Tra gli indiani dell’agro pontino: «Come schiavi, per due euro»

Posted on 13 aprile 2010

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di Roberto Rossi

Domani niente paga. Su Latina e provincia è prevista pioggia. E se piove nei campi non si lavora. E se non si lavora niente stipendio. Domani su Latina e provincia piove e, dunque, oltre settemila schiavi dovranno restare a casa. Gli indiani sparsi tra Borgo Grappa, Borgo Hermada, Bella Farnia, Bordo Vodice e negli altri villaggi dell’agro pontino non potranno riversarsi nei campi come ogni giorno baciato dal sole.

E per due – quattro euro all’ora, i più fortunati, prendersi cura di frutta e verdura di una delle zone agricole più fertili d’Italia. Il quadrilatero che congiunge Latina a Sezze, Terracina a Sabaudia è, infatti, una manna per chi voglia coltivare. Settantamila ettari di terreno che il governo fascista di Mussolini strappò, negli anni ‘30, alla malaria. È la culla del kiwi, del cocomero, della zucchina. Ma anche una delle zone con il più alto tasso di lavoro nero, grigio, irregolare. Un luogo dove sono registrate alla Camera di commercio 11mila aziende agricole, ma appena 10mila lavoratori regolari. Molti dei quali stranieri, la maggior parte indiani. Numeri, per altro, utili solo per le statistiche della Prefettura.

La Flai Cgil locale ha calcolato che di imprese ce ne sono almeno il triplo (30mila) mentre i lavoratori, nei picchi stagionali, possono arrivare anche a 60 forse 70mila. È impossibile calcolarli tutti. In agricoltura lo sfruttamento della manodopera è quasi la norma. E non solo a Latina. In Italia è stato stimato che il 90% delle ore lavorate nelle regioni del Mezzogiorno siano a nero. La percentuale scende al 50% per le regioni centrali e al 30% al nord. E non importa la nazionalità. Naturalmente i lavoratori migranti sono l’anello più debole di questa catena di sfruttamento. Di questi, secondo il sindacato della Cgil, circa 60mila sono quelli che vivono in condizioni di degrado simili a quelle viste a Rosarno.

Gli indiani che incontriamo noi, invece, un tetto sopra la testa ce l’hanno. Vivono a Borgo Hermada a qualche chilometro dal promontorio del Circeo. Sono stipati in appartamenti da trenta metri quadri costruiti per ospitare turisti, ma finiti per diventare quartieri dormitorio per extracomunitari. Pagano 300 euro per alloggio, non parlano italiano e lavorano come muli. Per questo in agricoltura sono ricercati. «Vengono quasi tutti dalla regione del Punjab» ci spiega l’interprete Nanda, «terra di agricoltori» e sono quasi tutti di religione Sikh. Monoteisti, devoti, abituati alla fatica. I sette che ci aspettano in uno degli appartamenti di questo immenso dormitorio hanno lavorato un po’ ovunque nella zona.

L’ultimo datore è stato l’azienda agricola Feragnoli. Che, dopo averli in parte regolarizzati con contratti, dieci giorni fa li ha mandati a casa senza un perché. «Li hanno rimpiazzati con altri lavoratori indiani» dice Giovanni Gioa segretario Flai di Latina. Senza documenti e, quindi, pagati la metà dei loro predecessori e connazionali. Quanto? Due euro l’ora. «Si arriva al paradosso – spiega Gioa – che chi è in regola viene mandato via perché costa troppo e chi irregolare viene subito impiegato». E sfruttato, ma anche ricattato, alle volte derubato. Capita, infatti, che l’azienda agricola chieda all’immigrato dai tre ai cinquemila euro, pagabili in giornate di lavoro, per affrontare la pratica di regolarizzazione.

E una volta terminata, e saldato il debito, il lavoratore viene licenziato. E subito sostituito. Tanto l’ingresso degli indiani è un flusso inesauribile. Settemila sono quelli regolarizzati, ma forse nelle campagne pontine ce ne sono il doppio. L’indiano che ci accoglie nel suo appartamento, e che non vuole essere citato, è stato uno dei primi ad arrivare nel 2002. Ha vissuto in Libano, in Arabia Saudita e poi ha deciso di trasferirsi in Italia con la nave. Ma lui è un’eccezione. Oggi gli indiani arrivano direttamente con gli aerei. Ci sono organizzazioni che garantiscono, in questa terra di Camorra, documenti e un primo impiego. Un primo lavoro affinché la giostra possa girare. Tanto gli schiavi non sanno a chi rivolgersi (la lingua è un ostacolo forte) e un altro lavoro duro (12 ore al giorno per sei giorni alla settimana) lo trovano presto. Aspettando un giorno di sole.

11 aprile 2010

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