Cambogia – Come ignorare un genocidio

Posted on 20 luglio 2010

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a cura di Lara Crinò

1978: una delegazione svedese visita la Cambogia dei khmer rossi. Migliaia di persone morivano ogni giorno sotto il giogo di una dittatura folle e sanguinaria, ma i quattro europei non si accorgono di nulla. Ora un volume ricostruisce la loro incredibile storia. E una delle pagine più buie del Novecento

(19 luglio 2010)

Nell’estate del 1978 una delegazione svedese dell’Associazione Svezia-Cambogia, composta da quattro persone (un infermiere psichiatrico, una studentessa universitaria, una giornalista e uno scrittore di fama, Jan Myrdal, figlio dei premi Nobel Alva e Gunnar Myrdal), visita la Kampuchea Democratica di Pol Pot. Gli ospiti svedesi sono tra i pochissimi stranieri cui sia stato consentito l’ingresso nel paese dall’avvento della rivoluzione comunista del 1975. Scattano centinaia di fotografie, girano un documentario televisivo dai toni entusiastici, e nel 1979 pubblicano un libro che incensa il nuovo governo del paese asiatico.
In ogni momento del loro viaggio, migliaia di cambogiani muoiono sotto il giogo di un regime sanguinario. Si scoprirà poi che, nel corso dei tre anni e mezzo in cui Pol Pot è stato al potere, circa due milioni di persone (corrispondenti a un quarto della popolazione del Paese) sono scomparse, vittime di una giustizia sommaria, della fame o della fatica. Durante la loro permanenza, tuttavia, i quattro europei non si accorgono di nulla, e nei loro resoconti non c’è traccia della percezione di essere stati tra i pochi testimoni di un genocidio. Come è stato possibile? A oltre trent’anni di distanza, il giornalista svedese Peter Fröberg Idling cerca di rispondere a questa domanda con ‘Il sorriso di Pol Pot’ (Iperborea, in uscita il 23 luglio), di cui vi anticipiamo alcuni brani. Profondo conoscitore della Cambogia e della sua storia, Idling è andato alla ricerca di Hedda Ekervald, Gunnar Bergström, Marita Wikander, Jan Myrdal, per comprendere fino a che punto l’ideologia annebbiò il loro sguardo. E ha alternato al racconto di questa inchiesta la rievocazione storica della vicenda tragica della Cambogia dal Dopoguerra agli anni della dittatura, cercando di svelare il mistero di Saloth Sar, l’uomo che diventò Pol Pot.
Ecco alcuni estratti dalle prime pagine del libro:
L’orrore è semplice da riassumere

"Lo si può riassumere in modo semplice, nella versione comunemente accettata. La guerra del Vietnam finì per destabilizzare il paese neutrale confinante, la Cambogia. Nel 1970 un golpe guidato dal generale Lon Nol depose il capo di stato, il principe Sihanouk. Poco dopo scoppiò una guerra civile tra il regime di Lon Nol, appoggiato dagli USA, e la guerriglia comunista dei cosiddetti khmer rossi. Nel 1975, in concomitanza con il ritiro degli USA dal Vietnam del Sud, cadde anche il governo cambogiano. I khmer rossi presero il potere e, guidati dall’allora sconosciuto Pol Pot, avviarono una profonda trasformazione sociale.
Il paese venne ribattezzato Kampuchea Democratica e la popolazione delle città fu deportata nelle campagne e costretta a lavorare la terra. Vennero aboliti la proprietà privata, la religione e il denaro. L’obiettivo era un’utopia contadina ispirata al maoismo. In seguito si scoprì che Pol Pot era Saloth Sar, un ex insegnante che aveva studiato in Francia. Nel corso dei successivi tre anni e mezzo, a causa degli stenti, delle malattie e delle esecuzioni morirono almeno un milione e settecentomila persone, un quinto della popolazione. Nel dicembre del 1978 il Vietnam invase la Kampuchea Democratica. Pol Pot venne destituito e s’insediò un governo filovietnamita.
Subito dopo i khmer rossi ripresero la propria guerriglia dalle basi lungo il confine tailandese,deponendo definitivamente le armi solo alla morte di Pol Pot, nel 1998. Le prime elezioni democratiche, organizzate dall’ONU, si sono tenute in Cambogia nel 1993. Questa è la Storia. Pol Pot spuntato dalla giungla, dal nulla. I teschi in fila. Semplice e incomprensibile."
(pp.19-20)
Foto di gruppo con templi e contadini
"Sulla copertina del libriccino tenuto insieme dal nastro adesivo c’è una foto in bianco e nero. Uomini e donne che trasportano terra lungo l’argine di un fiume. Ceste intrecciate e alcuni in abiti neri. Due giovani al centro sostengono con un sorriso timido lo sguardo dell’osservatore. Sul retro del libro la delegazione svedese è in posa davanti ad Angkor Vat. È agosto, nuvoloso e caldo. Indossano camicie a maniche corte e sandali. Un abbigliamento che colpisce per la sua semplicità.

È una scelta consapevole? La prima a destra è Hedda Ekervald. Sulle labbra appena un accenno di sorriso, come se il fotografo se la fosse presa comoda e il sorriso fosse lentamente svanito. Poi Gunnar Bergström, il presidente: serio, con le braccia conserte e un berretto stile Mao comprato in Cina. Di fianco a lui, Marita Wikander, sorridente, con la giacca impermeabile in mano.
Ultimo a sinistra, Jan Myrdal, il portamento diritto quasicome un ragazzino, zaino in spalla e un grosso orologio al polso. L’erba sotto i loro piedi è corta, a steli larghi. Una cinquantina di metri più in là, le imponenti torri di Angkor Vat. La chioma irsuta di una solitaria palma da zucchero svetta verso il cielo grigio. È a fianco della scala, davanti a una delle porte nel muro di cinta del tempio, e pende leggermente a destra. Se è ancora lì, non dovrebbe essere difficile ritrovare il punto in cui è stata scattata la foto. Se il punto è lo stesso, si vedrebbe quello che vedevano loro?"
(pp.23-24)
Cosa videro gli svedesi?

"Quattro svedesi che visitarono la Cambogia in un periodo in cui quasi nessuno veniva ammesso oltre confine. Un paese in cui un diabolico e ben lubrificato macchinario lavorava senza sosta e oltre mille bambini, donne e uomini morivano ogni giorno.
Volendo restare nel mondo della statistica, nel momento in cui l’aereo degli svedesi si preparava all’atterraggio a Phnom Penh erano già morte un milione trecentotrentamila persone. I nomi dei morti avrebbero riempito poco meno di tredicimilacinquecento pagine di libro come questa, oppure, se si preferisce, trentaquattro volumi di queste dimensioni.
Altre tremilasettecento pagine attendevano di essere riempite degli elenchi di coloro che, ancora in vita, erano destinati a morire. È un esempio banale, neanche del tutto rispondente alla realtà. Nel 1978 perse la vita un numero maggiore di persone rispetto agli anni precedenti. Il lavoro schiavistico aveva logorato il fisico, la fame era sempre più diffusa, le epurazioni erano diventate ancora più arbitrarie. È facile finire tra i numeri. Come presentare altrimenti la situazione? Non è possibile immaginarsi tutti i volti, tutte le vite. L’effetto di sei tsunami, non distribuito su metà del sud e del sud-est asiatico ma concentrato su un paese che per estensione è la metà della Svezia? Un’onda che imperversa, un anno dopo l’altro, su villaggi e campi di riso?
È impossibile circoscriverli tutti in un’unica emozione, un unico pensiero. Un libro logoro con quattro nomi in ordine alfabetico. Gunnar Bergström, Hedda Ekerwald, Jan Myrdal e Marita Wikander. Quelli che erano lì.
Jan Myrdal è un nome noto al pubblico svedese dagli anni Cinquanta, tuttora attivo come scrittore e battagliero opinionista. Ma gli altri? Dove si trovano adesso? Come ricordano, venticinque anni dopo, le soffocanti, torride settimane d’agosto trascorse in Kampuchea Democratica? Come si pongono, a posteriori, rispetto alle proprie entusiastiche testimonianze sul viaggio attraverso quell’eccidio?
Nel 1963, nel suo libro Skáldatími (Vita di poeta) sui viaggi compiuti nell’Unione Sovietica di Stalin, il premio Nobel islandese Halldór Laxness scrive: "Molti – e io ero tra questi – temevano anche che, mettendo a nudo l’inconfutabile miseria del socialismo staliniano nel paese socialista "per eccellenza", si sarebbe danneggiato il socialismo nel mondo in generale. Ci si diceva: "prima o poi le cose cambieranno" e si aspettava impazienti, animati dalla speranza, coprendo, nel frattempo, le magagne." Forse è questa la risposta? Gli svedesi videro ma, una volta tornati a casa, non dissero niente per non danneggiare una rivoluzione di per sé positiva?
Oppure videro forse delle cose e delle situazioni che solo adesso, a posteriori, riescono a inserire nel loro giusto contesto? O una cosa o l’altra. Adesso che il presente dell’anno 1978 è diventato storia, analizzata fin nei minimi particolari, devono poter dare una risposta.
Tre nomi, sufficientemente poco comuni perché non risulti impossibile rintracciarli. Sul risguardo del libro trovo qualche altro indizio. Gunnar Bergström, presidente dell’Associazione di amicizia Svezia-Kampuchea, nel 1978 era infermiere psichiatrico. Hedda Ekerwald, membro del direttivo, studiava sociologia. Marita Wikander, anche lei nel direttivo, era giornalista.
Mi metto al lavoro. L’impresa si rivela facile. Nel giro di poco tempo ho trovato un consulente in criminalità giovanile, una ricercatrice universitaria di sociologia e l’addetta stampa di un museo".
(pp.32, 33, 34)

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