Marco Damilano – La rabbia del Caimano

Posted on 16 marzo 2010

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Caos liste. Partito a pezzi. Sondaggi in discesa. La nuova indagine su di lui. Il premier torna all’attacco con la strategia di sempre: vittimismo e offensiva senza quartiere

Il volto sgomento del Pdl è quello del deputato semplice Simone Baldelli lasciato a fare la guardia al bidone di un gruppo parlamentare che non esiste più, un tenente Drogo abbandonato nel deserto dei Tartari dell’aula di Montecitorio, costretto a rimotivare truppe che non gli danno retta mentre i generali, il capogruppo Fabrizio Cicchitto, il suo vice Italo Bocchino, sono altrove, a dettare le grandi strategie, si fa per dire. La settimana più nera del Popolo della libertà, cominciata con la clamorosa esclusione del partito nella capitale da parte del Tar Lazio nonostante il decreto notturno salva-liste, prosegue con una serie di rovesci alla Camera e al Senato. A Palazzo Madama la maggioranza è costretta al voto di fiducia sul provvedimento che più sta a cuore al Cavaliere, il legittimo impedimento, reso necessario dalle assenze dei senatori Pdl e dalla continua mancanza di numero legale. A Montecitorio il centrodestra va sotto perfino su un’innocua votazione sull’ordine del giorno. E quando entra in aula la neo-sottosegretaria Daniela Santanchè partono bordate di fischi e di buuu dai banchi. Dell’opposizione? Macché, la simpatica accoglienza per la collega arriva dalle compagne di partito, le deputate del Pdl. Che non dimenticano di essere state definite dalla signora Garnero "in posizione orizzontale" di fronte a Berlusconi. E ora restituiscono il rametto di mimosa.

Caos delle liste. Pdl a pezzi. Sondaggi in discesa: dieci punti di gradimento per il governo in meno. Per salvare il centrodestra in disarmo tocca riportare in scena il Berlusconi più classico. Il Caimano che addenta pezzi di istituzioni, divora frammenti di Costituzione e fa legge a sé. E fino a lunedì 8 sera, quando il Tar del Lazio ha bocciato il ricorso del Pdl romano, il Cavaliere poteva vantare un bel numero di risultati raggiunti in poche ore: con il decreto firmato da Giorgio Napolitano nella notte del 5 marzo aveva rimesso in corsa la lista di Roberto Formigoni in Lombardia e quella del Popolo della libertà a Roma, bocciate dai tribunali ordinari. Aveva ricompattato la maggioranza, dalla Lega di Umberto Bossi che inizialmente aveva fatto conoscere la sua contrarietà al decreto, al corpaccione del partito azzurro, fino ad arrivare al presidente della Camera. Questa volta Gianfranco Fini non poteva opporsi all’ennesimo strappo istituzionale. Perché la vicenda romana lo riguarda in prima persona, Renata Polverini è un nome lanciato da lui. Infine, con il decreto Berlusconi aveva raggiunto altri due risultati politicamente pesanti nel campo avversario: aveva messo in difficoltà il Pd di Pier Luigi Bersani, diviso tra gli attacchi al Quirinale di Antonio Di Pietro e la minaccia di ritiro dei radicali di Emma Bonino e Marco Pannella. Ed era riuscito a separare il Pd dal presidente della Repubblica, per la prima volta visibilmente su sponde diverse.

Tutto sfumato in poche ore, in seguito ai colpi di scena e alle sentenze a sorpresa della magistratura amministrativa. E ora le elezioni regionali, che fino a pochi giorni fa il Cavaliere considerava (o faceva finta di considerare) una spiacevole incombenza, al punto di annunciare comizi ridotti al minimo e nessuna comparsata televisiva, si sono di nuovo trasformate per il premier in un giudizio di Dio, lo scontro tra il Bene e il Male cui sono legate molte cose: la sopravvivenza della maggioranza, la vita del Pdl, il futuro del governo, le sorti della legislatura. Con la linea di sempre, vittimismo e scontro senza quartiere. Una campagna elettorale stile Armageddon inaugurata con l’annuncio di una grande manifestazione di piazza per il 20 marzo a Roma, a San Giovanni. E con un videomessaggio in cui Berlusconi accusa "la sinistra che non vuole misurarsi democraticamente con il voto". Un pronunciamento inviato on line non al partito, ma ai Promotori della libertà del ministro Michela Vittoria Brambilla, la nuova creatura prediletta del premier. E già: nelle ore più cupe del partitone azzurro fondato appena un anno fa, Berlusconi ignora il Pdl e preferisce trasmettere il suo verbo direttamente ai promoters brambilliani con un video-messaggio. E già questa scelta rivela il senso di quello che succederà nelle prossime settimane.

Il Pdl in tutta Italia è chiamato a vincere le elezioni regionali per conto del premier, ma è come se appartenesse a un’altra epoca geologica. Uno dei tre coordinatori, Denis Verdini, è addirittura sotto inchiesta per corruzione a Firenze, ma nessuno sembra farci caso: più per distrazione che per solidarietà. Un altro componente del trio, il ministro Sandro Bondi, partecipa alle riunioni del partito quasi con sofferenza. Non apre bocca, come se la cosa non lo toccasse. All’ultimo vertice, venerdì scorso, se n’è andato senza salutare, accompagnato sotto la pioggia dalla fidanzata, la deputata Manuela Repetti. In compenso, scrive torrenziali lettere alla stampa amica, dal ‘Giornale’ al ‘Foglio’, proponendosi come l’unico autentico ideologo della "rivoluzione berlusconiana", manco fossimo nella Cina di Mao.

Il Fondatore, Berlusconi, guarda al Pdl come a una struttura già nata decrepita. Ha nostalgia del suo vecchio partito, al punto che a volte si confonde e ne parla come se fosse ancora vivo: "Nei sondaggi Forza Italia è al 40 per cento…", come se il Pdl non fosse mai esistito. Eppure di candidati ex forzisti alle elezioni se ne vedono pochini: al Nord domina la Lega, con l’eccezione del ciellino Formigoni, nel Lazio e in Calabria ci sono gli ex di An, in Campania il socialista Stefano Caldoro. E in Puglia, l’unica regione dove il candidato presidente è un forzista doc, Rocco Palese, tra i berlusconiani è scoppiata la faida per il controllo del territorio: nella zona di Bari pesca il vicecapogruppo al Senato Gaetano Quagliariello, il Salento è il feudo del ministro Raffaele Fitto che ha voluto Palese contro il parere di Berlusconi. E ora Quagliariello gli fa la guerra, con l’obiettivo di scalzarlo dalla guida del Pdl pugliese (e chissà, anche dal governo in un eventuale rimpasto) in caso di sconfitta contro Vendola.

Ma anche Fini è più inquieto che mai. In difficoltà, perché sul decreto si era esposto, perché Roma è soprattutto una cosa di An, dunque anche sua, e perché la convivenza con Berlusconi diventa sempre più complicata. Il co-fondatore del Popolo della libertà è ormai diviso dal numero uno praticamente su tutto, tranne che su un punto: il Pdl non piace neppure a lui e dopo le regionali bisognerà cambiare.

Nella cerchia dei consiglieri del presidente della Camera giurano che il tempo delle scelte si avvicina. Dopo le regionali nulla può essere escluso: neppure una scissione, un’uscita dal partito o almeno dai gruppi parlamentari. Magari con l’obiettivo di costituire un altro gruppo, esterno al Pdl, restando nella maggioranza di governo ma recuperando una piena libertà di azione. In An, tra i più vicini a Fini, c’è chi ricorda con nostalgia i tempi della Casa delle libertà, che non era un partito unico ma una federazione in cui ognuno poi tornava nel suo habitat naturale. Ricorrono metafore matrimoniali: "Silvio e Gianfranco sono come due coniugi che continuano a vivere insieme e si tirano i piatti tutte le sere. Se si separassero tornerebbero a parlarsi con serenità". E poi, senza giri di parole: "Così non possiamo andare avanti. Nel Pdl o rompi le scatole o ti adegui. E noi non possiamo più restare abbinati ai berlusconiani". Fini conosce a memoria gli umori dei suoi colonnelli. Anche perché, ogni volta che si va in Parlamento senza vincoli di maggioranza o voti di fiducia, emergono alla luce del sole. Distanze abissali, come quella che passa tra la deputata calabrese finiana Angela Napoli, minacciata di morte dalla ‘ndrangheta, e quei colleghi ex Forza Italia che a Montecitorio intendevano evitare la censura per i mafiosi che fanno propaganda elettorale.

Il presidente della Camera aspetta, vorrebbe che fosse Berlusconi a fare la prima mossa. Se è Silvio a sfasciare il Pdl, chi potrebbe poi gettare addosso a Fini la croce del traditore? Ma il tempo stringe, anche per lui. La strategia dei distinguo si è ormai esaurita: se Fini non fa qualcosa o si paralizza come la sinistra democristiana, che brontolava molto ma non rompeva mai, o finisce imbalsamato nel suo ruolo istituzionale. Un monumento della Repubblica, senza futuro politico.

Molto più a casa si sente la Lega, data per vincente nei sondaggi. Così, dopo le elezioni, hanno previsto Fini e Giuseppe Pisanu nel loro ultimo incontro con Pier Ferdinando Casini, ci saranno il partito di Bossi molto più forte e il Pdl più debole elettoralmente e più diviso politicamente. Ingredienti che anticipano un giro di boa della legislatura difficile per il governo. Per questo, e non solo per il pasticciaccio delle liste, tocca ancora una volta al Cavaliere tornare in campo, come sedici anni fa, con una mega-manifestazione di piazza. Obiettivo: recuperare voti preziosi che rischiano di finire nell’astensionismo o alla Lega. Non per salvare il Pdl, ultimo dei suoi pensieri, ma per resuscitare se stesso. Se le regionali andranno male Berlusconi addosserà le responsabilità della sconfitta a chi nel partito non si è impegnato abbastanza. Se andranno bene, invece, il merito sarà tutto suo e non si faranno prigionieri. Dentro il Pdl, s’intende. A meno che non sia Fini ad anticiparlo.

(15 marzo 2010)