Le vergogne della manovra La Casta si salva, gli invalidi no

Posted on 3 giugno 2010

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di Bianca Di Giovanni

La stangata sui deboli è servita. La manovra targata Tremonti – arrivata ieri in Senato – salva gran parte di ministri e sottosegretari, ma chiede sacrifici pesanti a migliaia di pensionati, invalidi e lavoratori pubblici, insegnanti inclusi. Altro che lotta alla casta: qui i potenti se la ridono mentre tutti gli altri fanno sacrifici. L’articolo 5 prevede la riduzione dei compensi degli organi costituzionali, di governo e degli apparati politici. Si dispone il taglio del 10% dei trattamenti economici dei «ministri e sottosegretari non parlamentari», Il risultato è che soltanto due degli attuali 22 ministri in carica si vedranno ridurre gli emolumenti: Ferruccio Fazio e Giancarlo Galan. Per gli altri, nulla.
Si attenderà che il Parlamento decida? Visti gli appelli piovuti per i sacrifici, ci si sarebbe aspettato che avessero già deciso. In ogni caso, con il governo Prodi si deliberò il taglio del 20% su tutti i ministri, e fu fatto. Parlamentari e non. Stessa cosa per i sottosegretari: pagano in 7 su una trentina di nomi. In tutto il governo verserà alle casse pubbliche 72mila euro, su una manovra complessiva di 24,9 miliardi. Si salvano Silvio Berlusconi, l’uomo più ricco d’Italia, e Giulio Tremonti, brillante fiscalista prima di dedicarsi alla guerra santa contro i mercatisti. Ma pagano da subito e con un contributo di 460 milioni nel triennio gli invalidi veri: quelli con una percentuale tra il 70 e l’85% che finora erano assistiti. Già da oggi le domande dovranno tener conto dei nuovi criteri. Per chi si avvia alla pensione (circa 140mila persone l’anno) è un vero inferno. I lavoratori dipendenti che raggiungeranno i requisiti dal primo gennaio 2011 dovranno aspettare un anno, gli autonomi un anno e mezzo (chi raggiunge i requisiti nel 2010 resta con le vecchie regole). Di fatto è uno scalino (si alza l’età pensionabile) inserito per legge, senza confronto sindacale. Per le donne del pubblico impiego si traduce in uno «scalone»: passeranno da 60 anni a 62 e nel 2018 si ritroveranno a quota 66 anni. Le vecchie finestre si applicano ai lavoratori in mobilità, ma solo nei limiti di 10mila. Gli altri rischiano di restare senza alcun paracadute a fine mobilità: senza nulla per un anno. Se a queste disposizioni si aggiunge il decreto dell’altroieri sull’adeguamento delle pensioni alla speranza di vita, che allunga l’età pensionabile di altri tre mesi, ecco che alla fine il ritiro dal lavoro è proiettato all’infinito.

La maschera del premier

Ieri sera Berlusconi è entrato irruentemente nella trasmissione «Ballarò» per replicare a Massimo Giannini di «Repubblica» che loaveva accusato di non far nulla per l’evasione fiscale «Il mio gradimento è al 62% e quello del governo è vicino al 50%. Tanto vi dovevo perché non è accettabile sentire in una Tv di Stato certe menzogne. Non c’è mai stato da parte mia il sostegno all’evasione fiscale -ha scandito il premier – Sono menzogne assolute e con questa manovra si fanno passi avanti nella lotta all’evasione»». Subito dopo il premier ha riattaccato ‘ripreso’ dal conduttore della trasmissione, Giovanni Floris, che ha stigmatizzato il fatto che «ciò che veramente è inaccettabile in una televisione di Stato è che si inizi un dialogo ma poi si insulti e si butti giù il telefono prima che arrivi la risposta». Sarà. Per il pubblico impiego arriva una gelata polare: tutto fermo dall’anno prossimo. Niente aumenti, niente rinnovi contrattuali. La scuola paga un prezzo salatissimo, con tagli agli stipendi e congelamento del numero degli insegnanti. «Tutto scuola» rivela che il comparto contribuirà con una riduzione dell’11% degli insegnanti, contro il 5% chiesto ai dirigenti. «La quota aggiuntiva di stipendio che un insegnante avrebbe guadagnato nel 2011 prima di questa manovra e che ora viene bloccata – spiega la rivista – sarebbe stata in media di 3 mila euro annui, su una retribuzione media annua di 24mila euro». Dopo la Cgil che manifesta il 12 giugno, anche Cisl, Uil e Snals annunciano una manifestazione per la scuola il 15 giugno. Ma ieri sono scesi sul piede di guerra anche i magistrati della Corte dei Conti. «La manovra – spiega il presidente dell’Anm dei giudici della Corte dei Conti, Angelo Buscema – è innanzitutto iniqua e inoltre lede l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, che viene trattata come un costo e non come una risorsa». La data sarà stabilità giovedì, assieme alle altre magistrature.

02 giugno 2010

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