Roberto Saviano – La nuova mafia invincibile

Posted on 14 marzo 2010

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Il potere della ‘ndrangheta calabrese cresce. Il pm Gratteri lo analizza e offre soluzioni per combatterlo. Mentre il governo non ha una strategia. E studia leggi a vantaggio dei padrini

Un posto di blocco a San Luca, in Calabria

‘Le mafie sono presenti dove c’è da gestire denaro e potere’. Con queste poche e semplici parole Nicola Gratteri ricorda che nessuno, in nessun angolo del mondo, può sentirsi al riparo dal problema mafia.
‘La malapianta’ è una conversazione fra due calabresi in prima linea contro le ‘ndrine. Nicola Gratteri, procuratore aggiunto della Dda di Reggio Calabria, e Antonio Nicaso che vive in Canada – dove l’ho conosciuto – a oltre 12 ore di volo da chi non gli ha perdonato le sue parole di denuncia. Gratteri e Nicaso, separati da un oceano, uniti dalla conoscenza del fenomeno che li ha divisi, rispondono alle domande più frequenti poste a chi si occupa di criminalità organizzata. Come mai della ‘ndrangheta si sa così poco? Com’è possibile che un’organizzazione che ha le sue radici nel cuore di pietra dell’Aspromonte abbia un fatturato annuo così alto? Com’è possibile che la politica abbia fatto e continui a fare così poco per porre argine alla piaga della criminalità in Calabria? E come mai quando si parla di infiltrazioni mafiose nelle regioni del Nord, invece di affrontare il problema, la politica si indigna per negare o minimizzare?
La malapianta ha una forma strana, paradossale. I suoi rami arrivano ovunque, ma sono più invisibili delle radici. È un’organizzazione radicata nella parte più povera d’Italia e al tempo stesso una holding che tratta direttamente con i cartelli colombiani: gestisce l’importazione di cocaina praticamente in tutta Europa, con aperture anche nei mercati asiatici e africani. Eppure in Calabria la ‘ndrangheta, pur muovendo ingenti capitali, non ha quasi mai fatto investimenti o li ha fatti dove non vanno a beneficio dei suoi compaesani.
La malapianta è un organismo anomalo che non arricchisce e non porta ossigeno. Desertifica, anzi, la terra in cui è conficcata. Perché ogni euro regalato al territorio è avvertito come denaro perso, come obolo dato in beneficenza. Denaro che non frutta. Così la pensa chi domina la propria terra, sia in Calabria che in Campania.

E il dolo è evidente, ma tanto antico da sembrare legge di natura. Già dalla fine dell’Ottocento – precisamente dal 1869, quando le amministrative a Reggio Calabria furono completamente falsate dall’uso della violenza da parte di un’organizzazione criminale che muoveva i suoi primi passi spavaldi – era chiaro che in Calabria ci fosse un potere enorme, illegale e incontrollabile. Ma nell’ultimo secolo e mezzo, la ‘ndrangheta è cresciuta a livelli esponenziali, passando dai capitali accumulati con i sequestri di persona alla presenza dei propri broker in Colombia. È divenuta intermediaria privilegiata fra i maggiori produttori di coca e le mafie più longeve, partner di massima fiducia dei narcos.
Questo è il reale, enorme potere della criminalità calabrese che del suo mostrarsi povera e arretrata ha fatto un punto di forza. La ‘ndrangheta ha goduto per decenni di un silenzio quasi totale perché percepita come la sorella stracciona di mafia e camorra, priva di alcun fascino per cinema e letteratura. In questo modo le vicende che l’hanno riguardata sono sempre state riportate a margine della cronaca locale, persino più di quanto sia accaduto con la camorra. E se non fosse stato per la strage di Duisburg, nell’estate del 2007, quelle storie sarebbero rimaste appannaggio dei pochi in grado di recepirle e interpretarle. La malapianta sarebbe rimasta invisibile al resto d’Italia e del mondo. Del resto, il suo massimo interesse non è mai stato quello di condizionare palesemente la politica e l’economia nazionale, ma operare in maniera sotterranea, senza far rumore, e così gestire appalti e subappalti. Con gli ingenti capitali di cui dispone, infiltrarsi e corrompere è diventato facilissimo. Al punto che per la ‘ndrangheta il problema principale, adesso, non è accumulare denaro, quanto piuttosto trovare nuovi modi per giustificare e reinvestire la propria ricchezza. E se un tempo gli affiliati erano considerati uomini rozzi, abitanti di paesi dimenticati, oggi sono laureati, occupano posizioni di potere e gestiscono la cosa pubblica. Gli anni ’70 hanno costituito un punto di svolta in questa evoluzione. Allora venne creata ‘la Santa’ i cui componenti sono ‘ndranghetisti e massoni deviati, col risultato che allo stesso tavolo ora siedono criminali, professionisti, imprenditori e dirigenti. Ma la conversazione tra Gratteri e Nicaso non si limita a compilare una storia puntuale della ‘ndrangheta, propone piuttosto soluzioni e strategie che i governi dovrebbero adottare per contrastare o cercare di arginare i danni prodotti dall’espansione dei gruppi calabresi.

Quel che emerge con chiarezza da questo libro è soprattutto ciò che manca: la volontà programmatica, coordinata a livello centrale, di debellare le ‘ndrine. Del resto, con i suoi 44 miliardi di euro di fatturato annuo, la ‘ndrangheta – come le altre organizzazioni criminali – è una delle aziende più floride d’Italia. Tagliarle le gambe, almeno in una prima fase, equivarrebbe a interferire capillarmente sul già debole assetto economico dell’intero paese.
E ai provvedimenti che rappresentano passi in avanti per contrastare la criminalità, – come l’abolizione del patteggiamento in appello, il sequestro e la confisca dei beni appartenenti agli affiliati – se ne affiancano altri che sono altrettanti passi indietro. Le proposte di legge sulle intercettazioni e sul processo breve renderebbero più oneroso e quasi impossibile procedere contro le mafie in maniera sistematica. Di un disegno che vada oltre, che miri a sradicare la malapianta proliferante sul terreno dell’economia e innestata nella politica, ancora non c’è traccia. Nemmeno l’ombra di modifiche normative che facciano diventare sconveniente aderire alle organizzazioni criminali. E nel caso delle ‘ndrine, questa è un’impresa particolarmente difficile, perché essere ‘ndranghetista, ancor più che camorrista o mafioso, significa abbracciare una sorta di credo religioso. Alla convenienza economica si aggiunge, quindi, il plusvalore mistico. Su chi decide di intraprendere la carriera criminale in Calabria, secondo Nicola Gratteri, non possono aver presa discorsi etici e morali. Solo la prova tangibile del detto sempre smentito che ‘il crimine non paga’, potrebbe contribuire a smontare il mito: certezza della pena, confisca dei beni e congelamento dei capitali. Quando la linfa è sangue e il raccolto è denaro, non basta tagliuzzare qualche ramoscello per avere la meglio sulla malapianta. Si rischia, anzi, che quell’azione somigli a una potatura che la fa crescere con ancora più vigore.
2010 Roberto Saviano
Agenzia Santachiara

(11 marzo 2010)

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Posted in: Gomorra