Picconate al picconatore. Centinaia di post sul web sulla morte di Cossiga: attacchi e polemiche

Posted on 20 agosto 2010

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Eccone alcuni: "Siamo di fronte al classico caso di ipocrisia post mortem dove tutti diventano buoni". "E’ del tutto condivisibile che si chieda di evitare il tifo da stadio e gli insulti"

Il fenomeno è iniziato, prima ancora della morte, sul sito de la Repubblica. Poi è proseguito su quello de Il Manifesto, de l’Unità, e ovviamente sul nostro: seicento commenti solo ieri, in calce al mio articolo sulla biografia di Francesco Cossiga la maggior parte critici. Toni forti, duri, spesso polemici, per rivendicare (talvolta) anche il diritto all’ingiuria, per criticare il mio ritratto, accusato – più o meno rudemente di agiografia o benevolenza: “Dico si agli insulti a CoSSiga – si leggeva in uno dei più teneri con tanto di doppia runa – se li merita ampiamente, anzi, meritava di morire in galera” (Danilo). Oppure: “Tutti gli omicidi fatti da Gladio e Servizi segreti in Germania all’october fest , in Francia in Italia, gridano vendetta” (Piero). Quali omicidi, e commessi da chi?
Questo giornale invece di nascondere la polvere sotto il tappeto questo dibattito lo vuole aprire. Si può o si deve ingiuriare “l’avversario politico” (che per alcuni diventa senza mediazioni “il nemico”). Cosa, in una lunga biografia, lascia il segno? “Ricordo solo – scrive Bruno Ct – che Cossiga disse: ‘Massacrare i manifestanti senza pietà!’. Non insulto nessuno, riporto FATTI! Un uomo vergognoso!”.
Molti hanno citato queste frasi, che da sole però non sono e non spiegano tutta una biografia (ma che andavano e abbiamo ricordato). Il nodo è: elencate le tante contraddizioni di Cossiga (dagli anni di piombo alle rivelazioni sulle stragi) si può provare a consegnare alla storia anche un giudizio più sereno e meno ideologico? Si può leggere anche nella sua contraddittorietà una nota di grandezza rispetto al tempo dei nani che viviamo? Io ne sono convinto. Qualcuno ci ha scritto con beffarda ironia: “Me lo vedo nell’inferno dantesco preso a calci nel sedere da Stalin e Lenin ma tenuto fermo da Moro mentre lo insultano in coro le vittime di Piazza Fontana e della stazione di Bologna!!”, scrive Gpaolo58. E ancora: “Cossiga stava da una parte del Muro e Gladio – ci ha scritto Indipendente – ne era il braccio armato nascosto”. Io ho un’opinione: si intuisce in questi giudizi ipersemplificati e trancianti una visione quasi demonologia dell’avversario (o presunto tale), in cui Cossiga diventa la caricatura di Cossiga: “piduista” (cosa che non fu mai), “gladiatore”, “fascista”, “stragista”….
Si arriva a categorie fumettistiche o manichee: buono o cattivo, bianco o nero, bene o male. Ha senso? Secondo me no. Aiuta a capire? Figuriamoci. Quando muore un personaggio controverso, ci si esercita per comprendere il senso della sua storia, non nel tiro a segno per rafforzare la propria identità. Non si fanno apologie, ma non si confezionano nemmeno stereotipi auto-rassicuranti. Vale per Cossiga, non solo per lui.
E qui si apre un altro problema: questa è la mia opinione, altri, anche in redazione, la pensano diversamente e lo hanno scritto su queste stesse pagine. Un giornale come Il Fatto deve avere forse un punto di vista univoco sulle cose? Ne abbiamo parlato anche ieri, in riunione, e la risposta a questa domanda è che siamo quotidiano laico, non confessionale, plurale (e talvolta persino controversiale) nel suo modo di vedere e raccontare le cose: altre testate preferiscono suonare spartiti intonati, noi no. Su queste pagine troverete sempre sapori forti, spesso diversi. Tre articoli, diversissimi fra di loro per taglio e scrittura (e sul sito una intervista di Giuseppe De Lutiis che rileggeva criticamente il suo rapporto con la memoria della Stragi) ieri ricostruivano le diverse sfaccettature della figura di Cossiga. L’uomo da cui Nando Dalla Chiesa si sentiva offeso, ma anche quello che Gioacchino Genchi ricorda nel suo blog: “Presidente, lei mi ha difeso, ma io scriverò male di lei nel mio libro”. Sorriso: “Lei può farlo” (Guascone? Cavalleresco? Furbo? Tutte queste cose).
C’è il rischio di ricostruzioni acritiche? Leggendo questo messaggio (in origine tutto in maiuscolo) sembra il contrario: “Dopo la morte di Benito Mussolini si è detto e si dice che ha dovuto fare certe scelte ma sai in fondo era un uomo daiiiii non spariamo cazzate era un uomo, speriamo che il nostro giornale si ricordi bene il vero Cossiga” (Nurce Gjergj) scrive. Alcuni, meno ultimativi, hanno detto cose più acute. Ad esempio Moreno: “Era un abile costruttore di labirinti…forse ,alla fine,ci si è perso anche lui”. Già. Altri lo hanno, a loro modo, difeso: “Era una destra da rispettare, verace e a volte feroce, mai becera se non quanto lo è il potere. Rispetto e rimpianto oggi, anche per via di tutta quella miseria che abbiamo sotto gli occhi: uomini di potere senza alcuna qualità” (Barbablù).
Ma su una cosa in questo giornale siamo d’accordo tutti: non si odia, non si brinda alla morte, non si augura il male a nessuno. Non agli avversari, e nemmeno ai nemici. Dovrebbe essere scontato, purtroppo non lo è: ma si scrive per raccontare notizie, storie e idee, non per collezionare consensi. Anche questa è una picconata (postuma).
Da Il Fatto Quotidiano del 19 agosto 2010

Posted in: La Bella Italia