Immigrati a voce alta

Posted on 27 aprile 2010

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di Carlotta Mismetti Capua

La chiusura dei centri di espulsione. Una nuova legge sull’asilo politico. L’abolizione della tassa-capestro per chi rinnova un permesso. E il diritto di voto per chi nasce qui. Per la prima volta, gli extracomunitari d’Italia si sono riuniti a congresso. Per fare un partito? Non ancora. Ma…

«Oggi è la giornata della Liberazione dell’Italia e non è un caso», sorride Siddique Nure Alam Bachu.
Bengalese, Bachu presiede la sezione romana del Comitato Immigrati, che dopo sette anni ha deciso di rendersi visibile a tutti e darsi una missione politica, nel Primo Congresso nazionale degli immigrati che si è tenuto a Roma durante lo scorso week end, ospitato dai salesiani. «E’ la liberazione oggi, ma ci sono libertà ancora non da ricordare ma da conquistare. Vogliamo un’altra liberazione, quella della convivenza sociale», spiega.
Il primo congresso degli immigrati che si tiene in Italia sembra un’iniziativa più sentita dello "sciopero degli stranieri" del marzo scorso, almeno a guardare i partecipanti: arrivati in duecento e più da tutta Italia, nel loro giorno di riposo, in una notte di pioggia torrenziale.
Nel cortile che fu dei ragazzi di Don Bosco Bachu va su e giù per due giorni, calmo come un cerimoniere, ad accogliere gli ospiti, richiamare all’ordine i partecipanti dei tavoli di discussione, e smistare i giornalisti. L’atmosfera è informale, ma densa. Le cose da dirsi sono tante e per nulla banali. «Quando manifestiamo non andiamo a fare una passeggiata. Se uno va adun corteo e poi non chiede niente in maniera forte e chiara allora vuol dire che non ha niente di importante da chiedere», spiega Mihai Muntean, presidente del Partito dei romeni d’Italia; nonostante la sua comunità non sia più alle prese con permessi di soggiorno ed espulsioni irregolari, continua a partecipare alla rete e alla lotta. Il loro partito per ora è simbolico, dice.
I delegati vengono quasi tutti dal Nord, dal Nord Est e dal Centro: solo una persona dalla Puglia, una dalla Campania e una Calabria, nulla per le altre regioni: silenzio anche dalla Sicilia, terra di sbarchi.

Il consiglio direttivo è diviso per etnia e regione di provenienza: quattordici nazionalità, otto regioni rappresentate. Molti degli attivisti sono uomini, soprattutto dal Magreb, dall’Africa e Sud-America, le donne sono sudamericane o dell’Est europeo. Pochi gli asiatici: «I filippini ci sono, ma stavolta non sono potuti venire», spiega Romulo Sabio Salvador, consigliere aggiunto del Comune di Roma.
«Noi tra di noi siamo tutti stranieri, e così qui ho scoperto anche io tante cose», racconta Roberto Montoya, portavoce e giornalista della stampa estera per la "Republica del Perù". «Andiamo spesso nelle sedi dei filippini o dei bengalesi, che sono molto attivi. I sudamericani e gli africani, invece, sono più pigri o più dispersi».
Nei tavoli si parla di scuola, famiglia, tasse, permessi, sindacato e di delusioni, tutti in cerchio. La lingua franca è l’italiano ma spesso anche il dialetto: Oxana, la ragazza che si occupa dei temi femminili, è ucraina e parla calabrese, Tahar è tunisino e spesso si esprime in veronese. Si parla di politica, in un modo diverso da quello che si vede in tv, il tempo è poco e il momento difficile. Lo ripetono tutti quelli che prendono la parola: «E’ un momento difficilissimo in Italia». In queste discussioni si racconta poco del proprio paese e alla parola "immigrato" si prefersice quella "emigrato".
Nel documento di cui a tutti viene data una prima bozza – che in sei tavoli tematici viene discussa dai delegati – il Comitato si presenta, elenca le grandi tappe di sette anni di lavoro, le manifestazioni nazionali che hanno significato qualcosa, i seminari con i Sans papier francesi, svizzeri e spagnoli. Si elencano i numeri che dimostrano economicamente la presenza degli immigrati in Italia, vengono citate le lotte sindacali dei latino-americani negli Stati Uniti, rivendicata l’autonomia assoluta dai partiti e si spiega chiaro e tondo per cosa si lotta qui. Con una chiarezza esemplare, che nella politica della tv o dei comizi si è spesso persa.
Il documento è preciso e costruttivo. In pochi punti punti si spiega perché è necessario che gli immigrati si auto-rappresentino. Punto uno, no al pacchetto sicurezza introdotto da Maroni; punto due, abrogazione della legge Bossi–Fini; punto tre, cancellazione del protocollo tra ministero dell’Interno, Poste Italiane e patronato per il rinnovo dei permessi di soggiorno, protocollo che ha regalato allo Stato 500 euro per ogni domanda di regolarizzazione; punto quattro, rottura del legame tra permesso di soggiorno contratto di lavoro, che ora con la crisi rende fragile la posizione anche di quei lavoratori stranieri che sono qui da quindici anni, ma hanno perso il posto e rischiano l’espulsione; punto cinque, una legge efficace per i rifugiati e i richiedenti asilo, perché il diritto di asilo è un diritto universale e i respingimenti hanno fatto si che le domande si siano dimezzate, anche se secondo l’agenzia delle Nazioni Unite in Italia ve ne sono meno di 50 mila contro le 600 mila in Germania e le 300 mila nel Regno Unito; punto sei, il diritto di voto per chi è residente qui e per i figli nati qui; punto sette, la chiusura dei Centri di Identificazione ed Espulsione; punto otto, il rispetto del diritto di istruzione di tutti bambini.

Tra un tavolo, un ospite e una sigaretta in cortile, si parla anche dell’idea della Consulta degli Stranieri, inventata da Veltroni, vista come un contentino al posto del diritto al voto: «E’ incostituzionale, che altro dire?» spiega Roberto Montoya. «Non mi sta bene che si dica solo che siamo il 10 per cento del Pil italiano, siamo anche cittadini, non conti correnti», si scalda una giovane africana venuta dalla Toscana.
E i politici? Doveva esserci Nichi Vendola, ma non è venuto. C’erano invece Stefano Pedica dell’Italia dei Valori e Luigi Nieri di Sinistra e Libertà. C’era poi Livia Turco, la cui vecchia legge sull’immigrazione non è mai piaciuta e ora è responsabile per il Pd dei problemi dell’immigrazione: «Di questo congresso penso tutto il bene possibile, è importante che gli immigrati diventino protagonisti con le loro facce e le loro storie di una battaglia del paese. Partiti e associazioni faranno la loro parte, il Pd non l’ha fatta, non ho problemi a dirlo». E poi: «Chiedo il vostro aiuto, per fare delle proposte in Parlamento. Aiutateci», dice alla platea, strappando l’applauso.
Fischi invece ogni volta che viene pronunciato il nome di Gianfranco Fini, seppure assente: il presidente della Camera ha dato il suo nome a una legge che molti patiscono sulla propria pelle, e degli strappi con Berlusconi qui non importa niente a nessuno.

(26 aprile 2010)