gli specialisti si tratti di un’ovvietà – esiste una differenza essenziale tra la revisione, momento irrinunciabile del lavoro del ricercatore storico, e il revisionismo, che definisco come l’ideologia e la pratica della revisione programmatica. Se l’una ha un valore eminentemente storiografico, l’altro si colloca in un ambito sostanzialmente politico: qual è infatti il compito dello storico? Quello, nobile e problematico, di accertare la verità dei fatti, sulla base dei documenti («pas de documents, pas d’histoire»: senza documenti non c’è storia, ci ha insegnato la grande tradizione metodologica francese), i quali vanno opportunamente trattati, onde accertarne l’autenticità, la provenienza e la veridicità (esistono documenti autentici che raccontano frottole e documenti falsi che dicono verità), opportunamente «interrogati» e «sollecitati», e infine interpretati. In tal modo, sulla base della scoperta di nuove fonti – documenti fino ad allora sconosciuti – o del perfezionamento di tecniche di ricerca, o dell’emergere di sensibilità nuove, si procede a quell’incessante lavoro di «revisione», che è anima del lavoro storiografico. La conoscenza che cosí si può rag giungere è il prodotto collettivo di individui singoli e di intere generazioni; tutti coloro che fanno ricerca possono portare i loro mattoni a questo edificio, correggendo, integrando il già costruito, o facendo salire il livello della costruzione, piano dopo piano.

Il revisionismo vuole invece pregiudizialmente «revisionare», possibilmente ribaltare, le conoscenze acquisite, partendo dal presupposto che quello che abbiamo appreso finora siano «bugie» (27): sintomatico in tal senso il titolo del Pansa che ha fatto seguito al Sangue dei vinti, o di pamphlet tanto di studiosi come Piero Melograni, o di mestieranti come Sandro Fontana, nei quali troviamo una serie di grottesche «rivelazioni» partorite tutte dalla fertile inventiva degli autori: la tesi di fondo è che la storia, intesa come historia rerum gestarum, è zeppa di «bugie» (28).

E perché mai? Semplice: perché la verità è stata «sequestrata» o addirittura «imprigionata» dalla cultura di sinistra, egemonizzata dal PCI, gramscian-togliattiano. E finalmente, in epoca liberata dall’egemonia della sinistra, le menzogne vengono smascherate, e cadono i «miti», grazie precisamente, prima alla meritoria opera di ricercatori coraggiosi, non soggetti al ricatto di partito, o alle pressioni della cultura dominante, o non corrivi alla «vulgata».

Cosí il defeliciano Pasquale Chessaspiega la «vulgata»:

È nel «legittimismo» antifascista, visto dall’angolazione ciellinista e partigiana, l’origine di quella vulgata storiografica che ha tramandato l’immagine politica della Resistenza come lotta di popolo contro il nemico nazifascista, escludendo dal perimetro della memoria condivisa la Resistenza come «guerra civile» in luogo del piú politicamente corretto «guerra di liberazione nazionale».

L’introduzione nella storia «ufficiale» del concetto di «guerra civile», sebbene puramente descrittivo, rifletteva infatti un’imbarazzante equivalenza politica fra i «ribelli» e i «ragazzi di Salò», un’improponibile simmetria morale.

Secondo questo ennesimo giornalista con aspirazioni da storico, la storiografia e la memorialistica «partigiana» sono da sempre impegnate in una «straordinaria partita per il controllo della Resistenza»; partita «viva ancora oggi, per stabilire un nesso irresolubile fra la Resistenza e la Repubblica dei partiti fondata sulla Costituzione antifascista. Che la storiografia, in questa storia, abbia finito per giocare un ruolo politico, è il discrimine teorico individuato da Renzo De Felice nella cosiddetta vulgata» (29).

E Chessa, naturalmente, sponsorizza la memoria condivisa, la storia completa, e respinge la polemica antirevisionistica, con grande semplicità, o forse con semplicismo, quasi ingenuo. «Le memorie di partigiani e saloini sono rimaste finora separate, incomunicabili, senza mai potersi incrociare nella ricostruzione storica della molteplicità di guerre che hanno attraversato il paese nel pieno degli anni Quaranta». E in modo del tutto corrivo ai modi e agli stessi tic verbali dell’ondata postdefeliciana, l’autore parla di «storia dei vincitori», accusandola non solo di aver praticato la rimozione di un passato indicibile sommerso dalla necessità politica di legittimare l’antifascismo, e con esso il PCI, nella nuova storia del paese, quanto l’uso calunnioso del concetto di revisionismo storico che sovrappone i risultati della nuova ricerca storiografica con la maschera del nemico.

(continua)

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