I troppi interessi di Gaetano Pecorella

Posted on 26 luglio 2010

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Le sue denunce, a parole, contro la ‘ndrangheta sono forti. Ma gli affari sono affari. E così il presidente della commissione parlamentare di inchiesta sulle ecomafie, Gaetano Pecorella, con una mano lancia l’allarme in Lombardia “sulle infiltrazioni anche in grandi società”, e con l’altra difende Francesco Lampada, arrestato il primo luglio scorso nel milanese assieme alla moglie Maria Valle. Entrambi sono “figli d’arte”, delle cosche omonime di Reggio Calabria, legate ai Condello e ai De Stefano.
Mercoledì scorso Pecorella ha tenuto una conferenza stampa in Prefettura a Milano per dare conto delle audizioni con magistrati, responsabili delle forze di polizia e amministratori locali, compreso il sindaco Letizia Moratti. Non il governatore Roberto Formigoni e neppure il presidente della provincia, Guido Podestà, che avevano altro da fare.
“Infiltrazioni in grandi società”
Pecorella, riferendosi alle aree Montecity e Santa Giulia (appena finita sotto sequestro per i terreni inquinati), tuona: “Almeno dai dati che abbiamo potuto acquisire, anche al di fuori delle audizioni, pare vi fossero anche delle infiltrazioni in queste grandi società”. E per quanto accaduto a Santa Giulia, accusa: “Credo siano mancati soprattutto i controlli amministrativi: arrivare a un sequestro dopo tanti anni e con di fronte un evidente inquinamento della falda acquifera vuol dire che chi sarebbe dovuto intervenire non l’ha fatto: le autorità amministrative, la stessa Arpa (agenzia regionale per l’ambiente, ndr) e credo che anche la magistratura abbia nel suo passato una carenza di intervento”. Pecorella insiste sull’espansione capillare della ‘ndrangheta in Lombardia: c’è una situazione sul territorio “allarmante, con una parte molto consistente della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti controllata dalla ‘ndrangheta”. E ancora: “È cambiato il sistema di infiltramento (sic!) ci sono società che si presentano con la faccia pulita, ma al loro interno o nella rete dei subappalti vedono la presenza della criminalità organizzata. Abbiamo dovuto constatare che grandi imprese che si sono occupate delle bonifiche avevano al loro interno infiltrazioni mafiose”.
Una denuncia apprezzabile in una regione che finora vive una rimozione istituzionale e sociale dell’emergenza criminalità organizzata, ma che entra in contrasto con il Pecorella avvocato.
I videopoker e lo smaltimento di rifiuti
Nello stesso giorno delle sue dichiarazioni in Prefettura da presidente di un organismo parlamentare, il Tribunale del Riesame di Milano respinge la richiesta di scarcerazione per il suo assistito, il presunto boss Francesco Lampada, accusato di associazione mafiosa, estorsione e riciclaggio. Lampada secondo gli inquirenti ricicla soldi attraverso una ventina di locali a Milano e controlla i videopoker dalla Calabria alla Lombardia. È anche amico di Antonio Oliverio, l’ex assessore al turismo della giunta provinciale di centrosinistra presieduta da Filippo Penati e ora passato al Pdl. Proprio Oliverio, indagato, ha una società nel settore dello smaltimento dei rifiuti.
Pecorella è stato chiamato a difendere Lampada solo dopo un paio di settimane dal suo arresto. Prima la famiglia aveva scelto un altro avvocato.
Difensore del boss dei casalesi
Dunque il presidente di un organismo d’inchiesta sugli affari della criminalità organizzata nel settore dei rifiuti difende un indagato per mafia. Ma per il parlamentare del Pdl il conflitto di interessi non è mai stato un problema. Non solo perché è lo storico difensore del conflitto vivente, Silvio Berlusconi, ma perché da presidente della commissione Giustizia della Camera, nel 2003, era l’avvocato di Nunzio De Falco, boss del clan dei casalesi, condannato all’ergastolo come mandante dell’omicidio di don Peppe Diana, ucciso a Casal di Principe il 19 marzo del ’94. E l’anno scorso Pecorella ha infangato la memoria del parroco anti-camorra: “Io dico che tra i moventi indicati, agli atti del processo, ce ne sono tra i più diversi. Qualcuno ha parlato di una vendetta per gelosia, altri hanno riferito che sarebbe stato ucciso perché si volevano deviare le indagini su un altro gruppo criminale. E altri hanno riferito anche il fatto che conservasse le armi del clan. Nessuno ha mai detto perché è avvenuto questo omicidio. Se uno conosce le carte del processo, sa che ci sono indicate da diverse fonti, diversi moventi”. Non è così, gli ha ricordato Roberto Saviano: “Dalle carte del processo emerge invece che è tutto chiaro. E pure la sentenza della Corte di Cassazione del 4 marzo 2004 conferma che Don Peppe è stato ucciso per il suo impegno antimafia e per nessun’altra ragione”.
Ogni cittadino, pure criminale, ha diritto a un difensore. Pecorella, da avvocato può scegliere di assistere chi preferisce, naturalmente. Ma non si può combattere la mafia e prendere soldi da mafiosi o presunti tali, sia pure per ragioni professionali.
Il caso Taormina
Nel 2001, dopo pochi mesi, l’avvocato Carlo Taormina, sottosegretario all’Interno del governo Berlusconi, fu costretto a dimettersi perché difensore di vari imputati per mafia. Addirittura andava a trovare il suo assistito, il boss della sacra corona unita, Francesco Pudentino, con la scorta che gli spettava per l’incarico di sottosegretario con delega al “coordinamento delle iniziative anti-racket, antiusura e al coordinamento delle iniziative di solidarietà per le vittime di reati di tipo mafioso”.