Tim Willocks: l’umanità è folle e il carcere la rende più folle

Posted on 16 febbraio 2010

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In un carcere del Texas, il difficile equilibrio tra le diverse etnie e i vari gruppi di potere sta per subire uno scossone. Il direttore, che ironicamente porta il nome di Hobbes, il filosofo inglese del Seicento teorico della guerra di tutti contro tutti, decide di stabilire un ordine nuovo, facendo esplodere una rivolta nel suo istituto di pena e puntando a sedarla nel sangue. È questo lo spunto iniziale de Il fine ultimo della creazione (Cairo, pagine 462, euro 18,50), il romanzo che ha lanciato Tim Willocks, psichiatra inglese prestato brillantemente alla narrativa. Qualcuno su un canale televisivo nazionale lo ha criticato aspramente, probabilmente senza averlo letto. Certo, Willocks non è per gli stomaci deboli. I suoi libri sono durissimi. Tacciarlo di eccessiva violenza, però, è un po’ come tacciare John Harvey di eccessivo pessimismo o Joe R. Lansdale di eccessiva ironia.

Ecco come la pensa lui stesso sull’abbondanza di violenza, sesso e miseria nei suoi libri. «Il mondo ne è pieno e dunque questa triade è ottima per creare tensione narrativa. Fortunatamente, siamo quasi tutti estranei alla violenza, anche se spesso la violenza militare, politica ed economica è perpetrata a nostro vantaggio».

In Italia ci sono stati molti casi di suicidio in carcere. Il carcere ha perso del tutto la sua funzione rieducativa? «La riabilitazione è un sogno umanistico. Le società moderne cercano, senza riuscirvi, di dare un’educazione decente, un lavoro premiante, dignità e autorispetto ai cittadini, per cui è difficile pensare che lo si possa fare anche a beneficio dei carcerati. A differenza di Gran Bretagna e Usa, ho la sensazione che l’Italia sia meno incline a mandare troppa gente in galera. In Usa, soprattutto in California, si spendono più soldi per gli istituti di pena che per l’istruzione. È un chiaro segnale di una società in disgregazione».

Se questo libro dovesse scriverlo oggi, avrebbe lo stesso atteggiamento? «No, perché sono cambiato tanto come persona quanto come scrittore. Tuttavia, i peggiori aspetti della vita in un carcere americano sono peggiorati ulteriormente. Il mio libro è un’allegoria: un gruppo di persone variegate rischia tutto pur di proteggere i più inermi. È una favola idealistica che oggi, date le cose, non riuscirei a scrivere con altrettanta convinzione. La follia e l’avidità si sono imposte nel mondo e oggi è più difficile essere idealisti. Continuo a credere che la massa sia fatta di brave persone, ma che quelle che salgono al potere siano sempre peggio».

Ha visitato un carcere oppure no per scrivere questo libro? «Sì e vi ho anche lavorato come psichiatra. Molti carcerati di tutto il mondo mi hanno scritto convinti che io stesso avessi scontato una pena in prigione. Ma è l’immaginazione, non la ricerca, l’elemento centrale di un romanzo. I miei film preferiti sul mondo carcerario vedono entrambi Burt Lancaster nel ruolo del protagonista: Forza Bruta e L’Uomo di Alcatraz , in cui la prigione è la metafora della società, della vita stessa, della sensazione condivisa di essere in trappola, di essere sotto controllo, in vincoli, oppressi, soprattutto nell’infanzia, a scuola, sul lavoro. Chi non anela a crearsi spazi di libertà, una vita senza vincoli, un’esistenza dignitosa? Il carcere porta tali aspirazioni e sensazioni all’estremo».

Perché la figura del direttore di un carcere che perde la testa è così ricorrente nella letteratura e filmografia sull’argomento? «In realtà, i direttori dei carceri sono intelligenti, umani e sani di mente e svolgono uno dei lavori più difficili che esistano. Però, sul piano narrativo, rappresentano un simbolo irresistibile di tirannia, controllo, onnipotenza. Il mio Hobbes, un umanista, perde la testa quando si rende conto di non essere in grado di svolgere un buon lavoro. Crede nella riabilitazione, ma tutti i vincoli economici e politici a cui è soggetto lo costringono a gestire la sua prigione come se fosse uno zoo».

Esiste veramente una questione relativa alle minoranze etniche e sessuali all’interno del carcere? «Le condizioni carcerarie americane sembrano amplificare piuttosto che appiattire le differenze. Molti si fanno scudo di tali differenze. Il carcere in un certo senso è una metafora delle lotte di potere e della paranoia imperanti tra le nazioni e il mio romanzo è anche un’allegoria della guerra, una guerra in cui non si sceglie da che parte stare ma si è costretti a combattere da una parte pur sapendo che è la parte sbagliata. L’umanità è folle e la prigione la rende ancor più folle».

Perché i suicidi sono in crescita in carcere? Per la disperazione della vita all’interno degli istituti di pena o per la disperazione al pensiero che il detenuto non ha un futuro fuori dal carcere? «In molti carceri non si curano le malattie mentali nel modo dovuto. In genere, sono tali disturbi a far finire in carcere una persona che, invece, dovrebbe stare in ospedale. Le persone affette da disturbi mentali hanno maggiori probabilità di suicidarsi di quelle sane. Se si tiene conto anche di reazioni naturali, date le circostanze, come disperazione e senso di colpa, non sorprende che un carcerato possa contemplare l’eventualità del suicidio. La nostra è una società sempre più irreligiosa e alienante in cui gli effetti protettivi della fede e della comunità sono quanto mai deboli e in cui il suicidio è decisamente meno marchiato dall’infamia sociale rispetto a un tempo. Per cui, malgrado le prigioni siano di massima più umane che in passato, le ragioni che portano al suicidio sono più comuni. Nel mio romanzo è proprio il direttore la persona dagli istinti suicidi più sviluppati: uccide la prigione invece che uccidere se stesso».

16 febbraio 2010

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Posted in: Los de abajo