Piergiorgio Odifreddi – SINDONE, QUESTO FALSO

Posted on 10 aprile 2010

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Su Repubblica di sabato 25 novembre 2000

La sindone, un mistero per modo di dire da dove arriva e come si spiega la sua impronta.

La conquista di Costantinopoli del 1204 rivelò all’Occidente la cornucopia di reliquie conservate nei santuari di Bisanzio. Comprate o trafugate dai crociati, in breve tempo esse andarono ad arricchire il patrimonio di meraviglie sacre conservate nelle chiese medioevali, per l’elevazione spirituale dei fedeli e materiale del clero. Miracolosamente sopravvissute nei millenni, le memorie del Vecchio Testamento erano sorprendenti: la mensa di Abramo; la scure con cui Noè costruì l’arca, e il ramoscello d’ulivo riportato dalla colomba dopo il diluvio; le tavole della legge e la verga di Mosè; la manna e l’arca della Santa Alleanza; tre delle trombe con cui Giosuè fece crollare le mura di Gerico; il trono di David … Altrettanto incredibili erano i reperti del Nuovo Testamento: la mangiatoia di Betlemme; ampolle col latte della Madonna e l’ultimo respiro di San Giuseppe; il cordone ombelicale e otto prepuzi di Gesù bambino; i suoi denti da latte, più vari frammenti di unghie e peli di barba; le pietre sulle quali fu circonciso e battezzato; le lettere che avrebbe scritto di proprio pugno; i dodici canestri della moltiplicazione dei pani; il famoso Santo Graal, cioè il calice dell’ultima cena; il catino in cui Cristo lavò i piedi agli apostoli, e il panno con cui li asciugò; la clamide scarlatta, la corona di spine, lo scettro di canna, il flagello e le orme dei suoi piedi di fronte a Pilato; la Veronica col suo volto; la cenere del falò acceso dopo la rinnegazione di Pietro; molti chiodi della croce, e un numero enorme di suoi frammenti di legno; in miracoloso contrasto con essi, la croce tutta intera, ritrovata nel 326 dalla madre di Costantino; la spugna, l’aceto, la canna e la punta della lancia del centurione; il marmo su cui il corpo fu deposto, con i segni delle lacrime della Madonna; la candela che illuminava il sepolcro; il dito che l’apostolo Tommaso mise nel costato; la pietra dell’assunzione al cielo … Benché alcune di queste reliquie siano (state) conservate nelle basiliche più sacre della Cristianità, da Santa Maria Maggiore a San Giovanni in Laterano, chiunque argomentasse seriamente oggi a favore della loro attendibilità storica verrebbe quasi sempre preso per matto. Quasi, ma non sempre, almeno a giudicare dai milioni di fedeli accorsi a Torino a vedere la Sindone durante l’ostensione da poco conclusasi. O meglio, una delle quarantatré Sindoni di cui si ha notizia: alcune con immagini, e altre no; molte andate distrutte da incendi e, come già ironizzava Calvino, prontamente rimpiazzate; una, quella miracolosa di Besançon, distrutta per ordine del Comitato di Salute Pubblica durante la Convenzione Nazionale della Rivoluzione Francese.

La Sindone di Torino, un telo di lino di circa quattro metri per uno, apparve per la prima volta nel 1353 presso Troyes, nel cuore della regione di Chartres e Reims, famose per le loro cattedrali. Il telo reca una doppia immagine, fronte e retro, di un cadavere nudo, rappresentato secondo i canoni e le proporzioni dell’arte gotica dell’epoca: figura rigidamente verticale, gambe e piedi paralleli, tratti del viso più caratterizzati di quelli del corpo. La presenza di segni di ferite in perfetto accordo con il racconto evangelico della passione poteva far supporre che quella fosse un’immagine impressa dal corpo di Cristo sepolto, stranamente mai menzionata nei testi sacri, né rappresentata iconograficamente nel primo millennio.

Nel 1389 il vescovo di Troyes inviò però un memoriale al papa, dichiarando che il telo era stato "artificiosamente dipinto in modo ingegnoso", e che "fu provato anche dall’artefice che lo aveva dipinto che esso era fatto per opera umana, non miracolosamente prodotto". Nel 1390 Clemente VII emanò di conseguenza quattro bolle, con le quali permetteva l’ostensione ma ordinava di "dire ad alta voce, per far cessare ogni frode, che la suddetta raffigurazione o rappresentazione non è il vero Sudario del Nostro Signore Gesù Cristo, ma una pittura o tavola fatta a raffigurazione o imitazione del Sudario".

Alla testimonianza storica del pontefice di allora, evidentemente diverso da altri suoi successori, possiamo oggi aggiungere la conferma scientifica della datazione al radiocarbonio effettuata nel 1978 da tre laboratori di Oxford, Tucson e Zurigo, su incarico della diocesi di Torino e del Vaticano: la data di confezione della tela si situa tra il 1260 e il 1390, e l’immagine non può dunque essere anteriore. Stabilito che la Sindone è un artefatto, rimane da scoprire come sia stata confezionata.

L’immagine è indelebile, essendo sopravvissuta sia a ripetute immersioni in olio bollente e liscivia effettuate nel 1503 in occasione di un incontro tra l’arciduca Filippo il Bello con Margherita d’Austria, sia al calore di un incendio del 1532, che la danneggiò in più punti. Inoltre, è negativa (le parti in rilievo sono scure, quelle rientranti chiare), unidirezionale (il colore non è spalmato), tridimensionale (l’intensità dipende dalla distanza tra la tela e la parte rappresentata), e ottenuta per disidratazione e ossidazione delle fibre. Siamo dunque di fronte non a una pittura ma a un’impronta, che certo non può essere stata lasciata da un cadavere.

Dal punto di vista anatomico, infatti, le immagini frontale e dorsale non hanno la stessa lunghezza (differiscono di quattro centimetri), ma hanno la stessa intensità, benché il peso sia tutto scaricato sul retro; l’avambraccio destro è più lungo del sinistro; le braccia sono piegate ma le mani ricoprono il pube, il che richiederebbe una tensione delle braccia o una legatura delle mani; le dita sono sproporzionate, e l’indice e il medio sono uguali; posteriormente si vede l’impronta del piede destro, benché le gambe siano allungate. Dal punto di vista geometrico, l’impronta stereografica lasciata da un corpo o da una statua sarebbe distorta e deformata, soprattutto nella faccia: l’esatto contrario della raffigurazione veristica della Sindone. Solo un bassorilievo di poca profondità può lasciare un’impronta simile. Non è naturalmente possibile sapere con certezza come si sia passati dall’uno all’altra, ma non è necessario scomodare i miracoli. Anzitutto, qualunque calco sarebbe automaticamente negativo e unidirezionale. Per quanto riguarda la tridimensionalità, ci sono due possibilità naturali. La prima è stata riprodotta dall’anatomopatologo Vittorio Pesce Delfino, che l’ha descritta in E l’uomo creò la Sindone (edizioni Dedalo). Basta scaldare un bassorilievo metallico a 220 gradi e appoggiarvi brevemente un telo, per ottenere un’immagine dal caratteristico colore giallastro della reliquia: lo stesso delle bruciature da ferro da stiro. La tridimensionalità è causata da una duplice trasmissione del calore: per contatto diretto in alcuni punti, e per convenzione a distanza in altri. Le foto del libro mostrano come anche una rudimentale e brutta figura sia in grado di lasciare un’impronta sorprendentemente simile alla Sindone. La seconda possibilità è descritta dal chimico Luigi Garlaschelli nel delizioso libretto Processo alla Sindone (Avverbi), e rende anche conto di due fatti aggiuntivi: sulla reliquia sono state trovate tracce di colore, e le riproduzioni antiche mostrano un’immagine più intensa di quella attuale. In questo caso l’impronta è ottenuta ponendo il telo sul bassorilievo e strofinandovi sopra dell’ocra in polvere, come si fa col carboncino sulla carta. Col tempo il colore si stacca, e lascia un’impronta fantasma residua come le foglie negli erbari.

A ciascuno dei fatti oggettivi che abbiamo esposto è naturalmente possibile opporre opinioni soggettive, invocanti cause naturali o soprannaturali, nel tentativo di ricondurre la ragione alla fede. La più fantasiosa fra quelle avanzate, tra pollini e monetine, è certamente l’ipotesi che imprecisati fenomeni nucleari avvenuti all’atto della resurrezione atomica di Cristo abbiano modificato la struttura del telo, cospirando a falsarne la datazione in modo da farla coincidere proprio con il periodo della sua apparizione storica. Evidentemente, non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.

Coloro che invece hanno orecchie per intendere, intendono: il fatto miracoloso non sussiste, e il caso è chiuso.

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