Gianni Minà – Messico: nel paese dell’impunità migliaia di donne in galera per avere abortito

Posted on 5 agosto 2010

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Martedì 03 Agosto 2010

Alma Yarelí ha fatto tre anni di carcere prima di essere liberata quando finalmente un giudice ha creduto che il suo fosse stato un aborto spontaneo. Se non fosse stato così, in un Messico dove per il 90% degli omicidi non si apre neanche un’inchiesta, avrebbe scontato per intero i 27 anni e sei mesi ai quali era stata condannata per omicidio volontario con l’aggravante della relazione familiare con la vittima. Dopo di lei restano in galera nel solo stato di Guanajuato altre 166 donne (migliaia in tutto il Messico), tutte povere e spesso analfabete, alcune con condanna definitiva fino a 35 anni di carcere.

Nel paese dell’impunità, per ricchi, potenti, narcos e uomini violenti con le loro donne succede sempre più spesso che la giustizia si faccia inflessibile per l’interruzione della gravidanza: omicidio volontario aggravato dalla relazione familiare con la vittima. Non c’è scampo e, soprattutto nello stato di Guanajuato, sono denunciati i casi di almeno sei donne condannate all’ergastolo per avere abortito. Le altre, negli stati di Guanajuato, Puebla, Veracruz attendono il giudizio in carcere visto che per il loro reato le leggi non prevedono neanche il rilascio dietro cauzione che invece viene concesso a sicari, narcos e altri criminali. Secondo uno studio della Commissione per i diritti umani dello Stato di Guanajuato, le 166 donne attualmente in carcere solo in quello stato (è difficile non notare che siano ben di più dei cosiddetti prigionieri politici cubani) sono praticamente tutte contadine analfabete, spesso già madri di vari figli e in molti casi vittime di stupri.

È il combinato disposto, perverso, di due leggi che sono oramai applicate in 18 stati della federazione messicana che si sono mossi in senso opposto alla capitale federale, Città del Messico, dove dal 2007 l’aborto è legale nelle prime 12 settimane di gravidanza. Da una parte il feto è divenuto una persona a tutti gli effetti fin dal momento del concepimento. Dall’altro le leggi sulla violenza familiare, in genere completamente disattese contro gli uomini violenti, diventano un macigno nel caso dell’aborto. Così l’aborto è passato in molti stati dall’essere condannato con pene tra i sei mesi e i tre anni di carcere all’essere considerato come “omicidio volontario aggravato dalla relazione di parentela” e comportare quindi pene che arrivano a corrispondere al nostro ergastolo.

Nel paese dei Legionari di Cristo, dove consideravano un santo il fondatore degli stessi, il pedofilo e stupratore seriale Marcial Maciel, “dopo la sconfitta di Città del Messico –sostiene María Consuelo Meijía Direttrice dell’organizzazione ‘donne cattoliche per il diritto di scegliere’- l’ultra-destra conservatrice e le gerarchie cattoliche hanno ottenuto la loro vendetta negli stati più arretrati”.

Si calcola che in Messico si realizzino ogni anno oltre 800.000 aborti clandestini, spesso in condizioni estreme di igiene e sicurezza per le donne, contro i circa 40.000 aborti legali che avvengono in strutture pubbliche a Città del Messico. La battaglia politica, anche a livello di riforme costituzionali, è asperrima tra chi vuole la depenalizzazione dell’aborto e chi esige che la vita sia rispettata dal concepimento alla morte naturale.