Diciotto anni, nati in Italia e rischiano l’espulsione

Posted on 8 giugno 2010

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di Andrea Bonzi

Hai studiato qui, sei cresciuta qui, il tuo futuro è qua. Cosa vai a fare nel tuo Paese d’origine? Niente. Là ti diranno: tornatene “all’altro” tuo Paese…». Si tira indietro i capelli mentre parla, Sara Hayane, 20 anni, da più di 10 in Italia. Una migrante di seconda generazione che, tutti i giorni, vive sulla sua sua pelle le difficoltà di una integrazione resa sempre più difficile – quando non impossibile – dalle leggi italiane, sia la Bossi-Fini, sia quella per l’ottenimento della cittadinanza. Normative che «ti escludono da tantissimi diritti, come quello di voto – continua Sara -. Ti senti continuamente limitato, non puoi fare tutte le cose che fanno i tuoi coetanei». Ad esempio? «Un prof ci ha invitato a partecipare a un concorso per educatrici e addette ai servizi d’infanzia – racconta la giovane -. Ma serviva la cittadinanza italiana, e io non ho potuto accedervi. A me sembra una discriminazione: si parla sempre di quelle a livello fisico, ma esistono anche le discriminazioni istituzionali: se non possiedi quel pezzo di carta, non puoi far parte di qualcosa…».

La voce di Sara è una delle più disilluse e arrabbiate tra quelle che si possono ascoltare nel documentario «Avere 18 anni e chiedere ancora il “permesso”» realizzato da Crossing tv, la prima televisione web multiculturale, nata a Bologna due anni fa col supporto dell’Assemblea legislativa dell’Emilia-Romagna. Nocciolo del problema l’assurdità delle leggi italiane in materia d’immigrazione: lo straniero che compie 18 anni, anche se ha vissuto nel nostro territorio gran parte della propria vita, viene considerato come un migrante arrivato da un giorno. I requisiti per ottenere il permesso o la carta di soggiorno, per non parlare della cittadinanza italiana, sono articolati e complessi, e così anche chi è in Italia da anni o addirittura ci è nato rischia di essere espulso, di essere «rimandato a casa» anche se in quella casa non ci ha mai vissuto.

Insomma «quando compi 18 anni – spiega Hossain Sogip, 19 anni, da 6 sotto le Due Torri – non è che sei più libero, sei più incasinato. E se non lavori ti rimandano nel Paese d’origine». Quando l’ha saputo, Natasha Dragoman, 21enne proveniente dall’est, non ci voleva credere: «Una ragazza mi ha detto: “O vai a lavorare, o studi. Se no ti mandano a casa”. Che cosa?». Dai racconti degli intervistati emerge la trafila burocratica che i genitori di questi ragazzi – o gli stessi giovani in prima persona – sono costretti a compiere per mantenere unita la famiglia. «La prima volta in Questura non è stata bella, mi sembra di essere un criminale – spiega Jinchuan He, orientale di 25 anni, di cui la metà passati in Italia -. Una volta è arrivata a casa una lettera, e dicevano che avevo bisogno di un avvocato per una questione di regolarizzazione. Mia mamma non conosceva l’italiano e io ero a Milano a studiare. Non l’ho letta ed è successo un casino…».

Anche oggi, Jinchuan può fare la spola tra il Paese d’origine e l’Italia, «ma non posso girare liberamente in Europa». Piccole e grandi limitazioni della libertà. «Se io vado in gita con i miei compagni – dice Sadia Muraina Folarin, 18 anni – devo assicurarmi che la mia carta sia in regola, di fare determinate procedure. Che, poi, alla fine, mi perdo…». Quando ripensa a come hanno trattato sua madre in Questura «provo un po’ di rabbia», confessa la ragazza. «Se è un pezzo di carta che fa la differenza tra te e un altro, dico che è la cosa più banale. La terra è di tutti», considera Zakaria Zrari, 16 anni. Mentre Sara, da sola in Questura il papà non ce la manda: «Non è un bel posto, c’è sempre bisogno dei genitori: hanno dei problemi loro, figuriamoci un minore».

Eppure, molti dei ragazzi si sentono a tutti gli effetti bolognesi. Prendi Hossain: «Non tornerei nel mio Paese d’origine definitivamente: questo è il mio Paese. Ho la mia origine, ma ora la penso così». Ancora più netta Micheline Ndiyunze, 21enne africana,: «Mi sento parte di una società, mi sento bolognese. Sono bolognese. Punto».

08 giugno 2010