“Vi racconto la mia vita da schiavo fra le cassette dell’Ortomercato”

Posted on 13 febbraio 2010

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Omar Hammoudi, 34 anni, algerino, in Italia da regolare dal 2002, è il primo lavoratore dell’Ortomercato di Milano che ha avuto il coraggio di denunciare i suoi sfruttatori e non ha paura di raccontare i suoi cinque anni da schiavo in via Lombroso. Nelle sue parole il racconto delle cooperative che aprono e chiudono per non pagare i contributi, i suoi giorni sui camion dopo 17 ore di lavoro

di Sandro De Riccardis

«La vittoria in tribunale mi ha lasciato solo, senza lavoro. Invece loro sono ancora lì: hanno cambiato nome alle cooperative e comandano come prima». Omar Hammoudi è il primo lavoratore ad aver denunciato la sua vita da schiavo all’Ortomercato. Racconta le sue giornate da 17 ore di lavoro ininterrotto, il viaggio mezzo morto verso casa, poi tre ore di sonno prima di un’altra giornata infinita a caricare cassette di frutta.
IL VIDEO ESCLUSIVO La testimonianza di Omar
Omar Hammoudi ha 34 anni ed è algerino. Ha vissuto in Francia, poi in Italia, dal 2005 è stato per quasi cinque anni all’Ortomercato. Ha creduto in chi gli ha offerto un posto da socio in una cooperativa. Ha sperato di far parte di un’impresa e ci ha lasciato dentro i suoi pochi soldi. Si è accorto che i suoi soci erano i suoi sfruttatori e ha avuto il coraggio di denunciarli fino a vincere in tribunale. «All’Ortomercato sei solo uno schiavo. Entri che non è ancora giorno e non sai quando uscirai. Inizi a lavorare alle due di notte e vai avanti fino a mezzogiorno, fino alle cinque del pomeriggio, fino alle sette di sera. Fai trecento ore al mese, poi in busta paga ne trovi 30, 40, al massimo 50. Il resto è in nero».
Omar ha iniziato a lavorare in via Lombroso con la Ncm, una cooperativa che ora non esiste più perché, diventata simbolo del lavoro nero, è stata sciolta. «C’erano persone senza contratto, clandestini, gente senza nemmeno le scarpe antiinfortunio. Io ero uno dei soci. Mi dicevano che dovevamo fare sacrifici. Che bisognava comprare i muletti. Intanto coi soldi della società loro si compravano le Mercedes 320 da 48mila euro. In due anni, sono spariti quasi 2 milioni di euro». A fine 2008 la Ncm viene messa in liquidazione e poco dopo, ad aprile 2009, Omar fa causa: nessuno gli ha versato contributi, straordinari, ferie, festività, periodo di malattia. Vince. E il tribunale gli riconosce 11mila euro di risarcimento.

La Ncm però è ormai una scatola vuota. All’Ortomercato funziona così: le cooperative finiscono in liquidazione, si scindono, cambiano nome: quando lo Stato chiede conto dell’evasione, trova solo scatole senza patrimonio su cui rivalersi, mentre chi muove i fili del racket delle assunzioni non va mai via. «Io ho perso il lavoro. Loro sono sempre lì». La vecchia Ncm è diventata la Liberty, una delle due cooperative del consorzio City che ha bloccato la gara indetta dalla Sogemi.
Gli uomini sono gli stessi. Il liquidatore della Ncm è Gianfranco Teodorio Recchia, 49 anni, ora rappresentante del consorzio City nel ricorso al Tar. Amministratore unico della Liberty è Stefano Tornaghi, 41 anni, ex facchino e dipendente della Ncm. «Nessuno dei vecchi amministratori è sparito dagli stand. E i veri padroni nemmeno compaiono perché hanno avuto condanne».
Dopo il periodo alla Ncm, qualche mese di malattia non pagato per un muletto salito sul piede, Omar ha lavorato nel 2009 alla Nuova Frutta, ora anche questa in liquidazione. Un contratto di tre mesi, con 45 giorni di prova, per 24 ore settimanali. «Invece iniziavo alle 3 del mattino e finivo alle sette di sera. In 17 giorni ho fatto 237 ore. Ti dicono che c’è la crisi, che non c’è lavoro. Il lavoro c’è: ma ognuno fa quello di due persone. Altrimenti ti licenziano. Io per mesi ho dormito tre ore a notte. E sul camion, mentre trasportavo la frutta, mi sono addormentato due volte. I caporali ci dicevano di far risultare la sosta, che dobbiamo fare per legge e che deve risultare sulla carta tachigrafica, mentre scarichiamo la merce. Nessuno protesta. Tutti hanno paura, non possono restare senza lavoro».

(12 febbraio 2010)